Danganronpa V3 Killing Harmony: la Recensione

By |19/09/2017|Categories: Recensione|Tags: |
In un mercato in cui alcuni generi soffrono di saturazione ed altri si sono estinti come i dinosauri qualche milione di anni fa, Spike Chunsoft lanciò il franchise di Danganronpa come una granata in un bunker, innestando in una struttura da visual novel (e che visual novel!) diverse dinamiche di gioco prese da altre tipologie di prodotti, come le avventure investigative sulla falsariga di quelle di Phoenix Wright e i rhythm game, genere quanto mai amato in Giappone.
Dopo due episodi regolari uno più bello dell’altro, uno spin off godibile ma non altrettanto brillante e la recente raccolta a benefico degli utenti PS4, ecco giungere Danganronpa V3: Killing Harmony, con un carico pesante di black humor, personaggi sopra le righe ed efferati omicidi.
The Killing Game
Se la guerra non cambia mai, come ogni episodio di Fallout non manca di ricordarci, gli incipit del franchise Danganronpa continuano, imperterriti, a proporre una situazione in cui un numero variabile di studenti (sedici, stavolta), si risveglia in condizioni di prigionia, senza alcuna memoria degli eventi precedenti, immancabilmente nella grinfie di Monokuma.
L’aspetto più straordinario è che, nonostante si sia arrivati al terzo capitolo, questa premessa narrativa continua a dimostrarsi una base solidissima su cui costruire gli stravaganti castelli che hanno decretato il successo della creatura di Kazutaka Kodaka, tra gli sceneggiatori più brillanti della nuova generazione nipponica.
Stavolta, dopo le atmosfere tropicali del secondo episodio, si torna all’antico: la Ultimate Academy for Gifted Juveniles somiglia tanto all’indimenticabile Hope’s Peak Academy del capostipite, e come quest’ultima ospita alcuni tra gli studenti più promettenti della gioventù giapponese.
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La pianista più talentuosa, il più grande esperto di entomologia, l’artista più visionaria e la cosplayer migliore di sempre sono solo alcuni dei titoli che i personaggi hanno saputo meritarsi; eppure, come già in passato, non sono le straordinarie capacità di ognuno dei membri del cast ad attirare l’attenzione, quanto piuttosto le singole personalità, i contorti comportamenti, gli inattesi cambi di prospettiva.
Sebbene Danganronpa V3 non abbia paura di cannibalizzare le due uscite precedenti, pescando a piene mani dal recente passato tanto in termini di character design quanto di caratterizzazione dei personaggi, il risultato finale è nondimeno eccellente, a patto di scendere a compromessi con le forzature e il ricorso ai luoghi comuni tipici di certa narrativa nipponica.
Di episodio in episodio, il brand Spike Chunsoft richiede una dose aggiuntiva di sospensione dell’incredulità, com’è anche naturale che sia dopo tre capitoli abbastanza ravvicinati e tutti molto simili tra loro: le soluzioni agli omicidi si fanno sempre più astruse, con picchi di improbabilità già a partire dal primo caso, ma, quando in cambio si ottiene una trama così ben scritta ed un cast di personaggi incredibilmente interessanti, si è disposti a chiudere un occhio senza problemi.
Bastano un paio d’ore per sviluppare simpatie ed antipatie, per affezionarsi al modo di porsi di un compagno di disavventura e tirare sommarie conclusioni su un altro: al netto di personaggi lontani dalla realtà (come il robot K1-B0), ognuno dei partecipanti al macabro gioco messo in piedi da Monokuma non può non richiamare amici, compagni di scuola, colleghi, se non nel bizzarro modo di presentarsi, quantomeno nell’atteggiamento e nel modo di reagire dinanzi ad avvenimenti estremi.
Stiamo volutamente sorvolando sulla trama perché, come per i capitoli che l’hanno preceduto, Danganronpa V3 è un continuo di colpi di scena, un coacervo di svolte inattese e repentini capovolgimenti di fronte, uno dei quali, abbastanza clamoroso, in arrivo già entro le prime cinque o sei ore di gioco.
Non tutti i casi si rivelano inattaccabili dal punto di vista logico, e ad alcuni potrebbe non andar giù vedere il proprio beniamino barbaramente giustiziato da Monokuma e compagnia, ma la verità è che l’ultima fatica di Spike Chunsoft ha classe da vendere, tanto da riuscire a mantenere alta la soglia dell’attenzione anche quando indulge in qualche dialogo più verboso o in spiegazioni eccessive.
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Bugie bianche
Le fasi di gameplay sono ancora tripartite, seguendo una struttura definita che si ripropone sin dal capostipite: Daily Life, Deadly Life e Class Trial si alternano in maniera armonica, scandendo i capitoli della storia principale in maniera chiara e netta.
Durante la Daily Life, i giocatori possono esplorare liberamente la scuola, che si amplierà man mano che la trama proseguirà nella sua folle corsa verso il climax finale: aprire porte, interagire con le suppellettili e le strutture dell’enorme prigione che fa da teatro alle vicende e conversare con gli altri reclusi è tutto ciò che si può fare, a meno di non spendere monete nel casinò.
Come per i predecessori, queste fasi si rivelano probabilmente le più deboli, perché il grado di interattività è abbastanza limitato e la visuale in prima persona mette a nudo la pochezza dell’impalcatura tecnica del prodotto, eppure i giocatori più curiosi e più costanti nell’esplorazione non se ne pentiranno.
Le cose iniziano a farsi decisamente più interessanti durante la Deadly Life, ovvero quella che segue la scoperta di un cadavere: nel pieno del Killing Game messo in piedi da Monokuma, il giocatore deve battere palmo a palmo la scena del crimine (e spesso anche altre location ad essa collegate), analizzando attentamente il cadavere, gli indizi e le testimonianze degli altri partecipanti.
Durante queste fasi, in cui ci si sentirà novelli ispettori, la capacità di osservazione e quella di mettere insieme i pezzi del puzzle iniziano a diventare utili, anche se il titolo non consente di lasciare indietro alcun indizio, costringendo il giocatore ad analizzare ogni angolo della scena del crimine e a parlare con tutti.
Il Class Trial, infine, rappresenta da sempre il punto più alto della produzione: riuniti in una pacchiana imitazione di una sala di tribunale, tutti i sopravvissuti si confrontano all’americana, esponendo le loro tesi, accostando le testimonianze le une alle altre ed articolando un processo logico/deduttivo.
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In questa fase il giocatore è coinvolto in una serie di minigiochi, atti a testarne i riflessi e l’abilità manuale, oltre che le capacità deduttive: tornano cavalli di battaglia come il Non Stop Debate, in cui confutare le tesi altrui, o Hangman’s Gambit, una versione del classico gioco dell’impiccato, e si aggiungono novità come i Lie Bullets, ovvero proiettili di menzogna, utili a forzare il dibattito in una direzione conveniente, e i Mass Panic Debates, in cui farsi largo tra più personaggi che urlano la loro innocenza, alla ricerca della contraddizione cruciale.
Lo stile di queste fasi è ancora impeccabile, e, sebbene alcuni minigiochi funzionino decisamente meno di altri (Rebuttal Showdown, stiamo guardando te), il ritmo si mantiene alto e la commistione tra fasi dialogiche e momenti più action mantiene i Class Trial al centro dell’esperienza di gioco.
L’unica colpa di queste fasi è, inevitabilmente, la sensazione di già visto: dopo tre episodi dalla medesima struttura, Danganronpa V3 ha perso l’effetto novità che tanto aveva giovato al capostipite, e che già era andato parzialmente perso con il pur brillante seguito.
Il fatto che, prima di ogni Class Trial, sia possibile settare un differente livello di difficoltà per gli enigmi e per i minigiochi, così da andare incontro tanto ai novelli Sherlock Holmes quanto ai neofiti, aggiunge poco alla ricetta base, perché, in ogni caso, il prodotto Spike Chunsoft non punisce in alcun modo il giocatore anche in caso di game over continui.
Ciò che spinge ad andare avanti, giova ribadirlo ancora una volta, è la bontà dello script, la curiosità morbosa di sapere chi sarà il prossimo a lasciarci le penne e, soprattutto, la voglia di vedere se e come qualcuno riuscirà ad uscire vivo dalla Ultimate Academy for Gifted Juveniles.
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La fiera del character design nipponico
Danganronpa V3 è un titolo schizofrenico dal punto di vista visivo: artisticamente ispiratissimo, a patto di apprezzare i tratti più folli del character design made in Japan, tecnicamente appena sufficiente, in assenza di un vero e proprio set di animazioni e con costruzioni poligonali semplici, grezze e spesso anche sgraziate.
Sapendo a cosa andavamo incontro a livello stilistico, noi siamo rimasti rapiti dal character design, che, pur debitore nei confronti dei primi due capitoli (soprattutto di Goodbye Despair), continua a regalare chicche incredibili per chi è cresciuto a pane, anime e manga: personaggi androgini, robot, ex galeotti alti come Tyrion Lannister, cosplayer che fanno riferimenti continui alla cultura otaku sono solo alcuni dei lampi di classe con cui il titolo Spike Chunsoft abbaglia l’utente.
Lo sviluppo multipiattaforma con Vita non ha consentito voli pindarici, ma in un genere come quello delle visual novel (per quanto, come abbiamo detto, Danganronpa malsopporti le etichette), le mancanze tecniche passano in secondo piano, anche a fronte di un accompagnamento sonoro strepitoso.
Oltre ad arrangiare moltissimi pezzi entrati nell’immaginario dei fan della serie, come il main theme e il Monokuma theme, il team di sviluppo non ha tralasciato nulla in fase di doppiaggio, offrendo una doppia traccia audio (giapponese ed inglese) di grandissima qualità, con i doppiatori inglesi che, per una volta, non sfigurano accanto a quelli del Sol Levante.
La durata complessiva è in linea con quella dei capitoli precedenti, e quindi ben superiore alle venti ore, anche se la stragrande maggioranza di queste le si passerà a leggere e a farsi deridere da Monokuma e i suoi Monokubs.
Chiudiamo con una nota sulla risoluzione e la resa a schermo del titolo: rispetto al comunque buon lavoro svolto con la raccolta dei primi due capitoli giocata qualche mese fa, su PS4 (versione da noi testata) i fondali e gli artwork sono più nitidi e i controlli meglio mappati al Dual Shock 4. Si vede, insomma, che stavolta lo sviluppo del titolo è avvenuto anche con l’ammiraglia di Sony in mente sin dall’inizio.

Personaggi sorprendentemente realistici
Sceneggiatura diabolica
Artisticamente ispirato…
Colonna sonora di ottima qualità


Alcuni passaggi sanno di già visto
…ma tecnicamente povero


8.0

Come i due capitoli che lo hanno preceduto, Danganronpa V3 Killing Harmony ha qualcosa di magnetico, e solletica come pochissimi altri titoli la curiosità e il lato sadico che c’è in ogni videogiocatore.
Il macabro gioco messo in piedi da Monokuma e compagnia si lascia giocare anche stavolta, tra personaggi di grande spessore, dialoghi irriverenti e colpi di scena imprevedibili, grazie anche all’accresciuta varietà di minigiochi, al consueto, magnifico character design e ad una colonna sonora sempre sul pezzo.
A mancare, piuttosto, è il fattore novità, ma a risentire di questa stanchezza potrebbero essere solamente gli appassionati di vecchia data: per tutti gli altri, la visual novel di Spike Chunsoft rimane un acquisto molto più che consigliato, a patto di non aver paura di leggere tanto e di possedere una padronanza almeno buona della lingua inglese.