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La caccia a Gollum: Frodo è il cuore del film o una scorciatoia?

Frodo ha un posto naturale nella caccia a Gollum: mentre Aragorn lo cerca, lui custodisce l’Anello senza conoscere il pericolo. Il suo ritorno può dare al film un cuore immediato, a patto che la Contea non diventi una passerella di vecchie glorie.

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La caccia a Gollum: Frodo è il cuore del film o una scorciatoia?
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a cura di Redazione

Redazione @SpazioGames

Pubblicato il 26/09/2026 alle 14:10
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La porta verde di Casa Baggins basta da sola a far partire la musica di Howard Shore nella testa. Nelle prime foto dal set di Il Signore degli Anelli: La caccia a Gollum, una figura dai capelli scuri si avvicina all’ingresso e viene presentata come Frodo Baggins. Warner Bros. sa benissimo quale tasto sta premendo. Lo scatto, ripreso di spalle, non permette però di riconoscere Elijah Wood senza affidarsi alle informazioni già diffuse sul cast.

È una scelta che ci conquista in mezzo secondo, e proprio per questo merita un po’ di diffidenza. Frodo offre alla caccia un volto da proteggere e ricorda subito perché Gollum è così pericoloso. Eppure ogni vecchia conoscenza aggiunta al viaggio può ridurre il film a una visita guidata della trilogia. Frodo può dare un cuore alla caccia, purché la Contea non diventi un museo.

  • Frodo è già dentro la caccia, anche restando a casa
  • La storia che Tolkien lasciò fuori campo
  • Una porta verde può reggere tutto il film?
  • Serkis deve guardare Gollum negli occhi

Frodo è già dentro la caccia, anche restando a casa

J.R.R. Tolkien colloca la ricerca nel grande intervallo che il primo film ha quasi cancellato. Dopo la festa di compleanno di Bilbo, Frodo eredita l’Anello e continua a vivere a Casa Baggins per diciassette anni. In quel periodo riceve qualche visita di Gandalf, conserva il segreto e ignora quanto il pericolo si sia già avvicinato alla sua porta.

Gandalf sospetta che l’oggetto lasciato da Bilbo sia l’Unico Anello e cerca chi può confermarlo. Aragorn torna più volte sulle tracce di Gollum, lo cattura nelle Paludi Morte e lo conduce nel Bosco Atro. Il prigioniero è già passato per Mordor: sotto tortura ha pronunciato due parole che cambiano tutto, “Baggins” e “Contea”.

Frodo, quindi, appartiene alla storia anche senza impugnare Pungolo. È il bersaglio inconsapevole, l’hobbit che beve il tè mentre uomini, maghi e servi di Sauron si muovono perché lui porta in tasca la cosa più pericolosa della Terra di Mezzo. Alternando quei due mondi, il film può dare alla ricerca una tensione che nessuna cavalcata nei boschi riuscirebbe a creare da sola.

Frodo può dare un cuore alla caccia, purché la Contea non diventi un museo.

Immaginiamo una scena semplicissima: Frodo chiude le imposte a Casa Baggins, fuori dal confine i Raminghi sorvegliano la Contea e lui non sa nemmeno che esistono. Sarebbe fedele allo spirito del libro e darebbe peso ad Aragorn prima che diventi il re che conosciamo. Non occorre trascinare Frodo nell’azione; basta farci sentire quanto lavoro serve per tenere l’azione lontana da lui.

Farne un partecipante attivo rovinerebbe anche la sua innocenza. Nell’Ombra del passato, il colpo arriva quando Gandalf porta il mondo esterno dentro il salotto di Frodo e gli spiega che cosa custodisce. Se l’hobbit avesse già inseguito presagi o intravisto Gollum, quella rivelazione perderebbe forza. Qui Frodo funziona proprio perché sa meno dello spettatore.

La storia che Tolkien lasciò fuori campo

Tolkien racconta la caccia senza dedicarle un romanzo. Dissemina la vicenda fra L’Ombra del passato, il Consiglio di Elrond e le appendici: Aragorn parla di una ricerca lunga e disperata, racconta la cattura e il viaggio estenuante con un prigioniero che lo morde e lo maledice. Sono passaggi ricchi di immagini, con molto spazio bianco fra l’una e l’altra. Per uno sceneggiatore è un invito e una trappola insieme.

Il film può mostrare ciò che La Compagnia dell’Anello riassume o lascia fuori: le piste perdute lungo l’Anduin, Gollum che sfugge ai suoi inseguitori, la prigionia a Mordor, l’interrogatorio di Gandalf, la consegna agli Elfi di Thranduil. Può anche entrare nella testa di Sméagol durante una fase che conosciamo soltanto attraverso i racconti altrui. Qui c’è già abbastanza cinema. Le comparsate a ogni curva aggiungerebbero soltanto rumore.

Immagine tratta da Il Signore degli Anelli - La caccia a Gollum
Il Signore degli Anelli - La caccia a Gollum — © New Line Cinema, via TMDB

La trilogia di Peter Jackson rende invisibili quei diciassette anni: Gandalf parte e torna senza che Frodo sembri invecchiato. Per infilarsi nella stessa continuità, il nuovo film dovrà riaprire uno spazio che sullo schermo appariva chiuso. Frodo può fare da cerniera: una scena a Casa Baggins situa l’inizio della vicenda fra la partenza di Bilbo e il ritorno del mago, senza obbligare lo spettatore a studiare un calendario della Terza Era.

Jackson ha già usato questa strada in Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato, con Bilbo anziano che scrive il Libro Rosso e Frodo pronto a correre incontro a Gandalf. Là il personaggio faceva da ponte fra due trilogie. Ripetere lo stesso trucco sarebbe comodo, forse troppo. Preferiremmo il Frodo di quegli anni, ancora padrone di casa e ignaro, perché ha qualcosa da perdere nel presente della storia.

Una porta verde può reggere tutto il film?

I fan ricordano bene come Jackson sa accendere la nostalgia. La seconda trilogia ha spesso insistito finché il richiamo diventava una gomitata: Legolas, Sauron, la musica, le inquadrature gemelle. Nelle prime reazioni alle nuove foto convivono la gioia quasi infantile di rivedere la Contea e la paura che ogni scena debba presentarci qualcuno da applaudire.

Philippa Boyens ha descritto La caccia a Gollum come una storia intensa, collocata dopo la festa di Bilbo e prima di Moria. Andy Serkis ha promesso a Mashable di voler andare oltre la nostalgia. La porta di Casa Baggins è già il primo esame di quella promessa: può indicarci che cosa rischia Frodo, oppure aprirsi per far entrare una processione di facce note.

Con Frodo in scena, gli autori devono rispettare un confine netto. Lui e Gollum si incontrano davvero più avanti, quando Frodo e Sam lo catturano sulle alture di Emyn Muil. Le due torri costruisce quel momento sull’orrore e sulla pietà: Frodo vede finalmente la creatura di cui Gandalf gli aveva parlato e intuisce ciò che l’Anello potrebbe fare a lui. Un incontro anticipato ruberebbe forza a quella scena e renderebbe più piccolo il viaggio successivo.

Molto meglio tenerli vicini attraverso il montaggio. Gollum striscia nel fango e pronuncia “Baggins”; Frodo sistema la posta sulla soglia. Aragorn attraversa terre marce per catturare la creatura; in Contea nessuno sa che un Ramingo sta proteggendo le loro colazioni. A quel punto la nostalgia diventerebbe suspense.

Serkis deve guardare Gollum negli occhi

Jackson ha spiegato a Cannes che il film riguarda la psicologia e la dipendenza di Gollum, e che Serkis conosce quel personaggio meglio di chiunque altro. È la ragione più convincente per affidargli la regia. La sua interpretazione ha sempre funzionato quando sotto il mostro digitale vedevamo una persona spezzata: affamata, manipolatrice, a volte capace di desiderare ancora una carezza.

Frodo è essenziale proprio perché nella trilogia diventa lo specchio di quella frattura. Prova pietà per Sméagol anche perché vuole credere che un portatore dell’Anello possa essere salvato; ne Il ritorno del re scopre quanto quella speranza fosse rivolta anche a se stesso. Il nuovo film si svolge prima del loro incontro, ma conosciamo già la fine. Ogni taglio fra i due può farci sentire il filo che li unirà.

Per questo accettiamo volentieri Frodo davanti alla porta verde. Lo vogliamo lì come posta in gioco, presenza domestica e futuro riflesso di Sméagol. Quando quella porta si aprirà, speriamo che serva a farci sentire il buio da cui Gollum sta arrivando. La Terra di Mezzo ha già abbastanza musei; questo film deve avere una ferita viva.

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