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Avatar di Valentino Cinefra

a cura di Valentino Cinefra

Ex Staff Writer @SpazioGames

Pubblicato il 30/01/2017 alle 00:00
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Dopo quella strana presentazione all’E3 2016, che per un attimo ci aveva fatto credere che Sony avesse in esclusiva l’ennesimo horror in prima persona, Resident Evil 7 è finalmente giunto a noi. Doverosa e banale frase di apertura a parte, l’uscita di questo nuovo capitolo della saga è stata un evento molto importante, che siate fan della stessa o meno.Il risultato sembra centrato in pieno: 86 di Metacritic (al momento) e un plebiscito più o meno unanime di critica e pubblico, con le solite eccezioni. Togliendo chi deve fare per forza il bastian contrario (volevo scrivere “hipster” ma lo dicono tutti… e quindi ho fatto l’hipster. Aiuto.), la critica maggiore al titolo è che “non è un vero Resident Evil”.Non solo Resident Evil 7 è più Resident Evil di tanti altri episodi usciti negli ultimi anni (ciao Umbrella Corps!), ma è anche un prodotto che spinge a delle riflessioni molto importanti, come vedremo.

Il ritorno del R.E.In molti hanno gridato (o meglio ancora scritto): “Il RE è tornato”. Oltre alla ovvia gag dell’acronimo R.E., la verità è che sembra sia andata proprio così. Atmosfere angoscianti e visuale in prima persona, caratteristiche unite a tutte quelle dinamiche che abbiamo imparato ad amare nei Resident Evil: gestione dell’inventario, esplorazione e backtracking, mostri ed esperimenti, e così via.Lecito aspettarsi, però, che a qualcuno non sia andata giù questa cosa, probabilmente agli stessi che già nel 2005 iniziarono a brontolare. In quell’anno uscì infatti Resident Evil 4, un titolo che per molti è l’inizio del processo di snaturazione da parte di Capcom nei confronti di una delle sue serie più famose. Poco importa che, all’epoca, il titolo riscrisse (e probabilmente inventò) i third person shooter come li conosciamo ora.Con l’aggravante dei capitoli 5 e 6 della serie, oggi il settimo si ritrova nella stessa situazione del quarto. Da una parte chi dice che Resident Evil è morto, dall’altra chi dice che chi dice che Resident Evil è morto è un mentecatto e vuole solo giochi tutti uguali.La questione è spinosa, ma mi sento di dire che nessuno dei due comportamenti sia sano, o almeno che siano tutti e due sbagliati. Il quarto e il settimo capitolo sono nati dalla stessa esigenza: dare nuova linfa ad una serie che stava morendo. Nel 2005 era insostenibile la telecamera fissa, i controlli macchinosi e quel gameplay ormai trito e ritrito, nel 2017 c’è lo stesso problema, ma bisogna rientrane nei binari dopo una serie di sparatutto che, di Resident Evil, avevano solo il nome. In ognuno di questi casi c’è stata la precisa volontà di qualcuno di dare una direzione creativa ben precisa al proprio lavoro: reinventare il gameplay nel primo caso, l’atmosfera nel secondo.Una critica sensata, invece, potrebbe essere quella di additare Resident Evil 7 come un prodotto non del tutto originale, fin troppo ispirato ai survival horror degli ultimi anni e a un certo filone di cinema dell’orrore. Ma, al solito, quanti videogiochi veramente originali sono stati prodotti negli ultimi anni? Quanti, invece, funzionano? In entrambi i casi la risposta è “pochi”, quindi anche questa critica rimane un po’ fine a sé stessa.

Mio e TuoIl problema è un altro, però. Le critiche mosse a Resident Evil 7, così come ad altre saghe longeve evolute nel corso degli anni, sono spesso conseguenza del fatto che determinati episodi della stessa non piacciano a noi perché diversi dall’immagine che ci siamo fatti. Mi spiego.Prendiamo ad esempio Final Fantasy XV. Di problemi ne ha (ne parlammo già qualche settimana fa), e su questi si è basata la quasi totalità delle critiche mosse al lavoro di Tabata. Come per Resident Evil, anche questo quindicesimo capitolo della saga fantasy di Square Enix è stato concepito per dare un nuovo corso alla serie. Critiche: combat system, trama, personaggi, open world più vuoto del passato.Metal Gear Solid V: The Phantom Pain, voluto da Kojima come un taglio netto rispetto al gameplay dei titoli passati, arrivato dopo un vituperato quarto capitolo e foriero della responsabilità di dover chiudere un franchise storico. Anche qui, critiche: gameplay, buchi di trama, finale.Il reboot di Tomb Raider del 2013, arrivato ad eoni dall’ultimo capitolo regolare della saga con il compito di dare nuovo lustro all’archeologa più famosa di sempre. Critiche: si spara troppo, il carattere della nuova Lara, trama.Cominciate a capire lo schema? Ogni volta che un autore e il suo staff si mettono all’opera per inserire novità all’interno di un brand scomparso o morente, allora quel tale brand “non è più lo stesso”. Se Kubrick, a un certo punto della sua carriera, si fosse alzato una mattina con il bisogno di fare commedie sexy commedie sexy nessuno si sarebbe lamentato, perché il lavoro e lo stile di Kubrick è iconico e riconosciuto. Questo manca al videogioco, la percezione da parte del pubblico dell’autorità di chi li produce, il riconoscimento della proprietà dell’opera. Se cambiano Final Fantasy allora “la mia” saga è diversa, e a me non piace più. Ma non è che forse, sei tu che non sei più adatto alla nuova visione degli autori di Final Fantasy?Nel caso di Resident Evil, poi, la situazione è paradossale se pensiamo che il sesto criticatissimo capitolo è il più venduto della serie. Si torna alle origini con il capitolo successivo, cambiando la visuale, e “Resident Evil è morto”.

L’Uomo del GiapponeAppurato che, forse, ogni tanto è il caso di fare un passo indietro e ricordarsi di come stanno le cose, parliamo dell’importanza dell’esistenza di un Resident Evil 7 così. Poteva essere un altro shooter con quattordici personaggi, cinquanta armi diverse, venti tipi di mostri, e invece è una certosina opera di rinnovamento di uno dei brand che ha reso grande l’industri.L’anno scorso, parlando di Metal Gear Survive, dicevo come “l’Uomo del Giappone” fosse in crisi di idee. In particolare sostenevo che Metal Gear rischiasse di seguire i fasti di Resident Evil, tra remastered e spin-off. Questo settimo capitolo è invece una risposta brillante, una speranza per tutti gli sviluppatori con saghe leggendarie tra le mani, soprattutto nipponici.Il team di sviluppo, durante le interviste, dichiarò più volte come Resident Evil 7 sia nato dalla necessità di voler rifare tutto da capo. Per come è strutturato, evitando spoiler, vi basti sapere che è sia un reboot, sia un modo per riallacciare tutte le trame create in questi anni.Rappresenta quindi un messaggio molto chiaro: il blocco dello scrittore si può superare. Speriamo che SEGA, Konami, Square Enix, ed altre software house l’abbiano capito.

Con Resident Evil 7, Capcom sembra aver ritrovato la via smarrita. La software house ha tanto da farsi perdonare, tra remastered infinite e capitoli della serie deludenti, ma questo è un inizio. Per l’industria dei videogiochi (in particolare quella nipponica) rappresenta anche un messaggio importante: le saghe possono risalire dal fondo del baratro, basta avere il coraggio di ripartire da un foglio bianco.

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