Ubisoft ha annunciato il ritorno obbligatorio in ufficio cinque giorni su cinque in tutte le sue sedi globali, decretando di fatto la fine del lavoro ibrido. La decisione è stata comunicata il 21 gennaio tramite una mail firmata dall’amministratore delegato Yves Guillemot e rientra in un piano di riduzione dei costi da 200 milioni di euro, che include la cancellazione di sei progetti, rinvii e una nuova ondata di licenziamenti.
La risposta dei lavoratori italiani non si è fatta attendere: i dipendenti di Ubisoft Milan, insieme al sindacato Fiom-Cgil, hanno proclamato uno sciopero per i giorni 10, 11 e 12 febbraio, accodandosi alle proteste dei colleghi francesi. È previsto anche un presidio davanti alla sede di Assago.
Secondo la rappresentanza sindacale, la decisione è “inammissibile” e rischia di compromettere seriamente la tenuta dello studio milanese, che negli ultimi anni ha ottenuto risultati di rilievo proprio grazie al modello di lavoro ibrido. Tra i progetti sviluppati in questa modalità figurano Mario + Rabbids: Sparks of Hope, Star Wars Outlaws e il DLC Avatar: Frontiers of Pandora – From The Ashes. Attualmente il team è al lavoro sul nuovo capitolo di Rayman, in collaborazione con lo studio di Montpellier.
Il segretario Fiom-Cgil Andrea Rosafalco ha definito quello di Ubisoft Milano “un modello vincente”, chiedendo alla multinazionale di non distruggerlo. I lavoratori parlano invece di un clima di forte incertezza e di una “sfiducia totale verso la direzione globale”, accusata di non fornire dati concreti che dimostrino un miglioramento della produttività con il ritorno forzato in presenza.
Secondo gli sviluppatori, le politiche di return to office rappresentano una minaccia diretta all’esistenza dello studio: il costo della vita a Milano e i lunghi tempi di pendolarismo rischiano di spingere molte figure chiave a lasciare l’azienda. Stando alle testimonianze interne, Ubisoft Milano avrebbe già perso circa il 30% della forza lavoro più specializzata.
Ubisoft parla di collaborazione, ma pratica il controllo. Parla di efficienza, ma ignora i risultati ottenuti. Smantellare uno studio che ha dimostrato di funzionare è una scelta miope, figlia di una cultura aziendale che confonde la presenza fisica con il valore del lavoro. E quando un editore arriva a questo punto, il problema non è lo smart working, ma di chi prende le decisioni.