Un corsetto che toglie il respiro, una casa in cui ogni porta sembra chiusa a chiave e una domestica che entra nella vita della protagonista come una Mary Poppins punk armata d’ascia. Monster: The Lizzie Borden Story prende la polvere del caso giudiziario e la fa esplodere in un racconto di desiderio, umiliazione e rabbia femminile. L’operazione ha una forza evidente: finalmente Lizzie Borden smette di essere la sagoma della filastrocca e diventa una donna intrappolata nel proprio tempo.
Attenzione: da qui parleremo liberamente degli eventi della stagione. Netflix trasforma ogni incertezza in una risposta: Lizzie è colpevole, la relazione con la domestica è reale e le due donne agiscono insieme. È una soluzione narrativa chiara, a tratti persino irresistibile. Quando una serie attribuisce un delitto a una persona reale, però, l’invenzione smette di essere innocua. E il confronto fra i personaggi e i fatti documentati mostra quanto lontano si sia spinta questa stagione.
Il caso autentico offre già abbastanza materiale per una grande serie. Andrew e Abby Borden furono uccisi nella loro casa di Fall River nel 1892; Lizzie, che si trovava nella proprietà insieme alla domestica, venne processata e assolta l’anno successivo. Contro di lei c’erano comportamenti sospetti, testimonianze contraddittorie e un vestito bruciato pochi giorni dopo gli omicidi. Mancavano una confessione, tracce fisiche decisive e un’arma identificata con certezza. Nessun altro fu condannato.
Ella Beatty ha definito la protagonista una versione molto romanzata della donna reale, costruita usando i documenti per riempire gli spazi vuoti. È una descrizione onesta del lavoro dell’attrice e spiega la sicurezza con cui interpreta Lizzie. Ian Brennan, invece, ha indicato nella condizione femminile dell’epoca la gabbia da cui parte la storia: una donna veniva considerata incapace perfino di pensare ciò che un uomo poteva pensare.
- Il verdetto lasciava aperta una domanda, Monster la chiude
- Il silenzio degli archivi non è un lasciapassare
- Nance, Bertha e Wuornos: la cronologia diventa un giocattolo
- Monster confonde una prospettiva con una sentenza
Il verdetto lasciava aperta una domanda, Monster la chiude
La serie coglie qualcosa che appartiene davvero al processo. Gli avvocati difensori presentarono Lizzie come una figlia delicata, religiosa e fisicamente incapace di una violenza simile. Davanti a una giuria composta da uomini, la femminilità diventò una prova caratteriale: una signora perbene non poteva brandire un’accetta. Il tribunale assolse Lizzie; Fall River continuò a sospettare di lei fino alla morte.
Monster capovolge quello stereotipo e rischia di costruirne uno nuovo. La donna repressa deve per forza trasformare il dolore in sangue; il desiderio queer diventa la miccia; la violenza arriva come una liberazione. È una lettura molto contemporanea, sostenuta dalla furia della messa in scena e dalla vulnerabilità di Beatty. Eppure il caso Borden resiste da più di un secolo proprio perché nessuna lettura riesce a chiuderlo senza forzare qualche porta.
La serie avrebbe potuto mantenere quella tensione, mostrando diverse possibilità o lasciando che la certezza di Lizzie cozzasse contro i dubbi dello spettatore. Sceglie invece la confessione visiva: vediamo chi colpisce, chi aiuta e perché. Il mistero giudiziario viene risolto con la grammatica dell’horror. Divertente da guardare, certo. Molto meno facile da dimenticare come semplice fantasia.
Il silenzio degli archivi non è un lasciapassare
Bridget Sullivan è il caso più delicato. La vera domestica irlandese lavorava da anni per i Borden, era presente nella casa e testimoniò al processo. Non esistono documenti contemporanei che provino una relazione sentimentale con Lizzie o una sua partecipazione agli omicidi. Vicky Krieps interpreta invece una viaggiatrice arrivata quasi dal futuro: sessualmente libera, ribelle, capace di mostrare a Lizzie una vita oltre il padre e la matrigna.
L’idea ha precedenti. Il romanzo Lizzie di Evan Hunter la propose negli anni Ottanta e il film omonimo del 2018, con Chloë Sevigny e Kristen Stewart, trasformò già Bridget nell’amante e complice della protagonista. Brennan ha detto a Vanity Fair che l’assenza di prove non dimostra l’assenza della relazione e che si sentiva autorizzato a darla per acquisita. La prima parte del ragionamento è sensata: la vita intima di due donne dell’Ottocento poteva sparire dagli archivi con estrema facilità.
Da quella possibilità a un doppio omicidio organizzato insieme, però, il salto è enorme. Immaginare un amore nascosto può restituire spazio a vite che la storia ufficiale ha ignorato. Attribuire a Bridget un’associazione criminale, un rapporto sessuale con Andrew e una gravidanza significa riscrivere una persona precisa fin quasi a cancellarla. La domestica reale aveva già pochissimo potere nella casa; la serie le regala un’ascia e, nello stesso gesto, le toglie la sua storia.
Nance, Bertha e Wuornos: la cronologia diventa un giocattolo
Con Nance O’Neil la manipolazione è dichiarata. L’attrice conobbe Lizzie più di dieci anni dopo il processo, mentre nella serie la prepara ad affrontare la giuria. Brennan ha spiegato che i processi sono difficili da rendere interessanti e che Nance permetteva di animare quelle scene. Si capisce la necessità dello sceneggiatore. Rimane una scorciatoia: una vera amicizia viene spostata nel tempo perché il copione ha bisogno di una consulente teatrale.
La morte di Bertha Manchester supera anche quel confine. Monster la usa come prova generale degli omicidi Borden e coinvolge Lizzie e Bridget. Manchester fu uccisa mesi dopo Andrew e Abby, quando Lizzie era già detenuta in attesa del processo. Qui la serie non riempie un vuoto: prende un altro delitto reale e lo consegna alle proprie protagoniste per rendere più spettacolare la loro trasformazione.
Poi arriva Aileen Wuornos, ospite della casa Borden e idealmente ispirata da Lizzie. Non esistono prove di una sua ossessione per quel caso. La stagione vuole costruire una dinastia della rabbia femminile che attraversa Elizabeth Báthory, Borden e Wuornos, con Ryan Murphy pronto a collegare i suoi mostri come fossero personaggi di un unico universo. L’immagine funziona sullo schermo; la storia viene piegata finché tutte queste donne sembrano passarsi la stessa accetta.
Monster confonde una prospettiva con una sentenza
La stessa difesa era già comparsa dopo Monsters: The Lyle and Erik Menendez Story. Murphy sosteneva che la serie adottasse molte prospettive e che una prospettiva fosse un’opinione, non una bugia. In quel caso i fratelli Menendez, ancora vivi, contestarono pubblicamente quella che consideravano una rappresentazione disonesta. Con Lizzie Borden la distanza storica rende impossibile una risposta dei protagonisti, ma non alleggerisce automaticamente ciò che gli autori mettono loro in bocca o tra le mani.
Qui non stiamo chiedendo a una serie drammatica di comportarsi come un verbale giudiziario. Stiamo chiedendo che sappia quanto pesa la propria sicurezza quando usa nomi veri. Monster poteva raccontare il desiderio di Lizzie, la gabbia domestica e la rabbia contro un mondo costruito dagli uomini conservando il dubbio che rende il caso così potente. Ha preferito una fiaba nera in cui ogni simbolo trova il proprio colpevole.
La stagione rimane viva, sfacciata e piena di interpretazioni che meritano attenzione. Proprio per questo le sue invenzioni resteranno impresse più dei documenti. Fra qualche anno molti spettatori ricorderanno Bridget come l’amante che aiutò Lizzie a impugnare l’ascia, mentre la donna reale tornerà a scomparire dietro il soprannome “Maggie”. Per una serie che dice di voler liberare le donne cancellate dalla storia, è un finale amaramente ironico.