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Pro
- II film affronta perdita e crescita con uno sguardo delicato e mai melodrammatico.
- L’uso del rotoscopio e la narrazione contemplativa valorizzano silenzi, paesaggi e quotidianità.
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Contro
- Alcune dinamiche narrative e il percorso di formazione risultano familiari e non particolarmente innovativi.
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Il Verdetto di Cultura POP
Ghost Cat Anzu è un film di una sensibilità disarmante. Funziona proprio e grazie ai dettagli più silenziosi che lo compongono, e a una particolare lentezza, in senso assolutamente positivo, sospesa tra più mondi e figlio di una cultura lontana dal nostro occidente, eppure comprensibile in alcune sue cose, leggibile anche attraverso il filtro personale di ognuno. Diretto da Nobuhiro Yamashita e Yôko Kuno, tratto dall’omonimo fumetto giapponese e disponibile nei cinema italiani il 9, 10 e 11 marzo 2026 al cinema con Animagine, la collana nata da Dynit e Adler Entertainment, questo racconto animato riesce ad andare in profondità senza risultare mai troppo scontato o prevedibile.
Interessandosi direttamente alla vita comune, Ghost Cat Anzu ne valorizza l’andamento quieto, nutrendosi di colori e momenti specifici. Al centro di tutto c’è ovviamente un racconto con tematiche precise e anche complesse, di pari passo a una fantasia che ammanta e leviga un viaggio in cui vorticano tantissime cose differenti.
E quel gatto?
Ghost Cat Anzu si apre su una tranquilla cittadina nella periferia di campagna tipicamente giapponese. Qui vive un insolito abitante: un enorme gatto arancione dalle fattezze antropomorfe che, almeno in apparenza, conduce una vita sorprendentemente in linea con quella degli altri locali. Si tratta di Anzu, una creatura che affonda le proprie radici nel folklore nipponico, un bakeneko capace di parlare e muoversi nel mondo come chiunque altro.
Le sue giornate scorrono tra abitudini semplici e domestiche, e una serie di piccoli piaceri che solamente la provincia può dare. Inoltre il protagonista felino di Ghost Cat Anzu, è piuttosto socievole con il prossimo, conoscendo praticamente tutti gli abitanti del posto.
L’arrivo inaspettato di Karin, sconvolgerà la sua esistenza fatta di abitudini e quiete. Lei è una bambina di undici anni segnata da una perdita mai superata del tutto, quella della madre. Un vuoto che continua a pesare sulla sua vita e sul suo modo di guardare a quello che la circonda.
L’incontro tra i due protagonisti di Ghost Cat Anzu genera una serie di situazioni che mettono in luce incomprensioni e una incomunicabilità che necessità di un’attenzione in più per essere decifrata fino in fondo. Nel conflitto casalingo, però, si origina pure un’alleanza inaspettata che li condurrà lungo una strada sicuramente pericolosa, in cui perdita e negazione diventano qualcosa con cui fare tangibilmente i conti.
Superare una perdita
Andando oltre lo spirito estroso di un protagonista che cattura subito l’attenzione, Ghost Cat Anzu è innanzitutto un racconto di crescita. Fra i silenzi e i momenti più sognanti che la pellicola ha da offrire, ad emergere è sicuramente il percorso di formazione che la piccola Karin si trova a vivere su di sé. Quando la conosciamo è silenziosa e scontrosa, spenta e in perfetto contrasto con questa campagna rigogliosa e verdeggiante in ogni suo anfratto.
Le ombre che la piccola si trascina dietro sono il motore principale dell’avventura che verrà formandosi gradualmente. Ghost Cat Anzu si interessa innanzitutto al tema del lutto e della perdita, ma anche a quello della genitorialità mancata o totalmente assente. Karin e Anzu, camminando a fianco, dinamizzano continuamente una narrazione che si nutre delle imperfezioni di lei, e della magia ingenua e genuina di lui.
Questo connubio contribuisce a mantenere in equilibrio un racconto non troppo inedito, in termini di scrittura, ma comunque elaborato e particolare in alcune sue scelte. Sospeso, ancora una volta, fra la dimensione dell’infanzia, in questo caso parzialmente rubata, e quella dell’età più adulta più complessa.
La poetica della crescita, poi, si muove di pari passo a un’attenzione particolare in termini di animazione. L’utilizzo del rotoscopio incide ulteriormente sulla fluidità generale di un racconto poetico e al tempo stesso familiare, lontano e vicino. Tutto sembra avere ulteriore profondità una volta impresso in questo modo, complice anche il montaggio sonoro fondamentale nel dare tridimensionalità alle immagini.
Il viaggio che Karin e Anzu intraprendono, tanto concreto quanto simbolico e imprevedibile, assume progressivamente i contorni di una discesa emotiva nei territori più fragili della memoria e del desiderio, ma anche della comprensione di sé. Senza mai cedere il passo al melodramma, Ghost Cat Anzu prende lo spettatore per mano e lo conduce nei meandri di una riflessione delicata su ciò che significa lasciare andare qualcuno e, allo stesso tempo, continuare a portarlo con sé.
In questa oscillazione costante tra il reale e il fantastico, il lungometraggio riesce a conservare sempre uno sguardo tenero, quasi pudico, che osserva i suoi personaggi senza giudicarli mai, scegliendo, piuttosto, di metterne in evidenza limiti e crescita, ponendo sul piatto una maturazione che potrebbe interessare tranquillamente pure gli spettatori davanti allo schermo.
Ghost Cat Anzu non ha fretta di arrivare direttamente da qualche parte. Senza andare troppo dritto al punto, il lavoro diretto da Nobuhiro Yamashita e Yôko Kuno preferisce rallentare lungo il cammino, osservare un paesaggio, ascoltare il rumore degli insetti o il silenzio che separa due battute di dialogo, oppure semplicemente sedersi in riva al mare a sentire i versi dei gabbiani in lontananza.
In questo tempo dilatato il film costruisce progressivamente e a modo suo il proprio significato, lasciando che sia lo spettatore a riempire quegli spazi vuoti con la propria esperienza, magari simile e vicina a quella degli stessi protagonisti. Ghost Cat Anzu è un lavoro animato gentile e malinconico che sa come parlare della perdita senza appesantirla, trasformandola piuttosto in un passaggio inevitabile della crescita, ma anche in un rocambolesco inseguimento nel centro di Tokyo, all'occorrenza.