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Pro
- Casting perfetto, performance che bilancia comicità e credibilità.
- Il tono è finalmente quello giusto.
- Ogni scontro dice qualcosa dei personaggi.
- Un mucchio di citazioni ai giochi.
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Contro
- Qualche trama lasciata in sospeso per il terzo capitolo.
Il Verdetto di Cultura POP
C'è una domanda che aleggiava di genere da quando, nel 2021, il reboot di Mortal Kombat (qui la mia recensione) aveva fatto il suo ingresso nelle sale: era davvero possibile costruire un franchise cinematografico solido attorno a uno dei videogiochi più iconici e violenti della storia?
La risposta, dopo cinque anni di attesa, un cambio di sceneggiatore e qualche slittamento di data, è finalmente arrivata. E la risposta è sì. Mortal Kombat II, diretto ancora da Simon McQuoid su sceneggiatura di Jeremy Slater, non è soltanto un passo avanti rispetto al predecessore: è il film che questo franchise meritava fin dall'inizio.
Lo dico con piena consapevolezza di cosa significhi fare questa affermazione. Il primo capitolo era un film imperfetto, generoso nell'amore per il materiale sorgente ma zoppo nella costruzione narrativa, troppo preso a spiegare le regole del mondo per ricordarsi di abitarlo davvero. Il torneo, paradossalmente, non c'era.
I combattimenti c'erano, la mitologia c'era, ma lo scheletro portante della saga, quello che da trent'anni muove milioni di giocatori a premere i tasti di un controller, era rimasto fuori campo. Con il secondo capitolo, McQuoid e Slater correggono il tiro in maniera chirurgica, e lo fanno con una consapevolezza stilistica che lascia piacevolmente sorpresi.
Choose your destiny, again
Il punto di partenza narrativo è solido e immediato. Shao Kahn, interpretato da un monumentale Martyn Ford, ha già conquistato il regno di Edenia dopo aver ucciso il re Jerrod in un combattimento finale. Ha preso con sé la regina Sindel e ha allevato la figlia Kitana come propria.
Anni dopo, Kitana è il suo guerriero più formidabile, e il suo prossimo obiettivo è l'Earthrealm, il regno della Terra, protetto da Lord Raiden. L'intelaiatura è quella del videogioco originale, rispettata nei suoi punti fondamentali, e questo conta: chi conosce la saga riconoscerà immediatamente i riferimenti, chi non la conosce avrà comunque tutto il necessario per orientarsi.
Al centro dell'intera operazione c'è però un nome solo: Johnny Cage, interpretato da Karl Urban. Era il personaggio più atteso, quello che il primo film aveva deliberatamente tenuto in serbo come asso nella manica, e Urban lo consegna al pubblico con una performance che è, senza esagerazioni, il cuore pulsante del film.
Urban porta con sé quella rara capacità di essere contemporaneamente ridicolo e credibile, di strappare una risata e poi, nel giro di trenta secondi, trasformare la stessa scena in qualcosa di emotivamente autentico. Il suo Johnny Cage non è una macchietta: è un personaggio scritto con cura, dotato di un arco narrativo che funziona, e Urban lo abita con la padronanza di un attore che sa esattamente cosa sta facendo. Il casting è, in questo senso, probabilmente la decisione migliore dell'intero progetto.
Accanto a lui, però, non c'è un personaggio secondario: c'è Kitana. Adeline Rudolph porta sullo schermo la figlia adottiva di Shao Kahn con una presenza scenica che cresce progressivamente nel corso del film, fino a diventare il vero motore emotivo della storia.
Lo sceneggiatore Slater compie qui una scelta narrativa interessante: rovescia la formula classica del revenge movie, uccidendo il padre invece della madre, e consegna a Kitana un percorso di riscatto che per una volta non passa attraverso il sacrificio femminile ma attraverso la sua agency diretta. È un dettaglio che in altri contesti potrebbe sembrare piccolo, ma nel genere dei videogiochi adattati per il cinema, storicamente non benevolo nei confronti dei personaggi femminili, non è affatto piccolo.
Il film gestisce bene anche il resto del cast, che è numeroso e potenzialmente dispersivo. Josh Lawson torna come Kano con la stessa energia caotica del primo capitolo, e il suo apporto comico bilancia efficacemente i momenti di tensione. Ludi Lin, Jessica McNamee, Mehcad Brooks e Lewis Tan hanno tutti il loro spazio, i loro momenti, le loro ragioni di esistere nella storia. Joe Taslim come Bi-Han e Hiroyuki Sanada nei panni di Hanzo Hasashi aggiungono il peso specifico che ci si aspetta da loro. Non è un film che sacrifica il cast sull'altare del protagonista singolo, e questo è un merito non da poco per una produzione di questo tipo.
La violenza come linguaggio
Bisogna parlare della violenza, perché in un film chiamato Mortal Kombat la violenza non è un elemento accessorio: è il testo, non il sottotesto. Il primo film aveva già alzato l'asticella rispetto a qualsiasi adattamento precedente, ma il secondo capitolo va oltre con una consapevolezza quasi programmatica. Le fatality ci sono, sono elaborate, sono esplicite, e sono integrate nel racconto in maniera tale da non risultare mai gratuite nel senso peggiore del termine, quello in cui la violenza esiste solo per sé stessa senza dire nulla.
McQuoid e il suo team di coreografi costruiscono sequenze di combattimento che hanno una logica interna. Ogni scontro racconta qualcosa dei personaggi che lo abitano: il modo in cui Kitana combatte dice chi è Kitana, il modo in cui Johnny Cage gestisce le sue arcane dice chi è Johnny Cage. Non è solo action fine a sé stesso: è caratterizzazione in movimento. E in un film di questo genere, dove il rischio di ridurre i combattimenti a semplici attrazioni visive è altissimo, questa è una distinzione fondamentale.
La fotografia serve bene questo impianto. I colori sono saturi, quasi eccessivi, con quella patina visiva che rimanda esplicitamente all'estetica del videogioco senza mai diventare parodistica. Le ambientazioni tra i diversi realm (pieni zeppi di citazioni ai giochi, specie i classici) hanno una personalità propria, e la produzione investita in direzione artistica si vede chiaramente sullo schermo.
La vera svolta rispetto al primo film, però, è di natura tematica prima ancora che tecnica. Mortal Kombat II ha capito che cosa deve essere: un blockbuster di genere che prende sul serio i propri personaggi senza prendersi sul serio come prodotto. C'è ironia, c'è autocommiserazione, c'è il piacere sincero di abitare un universo assurdo con piena convinzione. Il tono è quello che negli anni Novanta rendeva certi film di arti marziali irresistibili: esagerato, sopra le righe, ma mai cinico, mai distaccato.
Questo cambio di rotta è merito diretto di Slater, che porta al materiale una sensibilità diversa rispetto allo sceneggiatore del primo capitolo. La sceneggiatura ha ritmo, ha battute che funzionano, ha una struttura a tre atti che rispetta le aspettative del genere senza essere meccanica. Non è scrittura da Oscar, e non deve esserlo: è scrittura efficace per il tipo di storia che il film vuole raccontare, e su questo piano fa il suo lavoro egregiamente.
Non tutto funziona alla perfezione, e sarebbe disonesto non dirlo. Alcune sotto-trame rimangono aperte in maniera deliberata, in vista del terzo capitolo già annunciato, e questo a tratti crea la sensazione di assistere a un episodio di una serie più che a un film compiuto.
Sono difetti trascurabili che non intaccano la sostanza di un film che riesce nell'impresa più difficile che potesse porsi: essere un adattamento da videogioco che rispetta la propria fonte, intrattiene il pubblico generalista e, per una volta, fa sentire chi ha passato migliaia di ore davanti a quegli schermi pixelati negli anni Novanta che qualcuno abbia finalmente capito perché quella saga era speciale.
Il franchise che può funzionare
Il box office dirà quello che deve dire, e le proiezioni delle prime giornate sembrano incoraggianti. Ma al di là dei numeri, ciò che Mortal Kombat II dimostra è che il progetto cinematografico attorno a questa saga ha trovato la sua identità.
Il primo film era un esperimento, una prova generale. Il secondo è un film vero, con una visione coerente, con personaggi che si ricordano, con sequenze d'azione che restano impresse. È quello che si chiede a un blockbuster di genere, e McQuoid lo consegna. Flawless Victory.