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Pro
- Uno spaccato del Giappone del 20esimo secolo.
- La narrazione ci ha già convinto.
- Sistema di combattimento interessante ma…
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Contro
- ... con qualche riserva.
- Tecnicamente non è il massimo.
- Telecamera talvolta antipatica.
Conclusioni Finali di SpazioGames
Restano però alcune zone d’ombra. Il sistema di combattimento, pur originale e pieno di potenziale, risulta ancora difficile da padroneggiare e anche il comparto tecnico mostra qualche incertezza, e con tre mesi al lancio non ci si può aspettare una vera rivoluzione. Il quadro, in ogni caso, è quello di un’opera con basi solide e personalità da vendere, capace di trasportarci in un Giappone che non esiste più e di farci affezionare a un protagonista come Makoto Daito.
Non è certo la prima volta che vi parliamo di Stranger than Heaven su queste pagine.
Poco più di un mese fa vi avevam infatti raccontato il nostro primo incontro con la nuova IP di RGG Studio alla Gamescom 2026.
Un hands-on di appena mezz’ora, incentrato esclusivamente sul sistema di combattimento, che è comunque bastato ad accendere i riflettori sul titolo, in arrivo sul mercato il prossimo 15 gennaio.
Ora siamo finalmente riusciti a provarlo in maniera più estesa, per un totale di circa tre ore. Un tempo che ci ha permesso di scoprire qualcosa di più anche sulle altre componenti che caratterizzeranno questa nuova avventura firmata dallo studio che ha dato i natali alla celebre saga di Yakuza e di farci un’idea più completa di ciò che attenderà i giocatori al lancio.
Dall'America al Sol Levante
Stranger than Heaven, come la maggior parte di voi già saprà, è ambientato in Giappone nell’arco di una cinquantina d’anni e ci porta dalla Fukuoka del 1915 fino alla Tokyo del 1965. In questo viaggio vestiremo i panni di Makoto Daito, un giovane con madre giapponese e padre americano in cerca di riscatto e che troverà nella terra del Sol Levante un terreno fertile per la propria carriera criminale.
Il percorso ci permetterà non solo di vivere cinque diversi distretti giapponesi, ma anche di assistere all’ascesa e alla crescita di un personaggio, accompagnandolo dalla gioventù fino all’età adulta. Un arco narrativo decisamente ampio, che promette di restituire la trasformazione del protagonista in modo graduale e, speriamo, credibile.
Il viaggio di Makoto Daito non inizia però in terra nipponica, bensì a diverse migliaia di chilometri di distanza, dall’altra parte dell’Oceano Pacifico. La nostra avventura, così come il provato dei giorni scorsi, prende infatti il via a San Francisco, dove impersoneremo un giovane Makoto in fuga dalla polizia.
Per uno scambio di persona, il protagonista è stato infatti confuso per il principale indiziato di un omicidio, e le forze dell’ordine non hanno alcuna intenzione di verificare con cura la fondatezza dei loro sospetti. Anzi, essendo Makoto di origini miste, i poliziotti non vedono l’ora di sfogarsi sul malcapitato, lasciando trasparire tutto il razzismo dell’epoca.
Questo incipit si rivela l’occasione perfetta per introdurre i combattimenti del gioco, che RGG Studio ha rivoluzionato rispetto a quanto visto in passato nei Yakuza. L’intento dello studio giapponese è infatti quello di dare vita a scontri da strada il più possibile realistici e, per questo motivo, ha messo a punto un sistema che permette di controllare i colpi sia con gli arti destri che con quelli sinistri, e che comprende anche prese, lotta a terra e molto altro.
Il risultato finale è senza dubbio originale e interessante, ma non esattamente semplice da padroneggiare. Nonostante un’intera mattinata in compagnia del titolo, non siamo difatti riusciti a farlo davvero nostro, anche se è indubbio che quanto orchestrato dalla software house offra più di uno spunto interessante.
La speranza è che, con più ore di gioco alle spalle, il tutto cominci a ingranare e renda i combattimenti fluidi e soddisfacenti. La base di partenza è in ogni caso solida ed è difficile avere dubbi su RGG Studio, che in passato ha dimostrato ben più di una volta di saperci decisamente fare.
Tornando alle fasi iniziali dell’avventura, dopo essersi sbarazzato dei poliziotti alle calcagna Makoto Daito si imbarca su una misteriosa nave, dove farà la conoscenza di Orpheus, personaggio enigmatico e potente interpretato niente meno che da Snoop Dogg.
Quella di Snoop Dogg non sarà l’unica guest star presente nel titolo: Stranger than Heaven conterrà anche un personaggio ispirato a 2Pac, oltre a diverse personalità di spicco giapponesi.
Anche in questo si riflette la forte commistione tra cultura giapponese e cultura americana, proprio come nel protagonista, che di questo incontro tra due mondi è la più evidente incarnazione.
Tra una spedizione punitiva e l'altra
La seconda e la terza fase del nostro provato ci hanno invece messo di fronte a un Daito sbarcato da tempo sul territorio nipponico e impegnato a muovere i primi passi nella malavita organizzata. Si tratta di sezioni narrative che ci hanno permesso di scoprire qualcosa in più sul personaggio e sul mondo che lo circonda, oltre che di valutare la qualità della scrittura dell’opera di RGG Studio.
Dopo alcune sequenze filmate abbiamo potuto girovagare per le zone di gioco, in particolare per la Kokura del 1915. Si tratta di un’area non enorme, ma, come da tradizione dello studio, colma di attività e minigiochi.
Tra arm wrestling, trottole, una sorta di scacchi, lanci di dadi e molto altro, ci siamo persi in svariati passatempi, ciascuno capace di farci dimenticare per qualche istante ciò che stava accadendo intorno a noi e a Makoto Daito. È proprio questa varietà, del resto, uno dei tratti distintivi che i fan dello studio hanno imparato ad amare.
I distretti di Stranger than Heaven, tanto Kokura quanto gli altri che abbiamo potuto provare nel corso dell’hands-on, non sono però soltanto piccole cornucopie di cose da fare e da scoprire, ma anche bellissimi spaccati di vita del Giappone dell’epoca.
Passeggiare tra le loro strade è davvero ammaliante, e non neghiamo di esserci fermati più volte ad ammirare qualche via particolarmente animata. Attraversare i quartieri di notte o con il sole alto nel cielo regala inoltre esperienze decisamente differenti, a testimonianza ancora una volta dell’enorme lavoro svolto dallo studio per ricreare dei piccoli diorami del Giappone del Novecento.
La musica come fil rouge
L’ultima sezione provata si è svolta nel 1943 a Osaka, dove Makoto Daito è ormai diventato un uomo tutto d’un pezzo. Questa fase non ci ha permesso tanto di scoprire qualcosa in più sugli sviluppi avanzati della trama, quanto di mettere mano a una componente fondamentale del gioco.
Oltre a combattere e a scalare i ranghi della criminalità, Makoto Daito coltiva infatti una grande passione: la musica. È qualcosa che lo accompagna in quasi ogni istante, con intuizioni per melodie e sonorità che gli vengono persino durante gli scontri o mentre vaga per l’ambiente di gioco.
Una volta raccolte abbastanza idee, è possibile tornare da un amico compositore e vederlo dare vita a una nuova canzone. La parte più intrigante non è però assistere alla nascita della melodia, bensì costruirle attorno un intero spettacolo.
In Stranger than Heaven potremo infatti organizzare uno show musicale nei minimi dettagli, dalla fase pubblicitaria fino alla scelta dei musicisti, passando per il mood dell’opera e addirittura dagli effetti speciali.
RGG Studio ha riposto in queste sezioni una cura notevole, lasciando libero sfogo al talento artistico dei giocatori e proponendo un’attività che promette di tare tante soddisfazioni a chi vorrà dedicarvi del tempo. Per chi ama sperimentare e mettere la propria impronta creativa sull’esperienza, sarà insomma una componente da non sottovalutare.
L’importanza della musica, a livello narrativo e non solo, è sottolineata ulteriormente dall’ottima colonna sonora, capace di alternare sapientemente il jazz a stili più moderni, includendo anche melodie giapponesi e sonorità d’oltreoceano. Un risultato encomiabile, di cui l’omonimo brano firmato da Ado, Snoop Dogg, Satoshi Fujihara e Tori Kelly è l’esempio più lampante.
Il lato oscuro
Non tutto ci ha però convinto al 100% durante le nostre ore con il gioco. Sebbene il sistema di combattimento sia indubbiamente ricco di potenziale, vi abbiamo ritrovato le stesse criticità che vi avevamo segnalato un mese fa, dopo averlo testato per la prima volta alla Gamescom 2026.
Complice una telecamera non sempre impeccabile, gli scontri, soprattutto quando coinvolgono più avversari contemporaneamente, diventano spesso confusionari e di difficile lettura, portandoci a subire colpi imprevisti e a incappare in qualche sfortunato game over. Si tratta di un limite che pesa soprattutto in un sistema così ambizioso, nel quale la chiarezza di ciò che accade a schermo dovrebbe essere una priorità.
Dal punto di vista tecnico, inoltre, Stranger than Heaven non è esattamente all’avanguardia, e abbiamo notato più di un’incertezza, sia nella resa grafica che nella pulizia del codice. È vero che mancano ancora tre mesi al lancio, previsto, ricordiamo, per il 15 gennaio, ma è altrettanto vero che il tempo che ci separa da quella data non può riservare miglioramenti straordinari in questo senso.
Giocare a Stranger than Heaven solo per l’aspetto tecnico sarebbe comunque sbagliato, perché l’opera di RGG Studio sembra realizzata davvero con il cuore e in grado di trasportarci in un Giappone che non c’è più, alla ricerca di un sogno e di una nuova vita nei panni di un protagonista che ci ha già conquistato.
La speranza è che da qui a gennaio lo studio nipponico riesca a rifinire gli aspetti che richiedono ancora un po’ di lavoro e che l’epopea di Makoto Daito mantenga le importanti premesse viste finora.