Pathfinder: Kingmaker Recensione | Il CRPG che omaggia i classici

I ragazzi di Owlcat Games sono dei fan di Pathfinder – gioco di ruolo cartaceo edito da Paizo – e di tutta la scuola dei CRPG in stile Baldur’s Gate e che il recente Pillars of Eternity 2 ha ripreso in toto, e Pathfinder: Kingmaker è l’unione ideale di queste due passioni. Il titolo, dopo aver accumulato poco più di 900mila dollari su Kickstarter, si appresta quindi alla release finale su PC. L’idea è quella di coniugare i giochi di ruolo classici dell’epoca che fu con il regolamento di Pathfinder, che è stato tradotto in linguaggio videoludico per la stragrande maggioranza (o almeno tutto quello che era possibile fare).

L’impressione, nelle prime ore di gioco, è quella di giocare qualcosa di già visto. Da un lato è una precisa volontà degli sviluppatori omaggiare quel tipo di gameplay, con tanto di interfaccia che ricorda moltissimo i CRPG di quell’epoca, ma dall’altra potrebbe amareggiare questa eccessiva voglia di ispirarsi a titoli del passato, senza creare qualcosa di veramente iconico e proprio. Tuttavia, dopo le prime ore di gioco, Pathfinder: Kingmaker respira a pieni polmoni aprendo spalancando le porte del gameplay alla componente gestionale – quel kingmaking di cui il titolo – ampliando ancora di più gli orizzonti di quella che è un’avventura corposa, piena di cose da fare e a cui pensare, altamente personalizzabile e, per chi non disdegna un po’ di old school, tremendamente affascinante.

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Il mio d20 per un Regno!

Come detto, Pathfinder: Kingmaker è ambientato nel setting ufficiale di Pathfinder, ovvero il Mare Interno. Precisamente nel Brevoy, un continente le cui lotte politiche tra casati nobili strizza l’occhio al Trono di Spade. È proprio la casata degli Aldori, nobili e maestri d’arme, che chiama a raccolta gli avventurieri da tutto il mondo per offrire loro un incarico a dir poco allettante: il titolo di barone e conseguente regno in cambio della vita dello Stag Lord, il capo di un folto gruppo criminale che infesta le Stolen Lands. Proprio dopo l’udienza generale al palazzo degli Aldori, l’edificio viene invaso da assassini e mercenari vari che passano a fil di spada tutti gli avventurieri. Da qui inizia l’avventura, tra insinuazioni e complotti, alla ricerca dello Stag Lord e della sua testa ornata da un maestoso teschio di cervo adulto.

Nelle prime ore, Pathfinder: Kingmaker mette di fronte al giocatore una quest a tempo, perché gli Aldori forniranno solo qualche settimana a tutti gli avventurieri per abbattere lo Stag Lord, con l’obiettivo di scovare i più valorosi a governare le Stolen Lands. Il tempo è scandito tramite gli spostamenti in termini di gioco e, nonostante la spada di Damocle della scadenza, la realtà è che c’è tutto il tempo per esplorare una parte delle terre intorno alla città degli Aldori, Restov. Già nelle battute iniziali c’è la possibilità di andare in giro per i tanti luoghi sparsi per la mappa a prescindere da quelli suggeriti per l’avventura principale, l’occasione per scoprire una delle asperità più grandi di Pathfinder: Kingmaker.

L’esperienza old school non è infatti da relegare solamente alle meccaniche di gioco, ma anche ad una difficoltà parecchio elevata, forse troppo in alcuni casi. Capita infatti di ritrovarsi di punto in bianco in uno scontro decisamente troppo difficile, per morire in pochissimi secondi senza nessuna possibilità di contrattaccare (e neanche scappare, che è praticamente impossibile in ogni combattimento). A volte c’è un problema di bilanciamento, ma più spesso ci si trova di fronte a situazioni che vanno solamente “lette”, per così dire. Buttarsi a capofitto negli scontri senza prepararsi, pianificare ed apprendere i punti deboli di nemici e mostri, significa spesso morire senza pietà in Pathfinder: Kingmaker. La difficoltà Normale è già molto impegnativa, ma fortunatamente è possibile personalizzare il livello di sfida attraverso una miriade di parametri, tra cui i danni degli avversari, la potenza (o l’assenza o meno) dei colpi critici, così come la morte definitiva. Quindi, anche senza impostare la difficoltà al minimo, c’è la possibilità di personalizzare l’esperienza sulle proprie capacità, per poi cambiare le impostazioni anche in corso d’opera durante l’avventura.

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Per quanto riguarda la struttura ludica, Pathfinder: Kingmaker vi chiederà di creare un personaggio, oppure di scegliere tra alcuni pre-generati. In questo senso chi non conosce il sistema del gioco di ruolo originale verrà subito sopraffatto da una marea di statistiche, abilità, definizioni e cose da imparare. Bisogna sottolineare come Owlcat Games abbia infarcito in maniera copiosa il gioco di suggerimenti e spiegazioni, sia per quanto riguarda le regole che l’ambientazione (durante i dialoghi i nomi più interessanti sono evidenziati, e possono essere cliccati per aprire una mini-enciclopedia per approfondire l’argomento). Anche in questo caso è possibile decidere che il gioco crei e poi livelli il personaggio in automatico, così da potervi godere l’avventura in tranquillità. Un’opzione che però vi sconsigliamo, perché il sistema di Pathfinder è una manna per chi ama le build, ed in generare creare le migliori combinazioni tra le molte classi e razze che il gioco offre, così come per abilità e talenti. Stesso trattamento riservato agli alleati che mano a mano conoscerete nel corso del gioco, di cui potrete personalizzare la crescita oppure lasciare tutto allo sviluppo automatico.

Le abilità dei personaggi servono anche nelle sezioni narrative. Nelle sequenze in cui bisogna usare un’abilità, che sia di gioco o legata all’aspetto narrativo, il gioco selezionerà in automatico l’alleato con il valore più alto, così da evitare il più possibile degli spiacevoli risultati. Interessante anche lo sviluppo dell’allineamento del personaggio che, come da regolamento originale, oscilla tra caos, legge, bene e male. In certi momenti dei dialoghi ci viene evidenziata quale sia la risposta legata ad un particolare allineamento, ed a seconda della nostra tendenza nelle risposte gli alleati modificheranno la loro percezione del personaggio di conseguenza. Nella maggior parte dei casi, però, le risposte sono slegate da qualsiasi suggerimento e bisogna leggere molto attentamente le sfumature per capire quale sia il tono della risposta che vogliamo il personaggio dia (e questo rende indispensabile una più che buona conoscenza dell’Inglese, per altro).

A parte l’esplorazione ed il combattimento, che riprendono in buona sostanza gran parte di ciò che si è visto nella storia con i CRPG con tanto di pausa tattica, una buona parte dell’esperienza di Pathfinder: Kingmaker è nella gestione del regno che il protagonista arriverà ad ottenere. Tra il dipanarsi dell’avventura che vedrà la comparsa di misteriosi troll inaspettatamente resistenti al fuoco, oltre ad altri avvenimenti che non vi sveliamo, sarà necessario espandere il nostro regno (anche in questo caso, gameplay impostabile in maniera del tutto automatica se non vi interessa troppo intervenire in prima persona). Bisogna reclutare consiglieri, mandarli in spedizione a fare accordi, a risolvere situazioni belliche, oppure indagare su strani avvenimenti. Nel frattempo, grazie ad un semplicissimo sistema di costruzione basato su dei “punti baronia”, dovremmo ergere delle costruzioni, investire in nuovi progetti ed annettere nuove porzioni della mappa (con la forza, la diplomazia o il denaro, ovviamente). Tutto ciò mentre si continua ad esplorare, combattere e saccheggiare dungeon, visto che verremo avvisati delle notizie tramite dei messaggi.

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Interessante anche il metodo con cui viene gestito l’accampamento ed il riposo. Ogni eroe sarà dedicato ad un aspetto della vita da campo come la caccia, la cucina, la necessità di nascondere l’accampamento alla vista, ed ovviamente i turni di guardia, dove un avventuriero sarà ovviamente più esperto o competente di un altro, rendendo più sicuri i tiri di probabilità da effettuare durante la notte.

C’è veramente tanto da fare perché tra le decisioni per l’espansione del regno (con tanto di eventi a scadenza che potrebbero portare a risultati spiacevoli) e la miriade di luoghi sparsi per la mappa con relative missioni e sviluppi, Pathfinder: Kingmaker risulta un’avventura davvero pregna di contenuti. Certo, non sempre esaltanti allo stesso modo, ma quanto meno presenti in quantità considerevoli. A questo proposito è bene citare la presenza di Chris Avellone per quanto riguarda l’impianto narrativo, che a volte è molto appassionate sia nelle storie principali che in quelle secondarie (soprattutto alcune delle missioni dedicate ai comprimari e delle idee ad esse collegate), ma in alcuni casi si lascia andare a cliché e dialoghi non del tutto appassionanti.

Esteticamente, infine, Pathfinder: Kingmaker mostra tutta la sua natura di progetto a “basso” budget. Se il colpo d’occhio è tutto sommato piacevole, con gli ambienti costruiti in 3D e ben arredati (sebbene molti asset vengano riciclati spesso), con degli effetti di luce pregevoli tra candele ed effetti degli incantesimi, i modelli dei personaggi (che nella maggior parte dei casi si vedono da lontanissimo) sono davvero molto spigolosi, al limite dell’anacronistico. Ottima invece la costruzione estetica dell’interfaccia, così come le illustrazioni che compaiono nelle schede dei personaggi e, in generale, tutto il comparto di disegni ed illustrazioni all’interno del gioco.

Mappa piena di luoghi da visitare
Narrativa generalmente (ma non sempre) più che buona
Colonna sonora pregevole
Graficamente ha alti e bassi
Alcuni frangenti fin troppo frustranti
Non conoscere Pathfinder significa dover imparare tante regole in poco tempo

7.9

Pathfinder: Kingmaker è un titolo che non vuole rivoluzionare affatto i CRPG ma, anzi, ci si tuffa completamente all’insegna della nostalgia e dell’amorevole omaggio. Tuttavia, andando ad esplorare oltre la sensazione di “già visto” che inevitabilmente coglierà gli appassionati del genere, Pathfinder: Kingmaker si dimostra un’avventura corposa, ben realizzata dal punto di vista narrativo e ludico, in grado di rapirvi letteralmente per lunghissime ore di sessioni di gioco. Non tutto è perfetto, perché all’insegna dell’old school c’è una difficoltà che a volte non è sempre bilanciatissima (ma Owlcat Games sta ascoltando i feedback degli utenti dal day one ed è sempre al lavoro), ma sull’altro piatto della bilancia c’è la possibilità di personalizzare l’esperienza di gioco in modo quasi totale.