-
Pro
- Combat system frenetico, comparto tecnico solido.
- Diverse build modificano in modo reale l'approccio agli scontri.
- Boss fight che richiamano le dinamiche di Monster Hunter.
-
Contro
- La gestione della stamina e dei surriscaldamenti punisce gli errori.
- L'assenza di intrighi e conflitti umani rischia di snaturare l'essenza del franchise.
Conclusioni Finali di SpazioGames
Il franchise di Mobile Suit Gundam ha trascorso decenni a raccontarci i drammi della guerra, gli intrighi politici e il peso morale di pilotare giganti di metallo in mezzo a conflitti civili. Con Gundam Rogue Orbit, il nuovo capitolo svelato da Bandai Namco e in arrivo il 5 marzo 2027 su PC, PS5 e Xbox Series X|S, non sapevamo esattamente cosa aspettarci.
Dopo aver passato un po' di tempo pad alla mano, testando tre diverse missioni e altrettanti equipaggiamenti, una cosa è chiara: dimenticate tutto ciò che sapete sui videogiochi classici dedicati a questo universo.
Se avete giocato ai precedenti titoli del franchise, sapete bene come funzionano le cose: ci si tiene a distanza, si scambiano colpi di fucile a raggi da una parte all'altra del campo di battaglia e, solo in casi estremi, ci si scontra con le spade laser.
Ebbene, Gundam Rogue Orbit prende questa formula e la disintegra. Pad alla mano, la sensazione non è quella di pilotare un lento e pesante colosso di metallo, ma piuttosto di avere tra le mani un action hack-and-slash puro, qualcosa che strizza prepotentemente l'occhio a pesi massimi come Devil May Cry 5 o Stellar Blade.
Dimmi che arma usi e ti dirò chi sei
Si scatta, si schiva all'ultimo millimetro, si concatenano combo aeree devastanti prima che il nemico tocchi terra. Tutto ruota attorno al misuratore di spinta del nostro Gundam Helix: abusatene sfrecciando ovunque e finirete surriscaldati, bloccati a terra avvolti da una (bellissima, va detto) aura rosso-arancio mentre i sistemi sfiatano il calore nel momento peggiore possibile.
Durante la prima sezione della prova, incaricati di fare piazza pulita di alcune creature aliene note come APC, abbiamo avuto l'opportunità di testare tre diverse configurazioni del Gundam Helix. Sebbene il sistema di movimento di base rimanga invariato, l'approccio agli scontri cambia radicalmente.
La Spada d'Assalto è il pacchetto più bilanciato e immediato: offre una lama massiccia perfetta per caricare attacchi pesanti e un cavo da rampino per trascinare il Gundam verso i nemici chiudendo letali combo da due colpi, perfetto per chi vuole buttarsi nella mischia a testa bassa.
La Spada Frusta, invece, è una bestia completamente diversa. Richiede più maestria e, devo essere sincero, in spazi chiusi mi ha dato un po' di filo da torcere, consumando molta stamina. Nonostante ciò, la sua capacità di estendersi per colpire ad area tenendo a bada le orde nemiche è impagabile, trasformando visivamente il mecha in una sorta di Zaku militarizzato.
A unire queste tre build ci pensa il sistema Over-Rise. Riempiendo l'apposita barra subendo e infliggendo danni, potrete scatenare una sorta di sistema Trans-Am, per dirla alla Gundam 00. In questo stato temporaneo di invincibilità, non solo i danni dei vostri attacchi base schizzano alle stelle, ma potrete attivare l'AP Unit Burst, ordinando ai vostri droni di scatenare un raggio laser tanto spettacolare quanto devastante. Insomma, un vero e proprio pulsante "salvavita" da usare con tempismo.
Vibes da Monster Hunter
Se pensavate che l'azione fosse tutta confinata a semplice carne da cannone aliena, vi sbagliate di grosso. Il vero banco di prova sono state le boss fight, e qui, sorprendentemente, il gioco cambia di nuovo pelle. Niente barra della vita unica da svuotare colpendo alla cieca: l'incontro ricordava da vicino le dinamiche di Monster Hunter; abbiamo dovuto concentrare i colpi su parti specifiche del corpo, come ali e zampe, per aprirci la strada verso un punto debole sul petto.
C'è da dire, però, che c'è un elefante nella stanza: affrontare mostri alieni è una novità assoluta per un franchise che ha sempre fatto dei conflitti umani, della politica e della moralità della guerra le sue fondamenta incrollabili. Il rischio che Gundam Rogue Orbit perda un pezzo della sua "anima" per inseguire un pubblico più vasto c'è, ed è palpabile.
Il gameplay funziona alla grande, ma il gioco avrà bisogno di una narrativa forte (di cui in questa demo non abbiamo visto nemmeno l'ombra)) per non essere etichettato come un semplice, per quanto eccellente, action game scollegato dalla sua identità storica.
Graficamente com'è?
A tal proposito, vale la pena spendere due parole sull'ottima pulizia del comparto tecnico basato su Unreal Engine 5. La prova si è svolta su PS5, dove il gioco non ha mostrato il fianco a nessuno stuttering o incertezza, garantendo prestazioni fluide come e un colpo d'occhio davvero notevole.
Insomma, Gundam Rogue Orbit si preannuncia come una scommessa tanto coraggiosa quanto rischiosa per Bandai Namco. Se da un lato il sistema di combattimento frenetico e viscerale, esaltato da un comparto tecnico per ora ottimo, promette di fare la gioia degli amanti degli action più puri, dall'altro resta il grande interrogativo sulla profondità della trama.
La sensazione, dopo la prova, è quella di trovarsi davanti a un titolo che sa esattamente cosa vuole essere quando si tratta di muovere i mech, di colpire e di far sentire il peso di ogni impatto, ma che mantiene ancora un certo riserbo su tutto ciò che sta attorno all'azione: struttura delle missioni, ritmo della campagna, spessore dei personaggi e della loro evoluzione.
Solo il gioco completo potrà dirci se questa nuova veste saprà mantenere intatta l'anima della serie. L'appuntamento per sciogliere ogni dubbio è fissato per il 5 marzo 2027: fino ad allora, l'entusiasmo per un gameplay così solido dovrà necessariamente convivere con l'attesa di scoprire se, dietro a combo aeree e spettacolari esplosioni, si nasconda una storia davvero degna del nome Gundam.
Per un marchio che ha costruito il proprio mito su guerra, perdita e responsabilità, non basta un sistema di combattimento brillante: servono un racconto capace di lasciare il segno e una messa in scena che sappia rispettare la tradizione senza ridursi a mero fanservice. Le premesse per un risultato di alto livello ci sono tutte, ma la parola definitiva spetterà al prodotto finale.