Riconoscere il meccanismo con cui un film orienta lo spettatore non basta a dimostrare che quel meccanismo abbia fallito. Christopher Nolan ha contestato questa equivalenza durante un’intervista diretta con la podcaster cinese Zhong Shu, individuandola soprattutto nella critica cinematografica amatoriale. La capacità di decifrare un espediente, sostiene il regista, da sola non ne annulla la funzione.
Nolan porta l’esempio della costruzione di un personaggio simpatico o eroico. Lo spettatore può comprendere quali scelte narrative lo stiano spingendo a provare empatia e continuare comunque a essere coinvolto. L’efficacia del racconto, nella sua lettura, non dipende quindi dall’invisibilità assoluta dei suoi strumenti: una convenzione può essere riconoscibile e raggiungere ugualmente il risultato previsto.
Da questa premessa nasce la distinzione tra critica amatoriale e professionale. Nolan ritiene che la seconda tenda a comprendere meglio la necessità delle convenzioni narrative, mentre una parte della critica amatoriale considera la semplice identificazione del procedimento come una confutazione. Il regista mette così in discussione un approccio che riduce l’analisi alla scoperta del meccanismo impiegato dall’autore.
La difesa delle convenzioni si ferma quando un elemento diventa troppo familiare. Nolan riconosce che i tropi devono cambiare insieme al linguaggio e alla grammatica del cinema: se il pubblico acquisisce una conoscenza sempre più precisa di determinate soluzioni, chi realizza un film deve modificarle, riorganizzarle o usarle in una forma capace di produrre ancora l’effetto desiderato.
Il regista descrive il linguaggio sviluppato da Hollywood nell’ultimo secolo come una lingua cinematografica condivisa e accessibile a livello internazionale. Memento rappresenta il suo esempio più diretto del rapporto tra innovazione e convenzione: la cronologia inversa modifica la superficie del racconto, mentre la struttura profonda conserva una tradizionale articolazione in tre atti. La sperimentazione, in questo caso, funziona perché poggia su una grammatica che il pubblico può ancora riconoscere.
La conversazione affronta anche le scelte narrative e filosofiche compiute da Nolan nell’adattamento di The Odyssey, di cui abbiamo già seguito le decisioni legate al finale omerico. Durante l’intervista, il regista collega la sensibilità del film ai temi della fine della civiltà già affrontati in Oppenheimer, inserendo il nuovo progetto nella stessa riflessione sui sistemi narrativi, sulle convenzioni condivise e sul modo in cui devono evolvere.