C'è una frase nel comunicato ufficiale di Sony che vale la pena sottolineare e farvi leggere in apertura di Original. È scritta in quel tono istituzionale, levigato, studiato a tavolino da qualcuno che sa perfettamente quello che sta facendo:
"Dopo un'attenta valutazione, lo abbiamo ritenuto un passo necessario per assicurarci di poter continuare a offrire esperienze di gioco innovative e di alta qualità."
Capito? Non è un aumento di prezzo, è un atto d'amore verso di voi. Sony lo fa per voi, per il vostro bene, per assicurarsi che possiate continuare a ricevere esperienze innovative e di alta qualità che, evidentemente, al prezzo precedente non erano più sostenibili.
Sei anni di PS5, milioni di unità vendute, una delle console più profittevoli della storia recente, e improvvisamente il conto non torna più. Strano, no? Benvenuti nel futuro che non volevamo.
L'era della console premium
Dal 2 aprile 2026, PS5 standard arriverà a €649,99 e PS5 Pro a €899,99 in Europa. La Digital Edition, quella senza lettore ottico che avrebbe dovuto essere l'opzione economica, toccherà anch'essa cifre che fino a pochi anni fa associavamo a PC da gaming di buonissimo livello.
Nel frattempo, PlayStation Portal arriverà a €249,99. Quasi duecento cinquanta euro per uno schermo che fa da specchio remoto a una console che avete già comprato. E che dovrete comprare di nuovo, se non l'avete ancora fatto, a 650 euro.
Facciamo un passo indietro, perché la storia merita di essere raccontata per intero. PS5 è arrivata sul mercato nel novembre 2020 a 499,99 euro nella versione con lettore, 399,99 in quella Digital. Prezzi già non propriamente popolari, ma giustificati (almeno in parte) dal salto generazionale, dalla scarsità di componenti, dal contesto pandemico che aveva paralizzato le catene produttive di mezzo mondo.
Poi le cose si sono normalizzate, la produzione ha ripreso ritmo e le scorte sono tornate disponibili. E Sony, invece di abbassare i prezzi come la logica del mercato avrebbe suggerito, come è sempre successo con ogni console nella storia del medium, li ha alzati. Prima in alcuni mercati, poi globalmente.
Con PS5 Pro ha stabilito un nuovo record: una console di metà generazione a 799 euro al lancio, senza lettore ottico incluso, senza giochi in bundle, con una giustificazione tecnica che ha convinto gli appassionati ma ha lasciato perplessa buona parte del pubblico generalista.
E adesso siamo qui. Con PS5 standard a 650 euro e Pro a 900. A sei anni dal lancio. Tradizionalmente, il prezzo delle console scende nel tempo. È sempre stato così: è il modello su cui si fonda l'intera industria, quello che consente di allargare progressivamente la base installata, di raggiungere le fasce di pubblico più sensibili al prezzo, di trasformare una console di nicchia in un fenomeno di massa.
Nintendo lo sa. Lo sa anche Microsoft, che con Xbox ha scelto una strada diversa ma coerente. Sony invece ha riscritto le regole, o forse ha semplicemente deciso che le vecchie regole non la riguardano più.
La questione PlayStation Portal merita un capitolo a parte, perché è in quel prodotto che si concentra, a mio avviso, la contraddizione più evidente di questa strategia. Portal è un dispositivo che divide: c'è chi lo ha trovato utile, chi lo usa quotidianamente per giocare dal letto o da un'altra stanza, e c'è chi giustamente ha sollevato obiezioni sulla sua natura fondamentalmente limitata.
Non gira giochi in locale. Non è un dispositivo autonomo. È un "accessorio" che richiede una PS5 funzionante, una connessione di rete stabile, e una certa tolleranza verso la latenza che, per quanto ridotta, esiste sempre.
A 199 euro era già una proposta discutibile per molti. A 249,99 euro diventa ancora più difficile da giustificare. E la cosa che fa più rumore non è il prezzo in sé, è il momento in cui Sony ha scelto di alzarlo. Portal è esploso nelle classifiche di vendita, è diventato il fenomeno di massa che forse neanche Sony sperava diventasse. In questo contesto, aumentarne il prezzo non è una mossa di forza, è una mossa che rischia di tagliare il suo pubblico (anche potenziale).
A meno che Sony non abbia già deciso che Portal è quello che è (un prodotto per chi è già dentro l'ecosistema PlayStation a prescindere dal costo) e stia semplicemente ottimizzando i margini su chi comunque lo comprerà. Il che è una strategia lecita, per carità. Ma è bene chiamarla con il suo nome.
Quale futuro?
E qui arriviamo al punto che nessuno, nei comunicati ufficiali, vuole toccare davvero. Sony cita "pressioni economiche globali", "costi di produzione in aumento", la necessità di "sostenere l'innovazione". Tutto comprensibile, tutto plausibile, tutto reale. L'inflazione esiste. I costi dei componenti esistono. Le tensioni geopolitiche che impattano le supply chain esistono. Non stiamo discutendo la realtà dei fattori che Sony porta a giustificazione della decisione.
Stiamo discutendo il fatto che Microsoft e Nintendo, esposte alle stesse pressioni globali, non hanno ancora annunciato aumenti analoghi su hardware già in commercio. Nintendo Switch, per quanto il prezzo sia superiore a quello di Switch originale, rimane in una fascia diversa. Microsoft ha smesso di competere sul tradizionale hardware da salotto, ma i suoi prodotti esistenti non hanno subito rincari paragonabili.
Siamo quindi di fronte a una scelta specifica di Sony, non a una necessità ineluttabile del mercato. Ed è importante dirlo, perché nei prossimi giorni leggerete molte analisi che presenteranno questi aumenti come inevitabili, come se Sony non avesse alternative, come se chiunque al suo posto avrebbe fatto lo stesso. Non è così, o almeno non necessariamente.
Sony ha scelto. Aveva degli obiettivi finanziari, aveva delle pressioni dagli investitori, aveva dei numeri da far tornare. E ha scelto di scaricare una parte di quel peso sui consumatori, con la certezza (probabilmente fondata) che la domanda per PlayStation non crollerà. Perché l'ecosistema è troppo solido, le esclusive troppo forti, il brand troppo radicato. Chi vuole giocare a certi titoli non ha alternative. E Sony lo sa benissimo.
C'è un'altra cosa che vale la pena dire, e che riguarda il futuro più che il presente. Nelle scorse settimane si è tornato a parlare con insistenza di PS6, attesa secondo le indiscrezioni più accreditate tra il 2027 e il 2028. In un mondo in cui PS5 standard, a ciclo quasi concluso, viene venduta a 650 euro, quale sarà il prezzo di lancio della prossima generazione? Mille euro? Milleduecento? Sono domande legittime, non provocatorie, perché la traiettoria che stiamo osservando ha una direzione molto chiara, e ignorarla sarebbe disonesto.
Per anni abbiamo ragionato di console gaming come di un ecosistema accessibile, alternativo al PC proprio in virtù di un prezzo d'ingresso contenuto. Quella narrativa sta diventando sempre più difficile da sostenere. PS5 Pro a 900 euro non è più lontana da una GPU di fascia media. PS5 standard a 650 euro non è più così distante da un PC da gaming entry level. Il vantaggio competitivo tradizionale delle console, semplicità d'uso più costo accessibile, sta reggendo solo sul primo fronte.
E quando anche il secondo fronte cede, chi rimane? Sony ha tutto il diritto di fare le sue scelte di business. Nessuno lo nega. Le aziende non sono enti filantropici, gli azionisti esistono, i bilanci vanno chiusi. Ma esiste anche una responsabilità verso un pubblico che ha scelto un ecosistema, che ci ha investito denaro e tempo, che ha comprato i giochi, gli abbonamenti, gli accessori, le versioni aggiornate delle console. Un pubblico che in molti casi non ha la flessibilità economica per assorbire aumenti di questa portata senza che la cosa lasci un segno.
L'innovazione, ci dice Sony, va sostenuta. Vero. Anzi, verissimo. Peccato che a sostenerla, come quasi sempre in questa industria, siate chiamati a farlo voi. Con i vostri soldi, con la vostra fedeltà, con la certezza che alla fine pagherete comunque, perché l'alternativa è rinunciare a qualcosa che amate. E loro lo sanno.