Shantae and the Seven Sirens

La nuova (e facilissima) avventura della mezza-genietta

A cura di GamesForum - 24 Giugno 2020 - 20:22

Autore della recensione: Moiapon

In un universo video-ludico dove le grandi e roboanti produzioni delle major rubano sempre più la scena ai piccoli team, è bello che alcune star di nicchia riescano a resistere senza problemi alla prova del tempo e possano godere incondizionatamente dell’amore dei fan. Una di queste è sicuramente Shantae, la mezza-genietta più famosa del mondo che con questo The Seven Sirens, disponibile da inizio giugno su tutte le piattaforme, taglia finalmente il traguardo dei cinque capitoli.

Dopo la parziale sbandata del quarto capitolo – ½ Genie Hero, che aveva abbandonato la struttura classica da metroidvania in favore di un approccio più lineare – l’intenzione di Wayforward di tornare alla formula che ha reso famosa la serie è palese fin dai primi minuti di gioco. La famigerata Isola delle Sirene, dove si svolge l’avventura, è un dedalo di cunicoli e gallerie da attraversare più e più volte alla scoperta di tutti i segreti. Inoltre – come già accadeva in Risky’s Revenge e Pirate’s Curse – l’esplorazione “dell’overworld” si alterna all’azione nei dungeon, mappe separate da quella principale dove alla fine dovremo affrontare il classico boss. E sono soprattutto i dungeon i momenti in cui il level design di The Seven Sirens dà il meglio di sé, proponendo sfide ed enigmi sempre interessanti. Oltre all’ottima struttura dei livelli, piccoli passi in avanti sono stati fatti anche lato personalizzazione. Shantae può equipaggiare alcuni potenziamenti – ottenibili dai nemici sotto forma di carte collezionabili – che rendono leggermente più profondo il gameplay. Attacco più potente, barra della magia che si ricarica automaticamente, scatto più lungo… niente di rivoluzionario, ma ugualmente una buona, potenziale base da cui partire in un prossimo capitolo. La raccolta di tutte le carte spinge poi a setacciare l’isola alla ricerca di ogni tipologia di nemico, offrendo così una piacevole sfida per gli amanti del collezionismo.

Se da un lato le premesse sembrano positive e le prime scorribande sull’isola scorrono entusiasmanti, nella seconda metà si inizia a intuire che in realtà il gioco ha già scoccato tutte le frecce del suo arco, riproponendo più e più volte la stessa formula senza distrazioni di sorta. Si arriva in un villaggio, si risolve una noiosa fetch quest, si ottiene l’accesso al relativo dungeon, si batte il boss e si ricomincia da capo. Scordatevi fin da subito sessioni più variegate come la corsa nella foresta stregata o la fuga dalla piramide di Pirate’s Curse. Le uniche, deboli, alternative alla macrostruttura di cui sopra sono offerte da un singolo mini-game e dal penultimo dungeon in cui si cerca di pepare un po’ la missione con un timer inclemente. La cosa più frustrante è che si intuisce quanto questa rigida struttura sia stata deliberatamente studiata dai developer – capeggiati dal creatore della serie, Matt Bozon. Il gioco, infatti, è preciso, rifinito e nulla sembra lasciato al caso. Una scelta consapevole di design, atta a rendere il gioco più facilmente approcciabile e meglio intellegibile? Probabile, considerando che il titolo è stato pensato originariamente per la piattaforma Apple Arcade, i cui “aficionados” sono sicuramente meno smaliziati (e abili) rispetto al pubblico console.

Shantae and the Seven Sirens

Questo approccio ben preciso è ulteriormente confermato dalla difficoltà praticamente nulla del titolo. Dopo sole poche ore si riescono a ottenere tutti i potenziamenti acquistabili al negozio e l’inventario abbonda di pozioni curative. Questo elimina quasi completamente la necessità di un approccio ai combattimenti studiato e razionale. Persino i boss, che dovrebbero in teoria costituire le sfide più ardue, si possono tranquillamente caricare a testa bassa, consapevoli del fatto che basterà consumare ripetutamente cibi e intrugli magici per rimanere sempre con il massimo della salute. All’inizio si cerca di non abusare della generosità del titolo, ma ben presto si scende a compromessi con una struttura di gioco che sembra voler abbracciare a tutti i costi un pubblico più casual. Paradossalmente è molto più difficile la prima parte, quando ancora si hanno pochi cuori e non si è ancora riusciti a mettere le mani sui vari potenziamenti.

Per tornare a parlare degli elementi positivi, invece, non si può non citare il cast scoppiettante che da sempre arricchisce le produzioni di Shantae. Anche in questo caso la storia, pur innocua nella sua leggerezza, intrattiene e diverte grazie agli eccentrici personaggi, alle battute non sense e all’ottima scrittura dei dialoghi… a patto che si opti per la lingua inglese. La traduzione italiana è stata affidata, senza troppi giri di parole, a Google Translate, con i risultati che si possono immaginare. Ottima anche la grafica, colorata e frizzante il giusto. Colonna sonora senza infamia e senza lode. I motivetti che si ricorderanno sono sostanzialmente i riarrangiamenti dei brani contenuti negli altri giochi.

+ Il mondo di Shantae è sempre carico di charme: vecchi e nuovi personaggi si amalgamano alla perfezione in un’avventura leggera ma intrigante
+ Piccoli passi in avanti nell'approfondimento del gameplay
+ Molto breve e perfetto per essere completato più volte
- Facilità estremamente bassa, si fa quasi fatica a fare game over
- Struttura di gioco ripetitiva e prevedibile, senza nessuna variazione di sorta
- Se non fosse per le tette da tutte le parti, potrebbe essere un gioco perfetto per i bambini

6.0

Per riassumere, Shantae and the Seven Sirens non è un brutto gioco. Affatto. Trasmette la passione e l’amore di Matt Bozon per quella che è la sua creatura più famosa. Trasmette la competenza di un team di sviluppo che titolo su titolo ha saputo perfezionare il suo talento. Trasmette il divertimento sbarazzino e poco impegnato che ha sempre contraddistinto la serie. Da un certo punto di vista il gioco è perfetto, studiato fin nei minimi dettagli, curato e rifinito, senza nessun elemento “rotto” o lasciato al caso. Leggero e “impalpabile”, ma che rispecchia perfettamente quelli che probabilmente erano gli obiettivi iniziali del team di sviluppo. Ed è proprio qui il “problema”. Il gioco è studiato per essere lineare, per essere facile e per essere sempre estremamente leggibile. È un male? No, ma sicuramente i giocatori più appassionati troveranno più interessanti altri titoli.




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