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Immagine di La Grazia, recensione: il dubbio come forma di verità

Movie & Streaming

La Grazia, recensione: il dubbio come forma di verità

La Grazia osserva l’istituzione e l’uomo dietro di essa, lasciando che il dubbio diventi la sua forma più autentica di verità.

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Avatar di Nicholas Massa

a cura di Nicholas Massa

Redattore Cultura POP @SpazioGames

Pubblicato il 11/01/2026 alle 12:00
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In sintesi

La Grazia di Paolo Sorrentino racconta il viaggio interiore di un Presidente della Repubblica giunto alla fine del mandato, chiamato a confrontarsi con dilemmi morali che mettono in crisi certezze giuridiche e personali. La pellicola intreccia potere, fede, famiglia e perdita, abbandonando ogni intento didascalico per interrogare la fragilità dell’essere umano.  
  • Pro
    • La capacità di Paolo Sorrentino di costruire un cinema elegante e universale.
    • Una scrittura solida, fatta di immagini e dialoghi incisivi.
  • Contro
    • Il passo misurato e la struttura sospesa, priva di vere risoluzioni, possono risultare esigenti e richiedere grande attenzione e ascolto da parte dello spettatore.
    • -

Il Verdetto di Cultura POP

9
La Grazia  è un film elegante e sospeso che, attraverso la figura di un Presidente della Repubblica, riflette sul conflitto tra raziocinio e imprevedibilità della vita, interrogando la coscienza prima ancora del diritto. Lontano da qualsivoglia intento didascalico, il racconto intreccia potere, fede, famiglia, perdita e responsabilità individuale, affidandosi a una scrittura fatta di immagini e dialoghi capaci di restituire la fragilità dell’umano.

Tornando nel cinema di Paolo Sorrentino si resta sempre un minimo in attesa, pronti a percepire l’impercettibile oltre le cose della vita. Questo regista ci ha abituati a un modus operandi che parte dal concreto per poi investire tutto il resto, facendo delle proprie storie motivo di riflessione più ampio, sfaccettato e complesso, ma anche avvicinabile in qualche modo, vicino ai moti stessi di un’esistenza che è inevitabilmente comune a tutti quanti. Con La Grazia ci si ritrova coinvolti nel viaggio di un uomo apparentemente inamovibile nei gesti e nei modi, fermo eppure sospeso, tracciato da quella sospensione che è insieme studio e messa in dubbio del conosciuto e del presunto tale.

Disponibile nei cinema italiani dal 15 gennaio 2026, La Grazia mette in chiaro immediatamente un particolare connubio/scontro fra raziocinio e vita, fra il seguire una filosofia studiata e l’impagabile imprevedibilità dell’esistere.

Nel farlo, però, il lungometraggio di Paolo Sorrentino dimostra nuovamente una particolare consapevolezza di fondo che abbandona subito qualsiasi intento didascalico, per abbracciare una sincerità di fondo che coinvolge sempre e comunque la sfera più fragile dell’umano.

Un dilemma forse universale

Al centro di La Grazia troviamo Mariano De Santis (Tony Servillo). Questo occupa il più alto scranno della Repubblica, figura istituzionale di solida autorevolezza e rigore morale. Il suo profilo pubblico è quello di un uomo che ha attraversato e vissuto il diritto e le istituzioni con disciplina e rispetto, incarnando una presidenza sobria, lontana da clamori e personalismi di sorta.

La sua dimensione privata è segnata da un’assenza che pesa nel silenzio delle giornate, sempre occupate da un lavoro chiaramente vocazione. Rimasto vedovo, il protagonista di La Grazia vive un cattolicesimo intimo e riflessivo, mai ostentato.

© Andrea Pirrello
Immagine id 36763

Accanto a lui c’è Dorotea (Anna Ferzetti), la figlia che ha tentato, da sempre, di seguire le sue orme professionali diventando giurista, e a lui legata da un rapporto complicato che non ha mai trovato una prosecuzione emotiva troppo ordinata.

Giunto alle battute finali del mandato, il tempo di De Santis pare dilatarsi tra rituali ripetuti e un’agenda sempre più leggera. La routine istituzionale, svuotata dell’urgenza del potere, lascia spazio a una calma solo apparente, destinata a essere incrinata da decisioni rimandate forse anche fin troppo.

Sul tavolo del Presidente arrivano infatti due richieste di grazia, entrambe complesse, entrambe capaci di mettere in crisi ogni facile certezza, di pari passo con un'altra cosa.Qui l’etica e l’approccio più amministrativo si annodano al punto di interrogare la coscienza prima ancora del diritto, e La Grazia si trasforma gradualmente in altro. Dilemmi che, in modo sottile e perturbante, finiscono per intrecciarsi con la sua storia personale.

Assalito dal dubbio e costretto a guardare oltre le formule giuridiche, De Santis affronta l’ultimo banco di prova della sua presidenza. La scelta che lo attende sembra non concedere né scorciatoie né neutralità. Sarà proprio nel momento della massima incertezza che emergerà il peso della responsabilità, e con essa la statura di un uomo chiamato a decidere fino in fondo.

Guardare tutte le cose

Quello che sorprende, di primo acchito, con La Grazia, è proprio il suo essere tanto elegante e apparentemente distaccato quanto universale. L’universalità delle tematiche è una delle cose più difficili, e al tempo stesso affascinanti, della pellicola di Sorrentino.

© Andrea Pirrello
Immagine id 36760

Si passa dalla storia di un uomo molto potente, temuto quasi, e profondamente rispettato, a un racconto di intimo rammarico, di legami d’amore perduti, per poi arrivare al tema della famiglia, alla morte e al significato della stessa esistenza.

Un insieme di riflessioni del genere potrebbe spaventare, certo, eppure La Grazia riesce a tenere tutto insieme proprio grazie alla scrittura di fondo, sia in termini di sceneggiatura che di immagini.

A spiccare, non a caso, sono alcuni dialoghi che diventano immediatamente citazioni iconiche, momenti di profonda introspezione che si rispecchiano nella stessa anima eccentrica di alcuni personaggi in particolare, guarda la Coco Valori portata sul grande schermo da Milvia Marigliano, ad esempio, trasformando un cinema tecnicamente studiato in uno specchio imperfetto e fragile, attraente proprio perché credibile nel suo incedere più emotivo.

Nel raccontare un periodo specifico della vita di un uomo, quindi, La Grazia di Paolo Sorrentino supera i limiti più razionali del contesto di potere nel quale sceglie di svilupparsi e affonda il proprio sguardo in un mondo continuamente sospeso fra politica e conseguenze sull’essere umano.

Potere e sentimenti, ma anche amore e tormenti. Tutti questi tasselli tagliano continuamente una narrazione che si nutre di cinema e di letteratura, che si nutre di scrittura e imprime qualcosa oltre i suoi stessi personaggi e situazioni.

© Andrea Pirrello
Immagine id 36761

È proprio in questa capacità di non chiudere mai davvero le proprie domande che La Grazia trova il suo senso ultimo e finale. Sorrentino accompagna lo spettatore verso una fine che non è risoluzione, ma sedimentazione, lasciando che il peso delle scelte, dei silenzi e delle rinunce continui a vibrare anche oltre l’ultima inquadratura rimasta.

De Santis non diventa mai simbolo puro, né semplice uomo qualunque, ma resta sospeso in quella zona intermedia che è la più onesta e la più difficile da abitare. Il film sembra suggerire che guardare tutte le cose significhi accettarne la complessità senza dover necessariamente addomesticarla.

La Grazia si chiude così come procede, con passo misurato e sguardo aperto, senza pretendere di spiegare il mondo ma limitandosi, con particolare lucidità, a osservarlo. Si tratta di un cinema che non cerca consolazioni facili, quello della pellicola in questione, e che trova la propria forza nella fragilità che mette in scena, nel dubbio che non si scioglie, nel gesto che resta in bilico.

Un lavoro per immagini che richiede attenzione e ascolto, e che ricompensa con un senso di intima risonanza, come se qualcosa, nel suo silenzioso procedere, avesse toccato un punto condiviso e difficile da definire in toto.

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Immagine di copertina: © Andrea Pirrello

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