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Fire Emblem Engage | Recensione – Una splendida celebrazione della saga

Fire Emblem Engage è la prima grande uscita dell'anno su Nintendo Switch: scopriamone i dettagli nella nostra approfondita recensione.

Vi abbiamo già parlato di Fire Emblem Engage su queste pagine qualche settimana fa, sospesi tra l’entusiasmo per l’ennesima esclusiva di qualità di cui potranno godere tutti i possessori di Nintendo Switch e qualche dubbio riguardo ad alcuni aspetti del gameplay, su tutti il bilanciamento del livello di difficoltà.

Fire Emblem Engage

Piattaforma:
SWITCH
Genere:
strategico
Data di uscita:
20 Gennaio 2023
Sviluppatore:
Intelligent Systems
Distributore:
Nintendo

Oggi, oltre ottanta ore dopo, siamo pronti ad emettere il nostro giudizio finale su uno dei titoli più attesi dell’anno, che, come avrete intuito dal voto in calce a questa recensione (siamo sicuri che lo abbiate già sbirciato), non ha deluso le aspettative.

Se morite dalla voglia di conoscere nei particolari l’ultima creatura Intelligent Systems, non vi resta che continuare a leggere.

Mezzo passo falso

Dopo la trama matura di Fire Emblem Three Houses, che guardava senza nemmeno troppo nasconderlo alla narrativa medievale europea, dove ad ogni scelta corrispondeva un effetto e dov’era possibile schierarsi con tre casati differenti, eravamo curiosi di vedere dove il team di scrittori di Intelligent Systems sarebbe andato a parare, consci che sarebbe stato difficile superare quello che è, sotto questo punto di vista, uno dei migliori episodi del franchise.

E, duole dirlo, siamo rimasti abbastanza delusi dalla narrativa e dai personaggi di Fire Emblem Engage, che rappresentano un deciso passo indietro rispetto al capitolo del 2019 e fanno molto poco per coinvolgere e stupire il giocatore, che per ottenere il meglio dall’opera (e c’è tantissimo di buono in quest’ultima incarnazione del brand) deve concentrarsi sul gameplay puro.

L’ultima fatica del team second party Nintendo (la trovate su Amazon), come già accennato nella nostra anteprima di qualche settimana fa, mette il giocatore nei panni del drago divino, il cui nome di default è Alear, risvegliatosi da un sonno durato secoli, in seguito alla colossale battaglia contro il drago maligno e la sua progenie, dalla quale era uscito vincitore.

Con una memoria quantomeno nebbiosa dovuta al secolare letargo e le forze che ancora mancano, il nostro alter ego è costretto subito ad imbracciare le armi, perché la pace nel Lythos, dopo secoli fecondi, sta per finire: tanti segnali indicano che qualcuno sta risvegliando l’antico nemico, primo tra tutti il ridestarsi dei morti dal loro sonno.

L’unica soluzione sarà quella di avvicinare, uno alla volta, i regnanti del mondo e chiedere l’aiuto loro e degli emblemi a loro affidati: questi ultimi sono reliquie sacre contenenti l’anima di un eroe proveniente da un altro mondo, dotato di forza e carisma sufficienti per ricacciare nel buio il drago maligno ed i suoi seguaci.

Oltre ad uno spiccato senso di deja-vu per quanti non fossero al primo capitolo della serie, probabilmente anche in parte voluto per riprendere l’aura celebrativa che permea tutta la produzione, la trama restituisce poco in termini emotivi, ravvivandosi un po’ solo nelle battute finali, quando ormai sembra troppo tardi.

Il main character ci è sembrato un po' tiepidino...

Il plot, per la maggioranza della corposa campagna principale, si trascina stancamente, senza regalare troppi guizzi, al netto di un paio di colpi di scena abbastanza telefonati e di qualche dialogo ben scritto ma sepolto sotto centinaia di scambi di poco interesse, già visti, purtroppo, nelle fasi più “life sim” di Three Houses.

Se il percorso di crescita interiore del/la protagonista, pur visto decine di volte in prodotti simili, può comunque mantenere vivo l’interesse, il nutrito cast di comprimari si accontenta di fare da comparsa, colmo com’è di personalità stereotipate e personaggi troppo macchiettistici per risultare credibili in un contesto bellico.

Gli antagonisti, dal canto loro, con una sola, notevole eccezione, sono cattivi a prescindere, per il gusto di esserlo, senza alcuna sfumatura che li renda maggiormente umani o motivazioni che possano far scattare un minimo di empatia nei loro confronti.

Come sottolineato poco sopra, era obiettivamente difficile fare meglio rispetto all’ultimo capitolo della serie, ma la narrativa di Fire Emblem Engage non riesce a colpire nel segno come molti aspetti del gameplay che andremo ad analizzare a breve, ponendosi finanche un gradino sotto quella del recente spin-off Three Hopes, diretta emanazione di quella apprezzata nel capitolo pubblicato tre anni e mezza or sono.

Quanto dureranno i vostri cavalieri pegaso stavolta? Si accettano scommesse!

Tre grandi novità e qualche problemino

Il motore ludico che muove Fire Emblem Engage è il medesimo che aveva saputo guadagnarsi consensi all’uscita di Three Houses e, più in generale, di tutti gli episodi del franchise dal 2013 ad oggi – e, come tale, riesce a garantire un’esperienza strategica profonda ed impegnativa, anche se a volte per le ragioni sbagliate, come vedremo più avanti.

Le tre differenze più grosse rispetto al capitolo pubblicato tre anni e mezzo or sono risiedono nel ritorno del triangolo delle armi, nella rimozione delle dinamiche scolastiche introdotte da Three Houses e nella presenza degli emblemi, che consentono un livello altissimo di personalizzazione del proprio esercito.

Partiamo dalla prima, che è una sorpresa solo fino ad un certo punto: il triangolo delle armi ha rappresentato la colonna vertebrale del gameplay del franchise per anni, e qui ritorna in tutto il suo splendore, con l’aggiunta della meccanica Breccia a metterci un punto esclamativo.

Per quanti non lo sapessero, il triangolo delle armi consiste nel bilanciamento tra spade, asce e lance: le prime battono le seconde, che a loro volta battono le terze, le quali, per chiudere il triangolo, battono le prime. Su questa semplice regola si fondano gli scontri: attaccare un lanciere con una spada non è inutile, ma aumenta le possibilità di subire un colpo triplo in risposta e di infliggere meno danni.

Questo capitolo introduce lo status di Breccia, che rafforza il triangolo delle armi e aumenta ulteriormente lo spessore strategico delle mosse del giocatore: attaccando un nemico nel suo punto debole (un maestro di spada contro un lottatore ascia, ad esempio), oltre ad infliggergli danni notevoli lo si disarma, impedendogli così non solo di contrattaccare quel dato attacco, ma anche quello successivo. Abbiamo apprezzato questa aggiunta e riteniamo che essa ampli ancora di più il ventaglio strategico a disposizione dei giocatori più esperti.

Sebbene non siano state rimosse le dinamiche sociali né l’importanza delle relazioni tra membri del party, poi, la scuola è adesso un lontano ricordo, con la struttura che torna ad essere più simile agli episodi pubblicati prima di Three Houses – con un centro dove tornare, il Somniel, che offre negozi, possibilità di interagire con i membri della propria armata, oggetti da raccogliere e sfide secondarie da portare a termine.

Quando non nel Somniel, il giocatore è catapultato sulla mappa di gioco, da dove può selezionare la battaglia successiva, sia essa principale, secondaria, o una delle appendici dedicate ad ognuno degli eroi evocabili dal protagonista; torna anche la possibilità, direttamente da Fire Emblem Echoes su 3DS, di visitare le mappe appena completate in tre dimensioni, girovagando qua e là così da raccogliere oggetti ed adottare animali che andranno poi ad ingrossare la fauna del Somniel.

Il Somniel, dal canto suo, può rivestire un ruolo fondamentale o rimanere in disparte, a seconda dell’uso che il giocatore decide di farne: volendo, è possibile spenderci altrettanto tempo che in battaglia, tra dialoghi opzionali, sfide bizzarre, allenamenti e preparazione di cibi da consumare tra uno scontro e l’altro, oppure limitarsi al minimo indispensabile.

Una bionda ed una rossa, prevediamo problemi per gli avversari!

La terza e più impattante novità è rappresentata dagli anelli degli emblemi, che svolgono un ruolo primario tanto nel quadro narrativo del prodotto quanto in quello ludico: essi sono eroi dei passati capitoli della serie, evocabili a piacimento dal giocatore (previo riempimento di un’apposita barra) che garantiscono poteri unici, mosse speciali di grande potenza e un aumento generale delle statistiche dell’eroe a cui sono legati.

Come se non bastasse, una volta accoppiati ad un personaggio sviluppano con esso un legame, il quale, crescendo di livello, garantisce la possibilità di imparare delle abilità (tanto attive quanto passive) che possono poi essere equipaggiate anche qualora il personaggio cambi emblema.

A livello ludico, la loro importanza è capitale e la loro introduzione comporta una serie di ulteriori decisioni che saranno sicuramente gradite ai giocatori di vecchia data: ogni emblema ha le sue forze e debolezze, nonché le armi leggendarie ad esso associate, e accoppiare l’emblema giusto al personaggio giusto può segnare la differenza tra una roboante vittoria ed una cocente sconfitta.

D’altro canto, ci siamo divertiti a creare degli ibridi alquanto peculiari: abbiamo accoppiato un emblema forte con l’arco ad un cavaliere corazzato, ad esempio, o uno agile e scattante come Sigurd ad un mago, garantendogli un’enorme mobilità sul campo e una certa versatilità negli attacchi. Ogni emblema può essere liberamente accoppiato a qualsiasi personaggio e il gioco incoraggia lo scambio degli emblemi, così da creare un esercito il più variegato e versatile possibile.

Fondandosi su queste basi, il gameplay di Fire Emblem Engage si dimostra da subito molto accattivante, oltre che pensato per diversi tipi di giocatori: al livello normale, infatti, complice la potenza delle abilità degli emblemi, anche i giocatori meno esperti non dovrebbero avere troppe difficoltà ad arrivare in fondo alla campagna principale, laddove, invece, già alla difficoltà difficile le cose si fanno decisamente più impegnative (come da tradizione per la serie), anche se spesso, e qui torniamo alle ragioni sbagliate di cui sopra, più per discutibili scelte di game design che per altro.

Noi abbiamo completato la campagna alla difficoltà più alta selezionabile alla prima run, e siamo stati perlopiù soddisfatti della difficoltà complessiva, con due notevoli eccezioni: le percentuali di riuscita dei colpi completamente sballate, che ci hanno costretto spesso a ricorrere alla Cronogemma (ovvero alla possibilità di riavvolgere il tempo), e la presenza in parecchie mappe di una quantità spropositata di rinforzi nemici, sfociata nel ridicolo nelle battute finali della campagna.

In un franchise che da sempre costruisce la solidità e la profondità tattica del suo gameplay sulle possibilità di successo degli attacchi, fondamentali per attuare delle strategie il meno rischiose possibili, è frustrante veder fallire un attacco con probabilità di riuscita al 92 per cento e, in risposta, vedere andare a segno un contrattacco con percentuale di riuscita ferma al 28.

Questa evenienza, giocando a difficile, non solo ci è capitata un’infinità di volte, ma si è spesso ripetuta, quasi fosse scriptata, anche riavvolgendo il tempo con la Cronogemma, generando frustrazione e costringendoci talvolta a lasciare sul campo delle unità, avendo attivato anche la morte permamente delle stesse (che rimane comunque opzionale come negli ultimi capitoli del brand).

Abbiamo sempre trovato che riempire le mappe di rinforzi nemici fosse una soluzione senza troppi sforzi per alzare artificiosamente la difficoltà di uno strategico a turni, e purtroppo Fire Emblem Engage adotta questo escamotage in più momenti della sua corposa campagna, con un picco difficoltà (e di frustrazione) in una certa battaglia che non spoileriamo, quando i rinforzi sono letteralmente infiniti, e continuano a spawnare ad ogni turno da ogni dove.

Come avrete intuito dal voto in calce alla nostra recensione, nessuno di questi problemi di bilanciamento impedisce a Fire Emblem Engage di brillare, ma siamo sicuri che i giocatori più navigati non potranno non notarli e non saranno particolarmente soddisfatti delle soluzioni adottate che abbiamo appena citato.

Il Drago Divino ed i suoi valletti

Voce del verbo “ottimizzare”

Se siamo stati abbastanza severi nell’analisi di qualche piccolo inciampo a livello di gameplay e di bilanciamento in generale, sarebbe difficile muovere invece qualsivoglia critica al comparto tecnico della produzione, tenuto conto anche che la console ospite sta per compiere sei anni di vita.

Fire Emblem Engage è splendido da vedere ed è ottimizzato a dovere per poter girare in maniera dignitosa, a differenza di quanto avvenuto recentemente con, ad esempio, Pokémon Scarlatto e Violetto: la modellazione poligonale e le ambientazioni sono più che soddisfacenti, il comparto animazioni si difende egregiamente e, pur giocando per tutto il tempo con la build priva della consueta patch day one, non abbiamo riscontrato alcun problema prestazionale.

Certo, come già avvenuto con Three Houses prima e con Three Hopes poi, per raggiungere questo livello di performance sono stati necessari compromessi spesso anche visibili: i nemici sono praticamente tutti uguali, tanto nell’apparenza quanto nel moveset, e nelle fasi di esplorazione libera (tanto nel Sonniel quanto sui campi di battaglia a combattimenti finiti) gli elementi sullo sfondo appaiono sfocati e girano ad un frame rate ridotto per consentire a Switch di reggere i trenta frame per secondo con una certa stabilità.

Nel complesso, comunque, la qualità dell’immagine, le prestazioni generali e la definizione delle texture appaiono superiori rispetto al recente passato, segno che il lavoro di ottimizzazione è stato svolto con cura certosina.

Non mancano scene spettacolari

Discorso affine per i filmati, che brillano per qualità e per spettacolarità, pur non eccedendo nel numero, ma su televisori in risoluzione 4K sgranano un po’, rispetto all’ottima figura che riescono a fare in modalità portatile, e in particolare per i possessori del modello OLED della console Nintendo.

I caricamenti sono frequenti durante l’andirivieni tra la mappa ed il Somniel, ma la loro durata è assolutamente accettabile (inferiore a quelli di Three Houses, in ogni caso) e, vista la natura a turni del prodotto, essi non vanno a spezzare più di tanto il ritmo già compassato dell’avventura.

Da parte nostra, e sottolineiamo che si tratta di un gusto personale che quindi non va ad intaccare assolutamente la valutazione complessiva, non abbiamo molto gradito la svolta anime a cui il franchise è andato incontro negli ultimi anni, che ha dato un taglio più spiccatamente nipponico al character design e ha privato di pathos alcune delle scene più tragiche e violente dell’intero franchise.

Nondimeno, crediamo che le nuove leve videoludiche (giapponesi e non) propenderanno invece per questa soluzione, e non risulteranno infastidite dal riutilizzo di topoi visti e rivisti negli anime provenienti dal Sol Levante né dalle improbabili pettinature o dalle mise delle combattenti di sesso femminile che lasciano poco all’immaginazione.

Di grande qualità, e questa fortunatamente non è una novità per il brand, il lavoro sulla colonna sonora, che contiene tracce splendide e splendidamente accordate agli eventi a schermo, e sul doppiaggio, disponibile anche in giapponese ma perfettamente godibile anche nella controparte inglese.

In entrambi i casi sono stati ripescati e coinvolti, ove possibile, visto che molti dei personaggi presenti come Emblemi non erano doppiati al tempo, i doppiatori originali, con risultati ottimi anche a livello di fanservice, che, come abbiamo visto, è uno dei marchi distintivi del prodotto.

Due note a margine, entrambe di colore molto positivo, per la longevità complessiva e per la localizzazione nella nostra lingua: la prima, pur inferiore a quella “monstre” di Three Houses (che potete recuperare su Amazon), è ampiamente al di sopra alla media del franchise, con tantissimi contenuti opzionali e la possibilità di rigiocare il tutto a difficoltà folli una volta completato il gioco una prima volta.

La seconda, puntuale e sempre rapida nell’alternanza tra un registro più colloquiale ed uno più serioso, rimane un esempio di come proporre ad un pubblico più vasto un genere, quello degli strategici a turni, fondamentalmente di nicchia.

8,4

Fire Emblem Engage

Piattaforme: switch
Nonostante un comparto narrativo sottotono e qualche problema di bilanciamento ai livelli di difficoltà più alti, Fire Emblem Engage si rivela uno strategico a turni solido ed impegnativo, che celebra degnamente la storia di uno dei brand più amati di Nintendo ed offre un'ulteriore alternativa di qualità agli amanti del genere tra i possessori di Switch. I fan di lunga data del franchise sono quelli che maggiormente apprezzeranno le comparsate di vecchi eroi e i riferimenti al passato, come il ritorno dello storico triangolo delle armi, ma paradossalmente anche quelli che più si accorgeranno delle piccole imperfezioni che impediscono a questo episodio di eguagliare i migliori nell'ultratrentennale ciclo vitale del franchise. Parliamo, in ogni caso, di un ottimo inizio d'anno per la console ibrida di mamma Nintendo.

Pro

  • Una celebrazione continua del franchise
  • Gli emblemi garantiscono ulteriore spessore strategico
  • Ottimizzazione e grafica degne di un first party Nintendo
  • Musiche e doppiaggio di ottimo livello
  • Tanti contenuti

Contro

  • Bilanciamento da rivedere ai livelli di difficoltà più elevati
  • Storia e personaggi al di sotto degli standard fissati da Three Houses
8,4