Raging Loop, quando il giorno della marmotta finisce male – Recensione

Un lupo mannaro giapponese...in Giappone

Recensione
A cura di DottorKillex - 7 Novembre 2019 - 12:27

Nel marasma di uscite di primo piano che sta caratterizzando questo autunno, è facile perdere di vista titoli minori, che, senza la spinta di un battage pubblicitario degno di questo nome, rischiano seriamente di cadere troppo presto nel dimenticatoio, al di là di eventuali meriti.
Noi di SpazioGames siamo in prima linea per evitare che questo succeda ai nostri lettori e oggi ci occupiamo di un titolo che senza la nostra segnalazione avrebbe seriamente rischiato di andare perso: stiamo parlando di Raging Loop, visual novel giapponese pubblicata in Europa dai ragazzi di Pqube.

La ridente campagna giapponese

Haruaki Fusaishi ha ventiquattro anni, vive a Tokyo ed è appena stato lasciato dalla fidanzata: con un pizzico di superficialità, immerso nelle comodità della vita metropolitana, ritiene che gli sia capitata una tragedia indicibile e pensa di trovare ristoro nella ridente campagna giapponese. Imbraccia così il suo casco e si mette in sella alla sua moto, senza destinazione, deciso a stare un po’ da solo con se stesso: peccato che manchi di una mappa e del senso dell’orientamento, e si ritrovi presto sperduto tra i monti che circondano la capitale giapponese.

Raging Loop, quando il giorno della marmotta finisce male – Recensione

La fortuna sembra arridergli quando incontra un convenience store nel bel mezzo del nulla (in Giappone spuntano come i funghi, d’altronde, ndr), dove può fermarsi, rifocillarsi e chiedere indicazioni stradali… se non fosse che incappa nella commessa più acida e losca della storia dei minimarket, che lo indirizza, controvoglia, verso un insediamento non troppo lontano, stranamente non segnato sulla mappa.

Tra la stanchezza incombente, il buio sulla strada e una nebbia fittissima, il nostro rimane vittima di un incidente che, pur non lasciando segni sul suo corpo, lo lascia a piedi nel bel mezzo del nulla, a poca distanza da un fiume. Lì, inspiegabilmente, il ragazzo si imbatte dapprima in una torcia abbandonata, accesa, e poi in una ragazza molto carina, che, senza conoscerlo, prima lo salva e poi lo invita da lei, dove passeranno una notte ad alto contenuto alcolico, tra risate e scherzi di vario genere.

Se già fin qui le premesse vi sembrano quantomeno sui generis, aspettate di sentire il resto: Haruaki è, di fatto, prigioniero di un villaggio di reietti, Yasumizu, non segnato sulla mappa in quanto creato dagli abitanti di Kamifujiyoshi (un vicino villaggio) per mandarci gli ostracizzati, ovvero i non benvenuti tra loro. Ben presto, una nebbia innaturalmente spessa calerà sul minuscolo insediamento, imprigionandone gli abitanti al suo interno e costringendoli a sottostare al cosiddetto “Feast”, un macabro rito sacrificale in cui uno degli abitanti perisce ogni notte.
Questo, secondo la quindicina di persone che vivono a Yasumizu, è il volere del dio della montagna, in collera con gli umani e assetato di vendetta:nondimeno, nella sua somma giustizia, il dio concede agli umani la possibilità di difendersi.

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Questa prende la forma delle figure guardiane, capaci di mettere i bastoni tra le ruote ai lupi, ovvero gli umani in cerca di sangue: due scimmie, un serpente, un corvo ed un ragno sono i migliori alleati degli umani, che tengono ogni giorno una riunione durante la quale ne sfruttano i poteri per smascherare il (o i) colpevole ed impiccarlo.
Il gioco finisce (e con esso la nebbia) solo quando tutti i lupi sono stati scoperti ed uccisi…o quando tutti gli umani sono stati sventrati.
Alla faccia del potere taumaturgico della campagna giapponese e delle gite in moto.

Raging Loop basa il suo fascino non solo sulla mescolanza tra folklore nipponico e leggende occidentali (i lupi mannari non trovano precedenti nella cultura giapponese), ma anche nella continua alternanza tra sottotrame soprannaturali e ricerca di un colpevole che è prima di tutto umano. Per quanto non distanti da stereotipi ben noti agli amanti dei manga e della cultura giapponese in generale (la madre di famiglia timida, il vecchio sapiente ma scorbutico, il giovane dal cuore tenero e dai bicipiti di ferro), i personaggi riescono ad interessare il giocatore e a svolgere egregiamente il proprio ruolo nel gioco di scacchi che inizia a pochi minuti dai titoli di testa, per proseguire fino in fondo alla seconda e terza run.

Dopo un inizio lento, in cui gli sceneggiatori si sono presi il tempo di introdurre e circostanziare luoghi, persone ed usanze, il titolo preme forte sull’acceleratore, rivelando un ritmo non comune tra le visual novel, spesso così incalzante da non lasciare il tempo di digerire gli avvenimenti a schermo. A fronte di un gameplay risicato e di valori produttivi appena sufficienti, come vedremo nei paragrafi successivi, è allora lo storytelling a tenere in piedi la baracca, peraltro in maniera più che dignitosa.

Raging Loop, quando il giorno della marmotta finisce male – Recensione

Minimalismo ludico

Si fatica a parlare di vero e proprio gameplay per quanto concerne Raging Loop: le origini del prodotto, pubblicato per la prima volta su smartphone nel solo territorio giapponese circa quattro anni fa, si fanno sentire, limitando al minimo l’interazione da parte del giocatore e concentrando tutte le attenzioni sulla narrazione.

Sebbene questo implichi una fruizione molto passiva dell’opera, diversamente da quanto proposto in tempi recenti da prodotti come il recente AI The Somnium Files o anche Root Letter, dove l’elemento investigativo coinvolgeva il giocatore in prima persona, non ci sentiamo di condannare il prodotto Kemco per questo. Piuttosto che proporre fasi interattive raffazzonate o posticce, limitate dalla pochezza del budget a disposizione, il team di sviluppo ha scelto di riproporre l’opera originale nella sua interezza, riadattando solo le dimensioni del font ed i menu, invero bruttini nonostante il restyling.

Di snodo in snodo, la trama si srotola dinanzi agli occhi del lettore (perché, fondamentalmente, di questo si tratta) in maniera fluida ma inaspettata, lasciando che il giocatore accumuli chiavi speciali in seguito a decisioni infelici: ogni volta che ci si staccherà dal percorso prestabilito, si andrà incontro ad una morte prematura, con conseguente bad ending. A ogni morte, al giocatore sarà rilasciata una chiave necessaria per sbloccare una o più scelte che gli consentono di non incappare nuovamente in quella dipartita: grazie ad un comodo flow chart, il gioco risparmia all’incauto Haruaki di rileggere decine di righe di testo già visionate, salvando automaticamente proprio prima delle scelte fondamentali.

Raging Loop, quando il giorno della marmotta finisce male – Recensione

Una volta in possesso delle giuste chiavi, e dopo aver fatto collezione di improbabili morti (ad alcune delle quali sono legati i trofei più curiosi), il giocatore avrà finalmente un’idea precisa della situazione e potrà avanzare lungo il percorso principale, da ripetere almeno due volte se davvero si vuole arrivare a diradare le temibili nebbie che avvolgono Yasumizu.

La necessità di tornare sui propri passi e di rigiocare da prospettive diverse sezioni già viste non è nuova nel genere, ma è qui implementata in maniera snella ed intelligente, e consente al giocatore di imparare sempre qualcosa di nuovo di run in run, a tutto vantaggio della rigiocabilità dell’opera, che si presta ad essere ripresa anche a settimane o mesi di distanza dalla prima conclusione.

Qualche nota dolente

Se, come letto, l’intreccio e la caratterizzazione dei personaggi di Raging Loop ci hanno convinto, altrettanto non possiamo dire dei valori produttivi e del comparto tecnico in generale, fortemente limitati dal budget a disposizione. Kemco, si sa, è uno sviluppatore nipponico di dimensioni minuscole, che si è fatto un nome perlopiù in ambito mobile con la realizzazione di JRPG molto classici, omaggio ai tempi del Super Nintendo. Ma se, in quel contesto, la pochezza della presentazione poteva essere giustificata anche dal prezzo richiesto, che variava da pochi spiccioli fino a titoli completamente gratuiti, qui, a causa dei circa trenta euro necessari per il download digitale (esiste anche una versione fisica al costo di ulteriori dieci euro) si fatica un po’ di più a chiudere un occhio.

Raging Loop, quando il giorno della marmotta finisce male – Recensione

A fronte di una discreta direzione artistica, allora, ci si trova dinanzi a schermate statiche piuttosto povere, ad una localizzazione in lingua inglese non priva di qualche errore e ad un doppiaggio piuttosto rado, sebbene ben fatto. Nonostante tutte le scene più importanti siano doppiate, per intenderci, il tempo passato a leggere sarà molto di più di quello passato ad ascoltare le buone prove recitative degli attori giapponesi.

In tutta onestà, dopo lo smarrimento iniziale, dovuto all’ottimo livello che le visual novel giapponesi hanno saputo raggiungere negli ultimi anni (Steins;Gate Elite e Danganronpa 3 sono i primi esempi che vengono in mente), l’arretratezza del comparto tecnico smette di essere un problema, anche se spesso è lì a ricordarci quanto poco sia stato investito nel prodotto.

Lo sottolineiamo con rammarico, perché le sei o sette tracce di cui è composta la colonna sonora ci sono piaciute molto, e ci siamo sorpresi a fischiettarle anche a console spenta; ma, appunto, su venti ore di gioco sei o sette tracce sono un po’ poche per gli standard odierni dell’industria videoludica.

Soddisfacente anche la durata complessiva: per raggiungere il vero finale abbiamo impiegato circa venti ore, ottenendo in premio anche la Revelation Mode, ovvero la possibilità di ricominciare il gioco potendo quasi leggere nella mente degli altri personaggi, aprendo così a sviluppi totalmente inediti.

+ Storia intrigante
+ Pochi personaggi ma tutti ben caratterizzati
+ Longevo e rigiocabile
+ Sei o sette tracce memorabili...
- Valori produttivi appena sufficienti
- ...che, però, sono le uniche del titolo

7.6

Raging Loop rappresenta un’ottima prima prova per Kemco nell’ambito delle visual novel, nonché un titolo che gli appassionati del genere non dovrebbero farsi sfuggire, per merito soprattutto di una storia sorprendente e di un cast di personaggi atipici e sopra le righe. Peccato, allora, che i valori produttivi siano così limitati, tra schermate fisse di rara pochezza, errori nei sottotitoli e un doppiaggio riservato alle scene più importanti. Speriamo comunque che il prodotto riscuota il successo che merita, perché siamo curiosi di vedere cosa potrebbe fare il team giapponese con un budget più sostanzioso.




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