Valkyria Revolution

Recensione
A cura di DottorKillex - 27 Giugno 2017 - 0:00

Nonostante il terzo episodio, uscito per PlaystationPortable, sia rimasto confinato al Giappone, una ferita che per i fan non si è mai rimarginata completamente, anche con solo due episodi all’attivo, la serie di Valkyria Chronicles si è distinta per la qualità della narrativa e per la profondità del gameplay, tanto da essere inserita in tutte le liste dei migliori strategici dell’ultimo decennio e da meritarsi una versione rimasterizzata per PS4 (l’esordio avvenne su PS3), uscita lo scorso anno.
Con Valkyria Revolution, però, Sega ha deciso di sparigliare le carte, nel tentativo di andare incontro ai gusti di un pubblico più ampio di quello degli strategici a turni, risaputamente di nicchia.
Come sarà andato l’esperimento?
Cinque nomi cerchiati in rosso
Valkyria Revolution racconta due storie parallele, e lo fa partendo dalla fine, ovvero da un allievo e da una professoressa che, nel giorno della festa nazionale di Jutland, paese immaginario dell’Europa meridionale, si ritrovano dinanzi alla tomba dei cosiddetti “cinque traditori”, figure passate alla storia come gli unici responsabili dello scoppio di una sanguinosa guerra.
Le due storie cui si faceva riferimento poc’anzi, infatti, comprendono tanto il particolare quanto il generale, le tristi vicende di cinque orfani, sopravvissuti per miracolo al rogo dell’orfanotrofio che li ospitava, e lo strazio di una nazione spinta alla guerra da assurde sanzioni economiche che la stanno riducendo al collasso.
Il giocatore veste i panni di Amleth Gronkjaer (i giapponesi hanno le idee un po’ confuse sui nomi e cognomi europei…), ombroso leader dell’Anti-Valkyria Squad, nucleo elite specializzato creato appositamente per contrastare il potere della Valkyria, una faccia nota per i vecchi appassionati della saga.
Questa amazzone dagli straordinari poteri è asservita al regnante di Ruz, enorme impero coloniale che spadroneggia in tutte la parte centrale del continente, annettendo stati e imponendo loro tassazioni pesantissime.
Partendo, come per il primo Valkyria Chronicles, da basi storiche ancorate alla realtà (qui la seconda rivoluzione industriale, che scosse le economie e i sistemi sociali dei paesi europei a cavallo tra la seconda metà del XIX e i primi anni del XX secolo), gli sceneggiatori di Sega hanno costruito un intreccio magistrale, popolato di figure avide di potere, di personaggi accecati da sentimenti poco nobili ma profondamente umani, di masse sfruttate senza alcuna consapevolezza e, soprattutto, di temi quantomai attuali come il valore della vendetta e il limite tra giustizia e cieca ripicca.
Differentemente dai due prequel giunti in Europa, Valkyria Revolution inquadra la guerra dal punto di vista di chi la decide a tavolino, spostando pedine su una mappa per i propri interessi, e non dei soldati comuni, costretti a versare il proprio sangue e commettere atti atroci in nome di chissà quale ideale: il risultato è un prodotto maturo e violento, che somiglia assai meno dei due titoli precedenti ad un pamphlet antimilitarista.
La spersonalizzazione di molti degli aspetti più cruenti della guerra procede di pari passo con il dramma umano dei cinque traditori, e spesso il giocatore più attento non potrà fare a meno di chiedersi se stia vestendo i panni dell’antieroe piuttosto che quelli del comandante senza macchia.
Come spesso accade quando il confine tra vittime e carnefici è molto sfumato, Valkyria Revolution suscita domande senza risposte univoche, dubbi legittimi che nemmeno le convinzioni più granitiche possono fugare del tutto: nonostante continuiamo a preferire l’ingenuità e la freschezza del capostipite, è innegabile come la cupezza ed il cinismo portati in dote dall’ultima fatica Sega siano due potenti frecce nell’arco della sua narrativa.
Strategy musou
Nonostante ci aspettassimo una virata verso ritmi più sostenuti rispetto a Valkyria Chronicles, le primissime ore in compagnia di Valkyria Revolution sono state all’insegna dello smarrimento e della meraviglia, e non certo in senso positivo.
Sega aveva reputato saggio sconvolgere le meccaniche di gioco che avevano contraddistinto i capitoli precedenti, alleggerendo il peso della strategia nell’economia di gioco a tutto vantaggio dell’azione in tempo reale.
Se Valkyria Chronicles si giocava a turni, muovendo i personaggi fino allo svuotamento della loro barra degli action point, in Revolution se ne ha il controllo diretto, con il movimento delegato allo stick sinistro e gli attacchi ai tasti frontali: nonostante sia possibile richiamare un menu semiradiale tramite il quale impartire ordini in tempo reale ai propri tre compagni di squadra, peraltro controllabili a piacimento agendo sulla croce direzionale, il gameplay tende decisamente verso i titoli di serie come Dynasty e Samurai Warriors.
Lo stupore è cresciuto quando abbiamo notato come tutta l’infrastruttura strategico/ruolistica sia rimasta fondamentalmente immutata: è ancora possibile sviluppare nuove armi secondarie con cui dotare la squadra, che è a sua volta suddivisa nelle medesime classi già viste in precedenza, tra cui Shock troopers, Shield bearers e Scout.
Semplicemente, tutte le accortezze e il micromanagement necessari per giungere alla vittoria durante le battaglie più impegnative dei capitoli precedenti qui sono divenuti elementi trascurabili, a fronte di una difficoltà media drasticamente rivista verso il basso, tanto da consentirci di vedere i titoli di coda con una singola morte a livello Normale, il più alto selezionabile alla prima run.
Ci sarebbero anche degli alberi di abilità personali per ognuno dei membri della squadra, la possibilità (remota, vista il già citato livello di sfida) della morte permanente dei membri della squadra non rianimati in tempo e un sistema di crafting abbastanza basilare che consente di commissionare equipaggiamento realizzato su misura, con bonus direttamente proporzionali ai materiali utilizzati.
Tutte queste possibilità, che rendevano profondo e raramente banale il capostipite, vengono però svilite dalla scelta di puntare decisamente sull’azione pura, affidando al button mashing l’esito della stragrande maggioranza degli scontri, quelli con la cosiddetta carne da macello, e rendendo davvero necessari la pausa tattica e l’utilizzo delle numerose abilità solamente in occasione degli scontri con i boss.
A poco serve l’introduzione di un minimo di attesa tra una raffica di attacchi consecutivi e la successiva: parliamo di un paio di secondi al massimo, che diventano anche meno se si passa al controllo attivo di uno Scout, classe capace di attaccare i nemici senza soluzione di continuità, pur infliggendo loro meno danni per ogni singolo attacco.
Non esageriamo se diciamo che, non fosse stato per il filtro grafico, che rende immediatamente riconoscibile il brand, e per l’ambientazione europea, avremmo potuto scambiare Valkyria Revolution per uno qualsiasi degli innumerevoli musou usciti nel corso dell’ultimo lustro: se questo sia un peccato capitale o un pregio, spetta alla sensibilità ed ai gusti dei nostri lettori deciderlo, ma da parte nostra speriamo che Sega torni al consolidato gameplay strategico degli episodi precedenti dopo questa parentesi action.
Tecnica e arte
Il discorso relativo al comparto tecnico dell’ultima fatica Sega non è meno complesso: più che mai, una divisione netta tra la direzione artistica e il mero conteggio poligonale ci sembra essere l’unica maniera di approcciare Valkyria Revolution da questo punto di vista.
Partiamo dalle buone novelle, che, come anche per gli altri capitoli del franchise, sono tutte sul versante della direzione artistica e del character design: il cast di protagonisti del titolo Sega, l’ambientazione mitteleuropea, la peculiare visione dei giapponesi nei confronti della nostra cultura sono tutti elementi che rendono unico Valkyria Revolution, al di là dei gusti personali.
L’onnipresenza del filtro “cartaceo”, che già aveva impreziosito entrambi i capitoli precedenti, se da un lato toglie pulizia all’immagine, dall’altro dona un aspetto da libro-game che i fan della serie avevano dimostrato di apprezzare particolarmente, contribuendo a definire l’identità del prodotto e a farne un unicum all’interno del panorama videoludico contemporaneo.
Il character design, per quanto più spinto e stereotipato delle precedenti uscite, è estremamente efficace nel convogliare le emozioni e i sentimenti che le ingessate espressioni facciali non riescono a veicolare e, più in generale, il tratto artistico della produzione aggiunge all’esperienza di gioco.
Purtroppo le cose cambiano se si passa ad analizzare il prodotto dal punto di vista tecnico: se Valkyria Revolution aveva fatto un figurone sulla scorsa generazione di console, non si può dire che ora raggiunga gli standard qualitativi medi che PS4 sta impostando al culmine del suo ciclo vitale.
Texture in bassa risoluzione, un comparto animazioni assai limitato, una modellazione poligonale buona solamente se ci si sofferma ai personaggi principali sono solo alcuni degli oggettivi limiti del prodotto, che, per muovere in maniera fluida un maggior numero di personaggi a schermo rispetto al passato è sceso a più di un compromesso.
Il framerate, quantomeno, non ha mostrato incertezze, a differenza della telecamera, che, soprattutto nei rari casi in cui gli spazi si stringevano, ha nascosto alla vista nemici all’attacco o, nei casi peggiori, è impazzita per un paio di secondi, per poi resettarsi alle spalle del protagonista.
Eccezionale, e anche questo ha avuto il suo peso nella valutazione finale, la colonna sonora, firmata da Yasunori Mitsuda, talento purissimo che era già stato coinvolto nella realizzazione di alcune delle colonne sonore più influenti della storia del medium videoludico, da Chrono Trigger a Xenogears, passando per Xenoblade Chronicles.
Il tema principale, in particolare, eseguito dalla Tokyo Symphony Orchestra, rimarrà nella vostra testa tanto a lungo da darvi diritto di chiedere un affitto.

Trama adulta e ben scritta
Direzione artistica inconfondibile
Colonna sonora di altissimo livello


Tecnicamente più vicino agli standard PS3 che PS4
Gameplay semplificato e basato sul button mashing
Mediamente molto più facile dei predecessori


7.0

Valkyria Revolution è uno dei migliori (se non il migliore) musou che abbiamo giocato negli ultimi anni.
Ed il problema, in fondo, è proprio questo: sebbene con uno spin off, Sega ha snaturato completamente un sistema di gioco virtualmente perfetto, che necessitava solamente di qualche aggiustamento per entrare nell’olimpo degli strategici a turni su console.
Nonostante ambientazione, trama e colonna sonora siano agli stessi, altissimi livelli degli episodi precedenti, il gameplay dell’ultima fatica della casa di Sonic si dimostra “solo” discreto, un pallido ibrido annacquato dal button mashing, in cui la profondità strategica è stata sacrificata sull’altare dell’accessibilità.
Di certo, se vi piacciono i musou, potreste rimanere piacevolmente sorpresi, ma, dopo aver visto scorrere i titoli di coda, ci è rimasto in bocca l’amaro sapore dell’occasione perduta.




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