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Immagine di Ape Out Recensione | Gorilla in fuga

Recensione

Ape Out Recensione | Gorilla in fuga

Ape Out è un imprevedibile gioco irrazionale e ancestrale.

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Avatar di Daniele Spelta

a cura di Daniele Spelta

Redattore @SpazioGames

Pubblicato il 03/03/2019 alle 10:23 - Aggiornato il 15/03/2019 alle 10:03
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  • Pro
    • OST dinamica e dettata dal giocatore
    • Azioni, suoni e immagini fusi alla perfezione
    • Crea dipendenza
    • Immediato, brutale e istintivo
    • La modalità arcade è un valido incentivo
  • Contro
    • La proceduralità dei nemici crea picchi involontari di difficoltà
    • Rimane la voglia di ascoltare e giocare ulteriori LP

Il Verdetto di SpazioGames

9
Quel gorilla in costante fuga è la perfetta metafora del lato irrazionale del giocatore preso per mano e trascinato in mezzo a quell'uragano di suoni e colori. Tutto si incatena alla perfezione e, pur nella limitatezza degli scenari, c'è sempre qualche cosa di nuovo capace di sorprendere e di tenere incollati gli occhi sullo schermo. Come tutti i titoli di questo genere, c'è qualche attimo in cui sale la voglia di frantumare il pad in mille pezzi, ma quasi per una strana magia ecco che lo sconforto lascia subito spazio al desiderio di correre alla disperata su e giù per quegli assurdi livelli alla ricerca di una nuova scarica di endorfine.

Disponibile su: PC, SWITCH

Informazioni sul prodotto

Ape Out è uno strano incrocio tra un manifesto futurista e una jam session fatta di sola batteria. Questo smash ’em up nato dalla collaborazione fra Gabe Cuzzillo, Bennet Foddy – sì, lo stesso dell’assurdo QWOP e Getting Over It – e Matt Boch potrebbe tranquillamente essere la versione arcade di Zang Tumb Tumb di Marinetti, un violento concentrato di azione e dinamismo da trascrivere sfruttando solo le rumorose onomatopee delle morti che si accumulano alle spalle di un gorilla in fuga. Il primate è allo stesso tempo il protagonista che si muove lungo uno spartito mai uguale a sé stesso, dove rapidi colpi di charleston, piatti e rullanti formano una colonna sonora dettata dalle azioni del giocatore e si fondono con i ritmi incalzanti di una batteria che improvvisa su un jazz contemporaneo.

È difficile mettere nero su bianco il gameplay di Ape Out, non tanto per delle meccaniche particolarmente complesse, ma perché la semplice descrizione non rende in nessun modo merito alle sensazioni che si provano mentre ci si fa largo attraverso gli scenari. C’è qualche rimando all’ottimo Hotline Miami di Dennaton Games, un po’ per la visuale isometrica, un po’ per i ritmi frenetici e un po’ per la violenza primordiale, ma la connessione che qui si viene a creare con chi tiene il pad in mano è ancora più immediata ed intensa. I tempi tribali di Ape Out entrano immediatamente in circolazione, suoni ed immagini si fondono in una sinestesia di pura brutalità e sembra quasi di essere spinti da un’invisibile mano che richiama ad agire impulsivamente.

Qui non ci sono storie a fare da contorno e nessun inutile inframezzo rallenta l’incalzante incedere dello scimmione: una volta aperti i cancelli delle gabbie non resta altro da fare che cercare la via che conduce alla fine del livello e non c’è regola alcuna. Volete un HUD? State freschi. Desiderate una mini-mappa che guidi i vostri passi? Cambiate gioco. Ape Out equivale ad una vera regressione nella propria incoscienza impulsiva, la metafora della natura che si ribella all’uomo. I comandi sono racchiusi in una manciata di tasti e l’assenza di qualsivoglia combo ricorda al giocatore che l’unica arma a propria disposizione sono i suoi riflessi. Con lo stick sinistro si muove il peloso protagonista, con il destro si orienta la visuale, mentre gli analogici posti sulla destra e sulla sinistra del pad servono rispettivamente a scagliare via i nemici o ad afferrarli.

Irrazionalità assuefacente in Ape Out

Queste poche opzioni sono più che sufficienti per creare un gameplay esplosivo e a tratti assuefacente, con un tasso di sfida costantemente tarato verso l’alto a causa dell’inferiorità numerica. Bisogna sfruttare ogni minimo vantaggio ed utilizzare anche i nemici come scudi umani, ma non prima di aver diretto la loro stessa arma in faccia a qualche collega pronto a far fuoco: quando un uomo con la pistola incontra un gorilla con stringe fra le mani un uomo con un fucile a pompa, l’uomo con la pistola è un uomo morto.

In realtà è tutto più facile a dirsi che a farsi e tre colpi sono sufficienti per dover iniziare da capo il livello: i frequenti game over non portano però ad eccessive punte di frustrazione e anche la spiacevole sensazione di trial & error viene lenita dalla generazione procedurale dei nemici. In questo modo, anche se si affrontano le stesse porzioni di gioco più volte di seguito, non si viene mai colti da ciclici déjà vu e il pericolo può presentarsi i punti sempre differenti. Le carte vengono però rimescolate da un croupier cieco e questo alle volte sballa la difficoltà dei livelli: in alcuni casi si superano lunghi corridoi abbattendo giusto un paio di nemici, altre volte si finisce vittima del fuoco incrociato di sei o sette guardiani a pochi metri dalla partenza. Ape Out è comunque un gioco onesto a dà (quasi) sempre modo di difendersi. A differenza di Hotline Miami, dove non sono rare le morti causate da misteriosi colpi sparati da chissà quale punto della mappa, qui ci sono sempre indizi che danno modo di reagire in tempo, come il rumore di ricarica dei fucili o il beep di una bomba che sta per esplodere.

Questi pochi ingredienti bastano a creare un mix esplosivo, in cui il gameplay è solo la parte di un’esperienza corale, formata dalla perfetta fusione tra azione, suoni ed immagini. Questi tre pilastri non vivono su piani separati e sono al contrario perfettamente complementari, tanto da influenzarsi a vicenda. Nel caso in cui non l’abbiate ancora capito, in Ape Out tutto ruota attorno ad una colonna sonora in costante variazione e gli stessi livelli sono strutturati a mo’ di LP, con tanto di lato A e lato B, suddivisi a loro volta in più tracce. Con un paragone nemmeno troppo forzato si potrebbe parlare quasi di un rhythm game, non di quelli calmi e impomatati a là Guitar Hero, ma di quelli martellanti e ipnotici in puro stile Thumper. Le note vengono scritte e scarabocchiate di continuo ed è il passo del giocatore a creare la sinfonia: un’eliminazione dopo l’altra i tempi accelerano e ogni nemico scagliato da qualsiasi parte produce un suono differente, andando così a creare nuove linee melodiche su uno sfondo jazz degno di Max Roach.

A questo si aggiunge un linguaggio visivo unico che non può essere ridotto ad un banale concentrato di schizzi di sangue e arti mutilati. In Ape Out c’è tanta violenza, ma essa viene sublimata e diventa un concetto irreale grazie ad una direzione artistica del tutto unica, uno spettacolare accostamento di luci ed effetti cromatici che rendono l’opera un quadro astratto in costante divenire. Ad ogni livello mi si imprimeva sul volto un ghigno distorto per l’ennesima sorpresa creata dai dev e quello che forse era un palazzo, un campo di guerra o, ancora, una nave, perdeva i suoi naturali confini e veniva continuamente ricreato in forme differenti con tanti piccoli tocchi di classe, come improvvisi black out o una pioggia di bombe che trasformava il gioco in un Apocalipse Now fatto di bozzetti, tempere e pastelli.

Ape Out sembra una corsa senza fine, un inno alla libertà e alla fuga di un gorilla braccato senza un vero perché, ed è proprio quando terminano i quattro dischi e corrono i titoli di coda – per altro accompagnata da un pezzo assolutamente magnifico – che ci si sente subito orfani dell’adrenalina provocata da quel tripudio di caos e devastazione ritmata. Finita la prima run si sblocca un livello di difficoltà ulteriore e decisamente ostico, assieme ad un’altra manciata di contenuti aggiuntivi. Nonostante il materiale a disposizione non sia moltissimo, la modalità arcade – anche questa disponibile una volta portato a compimento un singolo disco – è un valido incentivo per tornare a ripetere le sezioni di gioco già visitate, valorizzate sia dal time attack sia dal sistema di punteggio che premia la creatività distruttiva e va a creare una classifica online, con bonus e moltiplicatori che crescono inanellando un’uccisione dopo l’altra.

+ OST dinamica e dettata dal giocatore

+ Azioni, suoni e immagini fusi alla perfezione

+ Crea dipendenza

+ Immediato, brutale e istintivo

+ La modalità arcade è un valido incentivo

- La proceduralità dei nemici crea picchi involontari di difficoltà

- Rimane la voglia di ascoltare e giocare ulteriori LP

9.0

Quel gorilla in costante fuga è la perfetta metafora del lato irrazionale del giocatore preso per mano e trascinato in mezzo a quell’uragano di suoni e colori. Tutto si incatena alla perfezione e, pur nella limitatezza degli scenari, c’è sempre qualche cosa di nuovo capace di sorprendere e di tenere incollati gli occhi sullo schermo. Come tutti i titoli di questo genere, c’è qualche attimo in cui sale la voglia di frantumare il pad in mille pezzi, ma quasi per una strana magia ecco che lo sconforto lascia subito spazio al desiderio di correre alla disperata su e giù per quegli assurdi livelli alla ricerca di una nuova scarica di endorfine.

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