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Pro
- Il film intreccia fantascienza, riflessioni su fede, identità ed empatia, andando oltre il semplice racconto di genere.
- Steven Spielberg costruisce momenti visivamente potenti e riflessioni profonde che lasciano un segno nello spettatore.
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Contro
- Alcune sezioni rallentano troppo, con passaggi meno fluidi e momenti di verbosità.
- La densità del racconto può risultare dispersiva e, in certi punti, ridurre l’intensità dell’esperienza.
Il Verdetto di Cultura POP
Steven Spielberg che torna alla fantascienza non è affatto una cosa da poco. Si tratta di un evento storico ma anche culturale, in qualche modo, una scelta artistica che desta immediata attenzione e assoluta curiosità. Il suo Disclosure Day, inoltre, si è presentato al grande pubblico giocando con ombre e mistero, anticipando e celando un’esperienza che pare attingere direttamente dalle nostre stesse convinzioni più recondite.
O almeno questa è stata l’impressione trasmessa da una campagna di marketing sospesa fra il profondamente inquietante e il familiare, quasi a rassicurare quella enorme fetta di pubblico che nutre cieca fiducia nella visione artistica di un regista che ha cambiato per sempre la storia del cinema pop, e non solo, mondiale, influenzandone modelli, modi e icone.
Da un regista del genere, quindi, ci si aspetta un lavoro di fino. Un lungometraggio che sfrutti la dimensione della fantascienza quasi fosse un grande contenitore in cui è possibile inserire tante altre cose. Uno strumento che potrebbe condurre a tanto altro, insomma.
Disclosure Day è un lavoro per immagini carico di aspettative per tante ragioni differenti. Sia per via del suo regista, sia per via del cast altisonante che compone il racconto in questione, gli occhi sono tutti puntati verso quello che potrebbe tranquillamente essere un film memorabile, disponibile nei cinema italiani dal 10 giugno 2026.
Non siamo Dio
Introdurre l’intreccio di Disclosure Day non è affatto semplice e anticiparne troppo potrebbe inficiare negativamente l’esperienza complessiva. In sostanza si tratta di una storia corale spaccata in quattro.
A dirigere l’azione troviamo Margaret (Emily Blunt), una giornalista televisiva celebre per i suoi servizi in ambito meteorologico, che, mentre tenta di fare il salto passando alle notizie, vive una sorta di trasformazione che la condurrà verso strade inattese.
Daniel (Josh O’Connor), invece, è colui la cui storia rappresenta l’avvio dell’intera narrazione. Quando lo conosciamo in Disclosure Day, lo troviamo in fuga, inseguito da una forza governativa fittizia e senza scrupoli. Ha solamente un obiettivo a ispirarne il cammino: la verità.
Noah (Colin Firth) è il cattivone della situazione. Non si conoscono fino in fondo i suoi obiettivi e le sue potenzialità, ma la potenza militare e spionistica che guida sembra avere tutte le possibilità e le risorse di questo mondo, tutte impiegate per proteggere alcune ombre che, per loro, non dovrebbero mai venire alla luce.
Hugo (Colman Domingo), invece, è forse il personaggio più misterioso di Disclosure Day, una sorta di "legante non legante" che attraversa tutti. Il nuovo film di Spielberg, quindi, intreccia tutte queste vite in un viaggio che va oltre i confini privati e personali di ognuno di loro, ed è proprio in questo che risiedono il fascino e l’ambizione che non si possono contenere e che restano addosso.
L’empatia nel comprendere e leggere l’altro
Disclosure Day introduce a un racconto di fatto complesso e sicuramente prolisso. La prima parte del film non fila troppo liscia, ma funziona da introduzione a tutto quello che vedremo in seguito. Spielberg riesce fin da subito a incuriosire, quindi, anche quando rallenta di molto il ritmo di un lavoro tanto pieno di cose, carico eppure affascinante.
La grande potenza del lungometraggio non risiede troppo nella materia che tratta, quanto nelle modalità che adotta e in alcune tematiche specifiche che risultano subito vicine, oltre la finzione stessa.La fantascienza come “contenitore”, come accennavamo all’inizio della recensione di Disclosure Day, come “scheletro” di una narrazione assolutamente complessa e sfaccettata, dalle molteplici letture.
Il fatto di riuscire a costruire un inseguimento continuo fatto di riflessioni sulla vita, sulla fede e sul nostro posto nell’universo, senza cadere nel didascalico, la dice ancora lunga su un maestro del grande schermo che sa come dosare il proprio “tocco” particolare e il proprio sguardo.
Perché Disclosure Day imbastisce, con una facilità disarmante, momenti cinematografici immediatamente iconici, muovendosi lungo i fili di alcune riflessioni particolari sull’empatia e sulla comprensione del diverso, che qui si fanno cinema dei sentimenti e soprattutto riflessione personale profondissima.
Lo scegliere di costruire un lungometraggio partendo dalla dimensione aliena non è affatto la strada più agevole che si possa percorrere, specialmente nel 2026. Si è detto di tutto e di più sugli extraterrestri, eppure il Disclosure Day di Steven Spielberg riesce a trattare il tutto in modo interessante, aggiungendo qualcosa a una discussione che va avanti da tempo.
Fra i punti di forza del film, oltre alle riflessioni di fondo, c’è l’interpretazione di una Emily Blunt assolutamente lanciata e perfetta nel ruolo di una Margaret che si fa “veicolo” di tantissime cose differenti. Di pari passo con tutto ciò troviamo una regia sempre in movimento e alcuni momenti formali che rimarcano la poetica di un regista praticamente iconico.
Disclosure Day, però, non è un film perfetto. Alcuni momenti perdono troppo d’intensità, spingendo la narrazione da picchi potentissimi a una verbosità che potrebbe pure annoiare. Il ritmo generale è altalenante, ma questo non frena affatto l’interesse verso un intreccio che si mostra per quello che è a poco a poco, in un lavoro cinematografico che parla di tantissime cose differenti.
Narra di tutti noi, di quello che siamo, di quello che eravamo e di quello che siamo diventati. Spacca il cuore nel mostrare le nostre fragilità senza prendere mai una via univoca nel rappresentare l’umano nelle sue incoerenze e sfumature.
Inoltre, mette in mezzo l’identità e la fede, senza risparmiarsi mai nel colpire un pubblico che potrebbe aspettarsi qualsiasi cosa da un film del genere. Nella indecifrabilità di Disclosure Day, però, si muove qualcosa di familiare che destabilizza e lascia a bocca aperta, in certi momenti, e questa non è cosa da poco specialmente oggi.