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Olimpiadi e videogiochi, un matrimonio possibile?

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Avatar di Valentino Cinefra

a cura di Valentino Cinefra

Ex Staff Writer @SpazioGames

Pubblicato il 13/08/2016 alle 00:00
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Le Olimpiadi di Rio 2016 sono finalmente iniziate. Fino al 21 agosto tutti gli italiani fingeranno di essere amanti di ogni sport, perché se non si tifano i propri connazionali si passa per persone disdicevoli, sia mai. In queste serate afose passate a gioire delle vittorie conseguite dagli atleti italiani c’è qualcosa che non mi va giù, qualcosa che mi impedisce di godermi pienamente questi Giochi Olimpici. C’è lo spettacolo, ci sono gli atleti, le esibizioni di talento, forza, tecnica, c’è anche la gioia per gli occhi di ogni tipo per entrambi i generi umani.E allora cosa c’è che non va? Me ne sono accorto quando, ad un certo punto, iniziavo a vedere i replay delle azioni più interessanti come dei “play of the game” di Overwatch. Ecco, perché non ci sono ancora le Olimpiadi videoludiche? Cosa c’è di meno emozionante in una partita da due ore a StarCraft 2 rispetto al badminton o all’hockey sul prato?

Hadoken e ControgambettoNegli ultimi anni, gli eSport (nel mondo, e da un po’ anche in Italia) stanno iniziando a diventare un fenomeno ben consolidato per strutture e numeri coinvolti. Perché quindi non creare una competizione apposita in cui i talenti di tutto il mondo si possano cimentare nella speranza di essere i campioni assoluti di un determinato gioco? In realtà, i videogiochi potrebbero non avere neanche bisogno di una competizione come le Olimpiadi. Stando a Wikipedia, ci sono più di venti tornei ricorrenti ogni anno; forse non ci sarebbe neanche bisogno di dimostrare il proprio valore in una competizione specifica e totalizzante.D’altra parte, alcuni videogiochi sono la cosa più vicina all’approccio che si ha allo sport al di fuori degli sport stessi, allenamento fisico escluso. Pensate ai campioni dei picchiaduro, tanto per citare un genere: personaggi come Daigo Umehara, in occasioni come il celebre “EVO Moment #37”, hanno dimostrato di essere qualcosa di ben oltre il rango di “giocatore”. Bisogna calcolare i frame di ogni mossa, conoscere quelli del proprio personaggio e degli altri, pianificare le combo con almeno due o tre mosse di anticipo, conoscere ogni counterpick, tutti elementi dell’allenamento da pro gamer che richiedono ore ed ore di studio. Atleti come questi – perché in questo caso la definizione è calzante – meritano di essere riconosciuti al di fuori della cerchia degli appassionati di videogiochi.Il che è interessante perché, cercando qua e là, ho scoperto che gli scacchi sono uno sport olimpico riconosciuto, ma mai inserito nel programma dei Giochi. Gli scacchi richiedono una grande concentrazione, oltre a una serie di abilità mentali (come l’analisi e la previsione) notevoli. Personalmente conosco molto giochi da tavolo che richiedono le stesse abilità, mentre una partita a Street Fighter ad alti livelli (non il match con l’amico a premere bottoni a caso) richiede anche una parte di abilità fisiche date dai riflessi nel dover premere i pulsanti con velocità e precisione.

Mens sana in corpore sanoQuindi, volendo fare un semplice conto della serva, un campionato di Street Fighter è più “Olimpico” di una partita a scacchi.Il problema è che, Street Fighter e Just Dance (che di competitivo ha ben poco) esclusi, nei videogiochi la preparazione fisica è qualcosa di non necessario, in alcuni casi marginale, al massimo. Le Olimpiadi, invece, celebrano anche questo aspetto dello sport, che è la base dell’attività stessa. Perché io e Fabio Basile (medaglia d’oro nel Judo a Rio) possiamo batterci quanto vogliamo, posso conoscere ogni leva, ogni tecnica mai creata o solo ipotizzata del Judo ed anche come si applica, ma il buon Fabio ha la preparazione fisica che io, probabilmente, non raggiungerò mai.Qualcuno potrebbe obiettare che anche un videogiocatore si allena, in qualche modo. Allena il cervello e le “emozioni”, impara ad analizzare la situazione e prendere decisioni in fretta, e si addestra a mantenere il sangue freddo il più possibile nelle situazioni concitate, sfumature del carattere permettendo. Il fatto è che, per quanto sulla carta questo ragionamento abbia senso, non riesco a condividerlo. Alcuni videogiocatori professionisti raccontano che, insieme all’allenamento nel videogioco di riferimento, seguono una routine di esercizi aerobici, accompagnati da una dieta bilanciata e un numero sufficiente di ore di sonno. Ha senso, soprattutto se pensiamo al fatto che per allenarsi a, che so, League of Legends, non si fa niente di fisico e si passano molte ore su una sedia; è lungimirante accompagnare a questo allenamento uno di tipo “tradizionale”, per così dire. Il fatto è che non serve a nulla, è un’attività accessoria che non aiuta la prestazione in gioco, contrariamente a uno sport dove abbandonare qualsivoglia esercizio fisico significa precludersi la possibilità di migliorare nello stesso. Se fare due serie da dieci burpees ogni mattina appena svegli servisse a migliorare, in qualche modo, il rateo uccisioni/morti di Call of Duty, vedremmo dei giocatori professionisti molto più in forma. Se ai tornei di Black Ops 3 non ci sono tutti The Rock e Rounda Rousey, un motivo ci sarà.

Questione di bandiereRicapitoliamo. Non servono le Olimpiadi per celebrare i campioni videoludici perché ci sono già tanti tornei in giro per il mondo ogni anno, e i videogiochi sono poco adatti ai Giochi per via della poca fisicità espressa nelle partite. Quindi non servono delle “Olimpiadi Videoludiche”?No, credo che sarebbe un grande evento. Le chiamiamo “Olimpiadi” per comodità, ma potrebbero chiamarsi in qualsiasi modo. Ciò che affascina dei Giochi è la lotta tra nazioni, e prima ancora tra culture, una cosa che nei videogiochi manca. I problemi nel creare un evento del genere sono tantissimi e, purtroppo, insiti nella natura del videogioco stesso.Il pugilato, i 100 metri piani e il tiro con l’arco non sono dei prodotti, ma StarCraft e Dota 2 sì, e un evento come quello che ipotizziamo è una vetrina unica per sponsorizzarli, come l’intervallo del SuperBowl negli USA. Ce li vedete attorno a un tavolo tutti i publisher insieme al comitato organizzatore, per decidere quali titoli debbano essere inseriti come “discipline” in tali categorie e quali no? Sarebbe un delirio di propagande e accordi commerciali, qualcosa di difficilmente gestibile.I tornei videoludici funzionano oggi perché, sostanzialmente, ognuno fa come vuole. Ci vorrebbe una personalità forte, qualcuno in grado di mettere in riga tutti i player dell’industria nel nome dello sport. Nella categoria shooter ci dovrebbero essere Overwatch, Call of Duty e Counterstrike, senza che nessuno venga sovrastato dagli altri in qualche modo come presenza ed importanza. E, allo stato attuale, è difficile pensare che qualcuno sia in grado di creare uno scenario del genere. Anche perché, ultimo ma non per importanza, lo sport è per definizione comprensibile da tutti, al contrario dei videogiochi. Chiunque, come dicevamo in apertura, può appassionarsi ad un evento olimpico perché, pur non conoscendo i cavilli, capisce cosa sta vedendo sullo schermo. Ce la vedete la vostra ragazza tifare Faker, perché grazie al suo “counterpick” perfetto è riuscito a “counterare” Teemo per tutta la partita e, con una “build” studiata al millimetro, ha “carriato” la sua squadra fino alla vittoria? Io no.

È presto per tifare Italia nei videogiochi in una competizione anche lontanamente “olimpica”, e per un po’ di tempo ancora dovremo continuare a farlo negli eventi dedicati. Nel nostro Paese, poi, manca del tutto la cultura necessaria per considerare questi ragazzi degli sportivi, anche se non alzano pesi esorbitanti e non percorrono i 100m in tempi al limite dell’umano. Compiono delle imprese simili nei videogiochi, e un giorno forse verranno riconosciuti da tutti, ma per ora dovranno accontentarsi di noi videogiocatori.

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