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Pro
- Jared Leto coglie in parte la natura teatrale, eccessiva del personaggio.
- Costumi, creature e scenografie mostrano a tratti il potenziale pop e giocattoloso dell’universo Masters.
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Contro
- Il film vuole essere comico, epico, nostalgico e sornione, senza riuscire davvero in nessuna direzione.
- Molti passaggi sembrano forzati, slegati e funzionali più al franchise che alla storia.
Il Verdetto di Cultura POP
Ci sono proprietà intellettuali che vivono in uno spazio particolare della memoria collettiva. Non sono semplicemente franchise, non sono solo cartoni animati, giocattoli o vecchi pomeriggi televisivi: sono piccole mitologie personali, costruite in un’età in cui un castello di plastica poteva essere un mondo, una spada luminosa poteva contenere un destino e un personaggio muscoloso in pelliccia sintetica poteva davvero sembrare l’eroe definitivo.
Masters of the Universe appartiene esattamente a questo territorio. Un universo assurdo, colorato, ipertrofico, ingenuo, fatto di muscoli impossibili, nomi improbabili, villain teatrali e un immaginario fantasy-fantascientifico che non ha mai avuto bisogno di sembrare realistico per funzionare. Bastava crederci. O, più semplicemente, bastava avere sei, sette, otto anni e un He-Man in mano.
Per questo il nuovo film diretto da Travis Knight, con Nicholas Galitzine nei panni di Adam/He-Man, Camila Mendes come Teela, Idris Elba come Man-at-Arms e Jared Leto nel ruolo di Skeletor, partiva da una premessa tanto fragile quanto potenzialmente affascinante: riportare sul grande schermo un immaginario nato per vendere giocattoli, certo, ma capace di sedimentarsi nella fantasia di una generazione intera. Il film arriva nelle sale con una durata abbondante, oltre le due ore e venti, e con l’ambizione evidente di trasformare Eternia in un nuovo universo cinematografico da rilanciare su larga scala.
Il problema è che l’ambizione, da sola, non basta. E qui, purtroppo, manca quasi tutto il resto.
Un film che non sa cosa vuole essere
Il nuovo Masters of the Universe sembra costruito su una domanda che nessuno, durante la lavorazione, ha avuto davvero il coraggio di affrontare fino in fondo: come si porta He-Man nel cinema contemporaneo senza renderlo ridicolo?
La risposta scelta dal film è la più prevedibile, e forse anche la più pericolosa: fare un po’ di tutto. Essere epico, ma non troppo. Essere comico, ma non davvero. Essere nostalgico, ma con distacco. Essere moderno, ma senza rischiare. Essere sincero, ma solo per pochi secondi prima di rifugiarsi nella battuta successiva.
Il risultato è un’opera costantemente sospesa tra registri diversi, incapace di trovare una vera identità. A tratti vorrebbe abbracciare la dimensione kitsch degli anni ’80, con costumi sgargianti, nomi assurdi e un’estetica da giocattolo vivente. Subito dopo, però, sembra vergognarsi della propria materia d’origine e prova a schermarsi dietro una comicità post-Marvel fatta di battute laterali, ammiccamenti e frasi che hanno il ritmo della gag senza avere davvero una gag.
È qui che il film si inceppa. Perché Masters of the Universe non aveva bisogno di diventare un oggetto sofisticato o adulto. Non serviva un cult movie, né una decostruzione alla Barbie, né un film capace di riscrivere il fantasy pop. Serviva, molto più semplicemente, un’avventura divertente, generosa, colorata, capace di far uscire dalla sala con un sorriso e magari con quella piccola sensazione di aver ritrovato qualcosa che pensavamo di avere perso.
Invece si esce annoiati. E, peggio ancora, si esce nostalgici non del film appena visto, ma dei propri Masters, del cartoon, dei giochi, di quell’idea più semplice e più potente di Eternia che questa versione sembra evocare senza mai riuscire davvero a incarnare.
La struttura non regge il peso di Eternia
Il racconto parte da un’idea non priva di potenziale: Adam viene separato da Eternia e dalla Spada del Potere, cresce sulla Terra e deve poi ritrovare la propria identità eroica per tornare a casa e affrontare Skeletor. Una premessa classica, quasi archetipica, che avrebbe potuto funzionare se sostenuta da una scrittura solida e da una progressione emotiva convincente.
Il problema è che la sceneggiatura procede spesso per salti, forzature e passaggi narrativi che sembrano più funzionali a portare in scena il prossimo elemento riconoscibile del franchise che a costruire un vero percorso. Il film introduce luoghi, personaggi, nomi, oggetti e dinamiche con l’ansia di chi deve dimostrare di avere fatto i compiti, ma raramente dà allo spettatore il tempo di sentire davvero il peso di ciò che accade.
Eternia dovrebbe essere un mondo da scoprire, un luogo mitico, ferito, perduto, da riconquistare. Invece diventa spesso uno scenario digitale sovraffollato, una successione di fondali, corridoi, sale del trono, battaglie e ambienti che dovrebbero trasmettere meraviglia, ma che raramente riescono a superare la sensazione di set assemblato al computer.
Manca la costruzione dell’epica. Manca il senso dell’avventura. Manca quella progressione che dovrebbe trasformare Adam in He-Man non solo fisicamente, ma narrativamente. Il film parla di eredità, forza, responsabilità, identità e mascolinità, ma lo fa con una superficialità che rende ogni tema più dichiarato che vissuto. Si intuisce l’intenzione di aggiornare il personaggio, di renderlo meno monolitico e più empatico, ma questa intuizione resta incastrata in un film che, alla fine, torna comunque al gesto più banale: colpire più forte, urlare più forte, brillare più forte.
Il paradosso è che il film sembra voler dire che non tutto si risolve con i muscoli, ma non trova mai una vera alternativa drammaturgica ai muscoli.
Nicholas Galitzine funziona a metà, Jared Leto prova a divertirsi
Nicholas Galitzine ha fisicità, presenza e un’evidente dedizione al ruolo. Il suo Adam/He-Man è pensato come un personaggio diviso tra insicurezza e potere, tra sensibilità contemporanea e iconografia barbarica. L’idea, sulla carta, è persino interessante: un He-Man meno granitico, più spaesato, più umano, quasi un corpo eroico abitato da qualcuno che non sa ancora come gestirlo.
Il problema è che il film non gli offre un arco davvero efficace. Adam oscilla continuamente tra goffaggine, eroismo, autoironia e dramma familiare, senza che queste componenti trovino un equilibrio stabile. Galitzine resta così spesso sospeso in una terra di mezzo interpretativa, costretto a essere contemporaneamente protagonista epico, spalla comica e oggetto di desiderio muscolare. Il corpo c’è, l’icona ogni tanto affiora, ma il personaggio fatica a imporsi.
Camila Mendes porta a Teela energia e determinazione, ma anche lei finisce intrappolata in una dinamica piuttosto convenzionale. Il film vorrebbe farne una figura forte, autonoma, centrale, ma troppo spesso la usa come motore di esposizione narrativa o come contrappunto emotivo al protagonista. Idris Elba, dal canto suo, sembra avere il carisma necessario per rendere Man-at-Arms una presenza imponente, ma il personaggio viene piegato a una scrittura altalenante, a metà tra mentore decaduto, figura paterna e alleggerimento comico.
Chi sembra comprendere meglio il tipo di film che Masters of the Universe avrebbe potuto essere è Jared Leto. Il suo Skeletor è teatrale, compiaciuto, sopra le righe, volutamente eccessivo. Non sempre tutto funziona, e il personaggio resta comunque scritto in modo abbastanza elementare, ma almeno Leto prova a occupare lo spazio con una consapevolezza che al resto del film manca. Skeletor dovrebbe essere minaccioso e ridicolo, oscuro e buffonesco, spaventoso e irresistibilmente cartoonesco. È uno degli elementi che più si avvicinano a questa contraddizione originaria dei Masters.
Il problema è che attorno a lui non c’è un film abbastanza coerente da sostenerlo.
Azione senza anima, CGI senza meraviglia
Da un film sui Masters of the Universe non ci si aspetta realismo. Anzi, sarebbe quasi un errore pretenderlo. Eternia deve essere più grande della vita, più colorata, più assurda, più muscolare, più artificiale. Il punto non è quindi che il film sia pieno di CGI. Il punto è che troppo spesso questa CGI non genera stupore, ma distanza.
Ci sono sequenze in cui l’immagine scricchiola vistosamente, in cui la composizione degli ambienti appare piatta, in cui la luce non riesce a integrare davvero personaggi e fondali, in cui il movimento diventa confuso e la battaglia si trasforma nell’ennesima massa digitale di corpi, lampi, esplosioni e creature indistinte.
Ed è un peccato, perché i Masters avrebbero avuto bisogno di combattimenti iconici. Non necessariamente complessi, non necessariamente realistici, ma riconoscibili. Servivano duelli che raccontassero i personaggi, pose che diventassero immagini, colpi che avessero peso, coreografie capaci di unire giocattolo, cartoon e cinema d’avventura.
Invece i combattimenti sono spesso basilari, privi di invenzione, senza quella carica fisica o mitologica che dovrebbe accompagnare ogni scontro tra He-Man e le forze di Skeletor. Tutto si muove, tutto esplode, tutto brilla, ma poco resta davvero impresso.
Persino la colonna sonora, che prova a lavorare su un immaginario rock e muscolare coerente con la materia, fatica ad amalgamarsi con le immagini. Invece di diventare spinta epica, sembra spesso appoggiata sopra il film, come un ulteriore strato sonoro aggiunto a qualcosa che non trova già da sé il proprio ritmo.
Nostalgia senza cuore
Il punto più doloroso, per chi con i Masters ha avuto un rapporto anche solo affettivo, è che il film sembra comprendere la nostalgia come repertorio di elementi da esibire, non come sentimento da riattivare.
Ci sono nomi, rimandi, personaggi, oggetti, costumi, strizzate d’occhio, possibili preparazioni per il futuro. Ci sono persino scene finali pensate per aprire a nuovi protagonisti e a personaggi attesi. Ma nulla di tutto questo riesce davvero a spostare il giudizio. Anzi, in alcuni momenti l’insistenza sul “poi vedrete” peggiora la situazione, perché ricorda allo spettatore che il film non sta costruendo un’esperienza compiuta, ma sta già provando a vendere la successiva.
È uno dei difetti più evidenti di certo cinema contemporaneo fondato sulle proprietà intellettuali: l’ossessione per la continuità futura finisce per svuotare il presente. Masters of the Universe sembra così preoccupato di fondare un mondo, posizionare pedine e suggerire espansioni da dimenticare la cosa più importante: far funzionare questo film.
E qui la nostalgia, invece di diventare motore emotivo, si trasforma in malinconia. Non quella bella, calda, capace di riconnetterci a un immaginario perduto. Ma una malinconia più scomoda, quasi irritante, perché ci ricorda quanto fosse più potente l’idea che avevamo in testa rispetto a ciò che vediamo sullo schermo.
Il miglior film possibile sui Masters? Speriamo di no
La vera domanda, alla fine, non è se Masters of the Universe sia un brutto film in senso assoluto. La domanda è più specifica: è un buon film sui Masters? È un buon film d’avventura? È un buon rilancio per He-Man? È un film capace di giustificare il ritorno di Eternia al cinema?
La risposta, purtroppo, tende pericolosamente verso il no.
Non perché manchino completamente elementi interessanti. Alcuni costumi funzionano, qualche idea visiva affiora, Skeletor ha momenti di piacevole eccesso, e l’intenzione di ragionare su un He-Man meno monolitico e più contemporaneo non è sbagliata. Ma sono frammenti dispersi dentro un film troppo lungo, troppo indeciso, troppo artificiale e troppo poco emozionante.
Masters of the Universe tenta di essere sornione, comico ed epico allo stesso tempo, ma non riesce davvero a soddisfare nessuna di queste tre anime. Non è abbastanza divertente da farsi perdonare la superficialità. Non è abbastanza epico da coinvolgere. Non è abbastanza folle da trasformare il proprio kitsch in forza. Non è abbastanza sincero da parlare davvero a chi quei personaggi li ha amati.
Da un film sui Masters non pretendevo il capolavoro. Non pretendevo la reinvenzione definitiva del fantasy pop, né un monumento alla mia infanzia. Pretendevo però di uscire dalla sala divertito, magari sorpreso, magari con la voglia di rivedere He-Man alzare la Spada del Potere e credere, anche solo per qualche minuto, che Eternia potesse tornare a vivere.
Sono uscito annoiato, deluso e, onestamente, più nostalgico dei miei Masters di plastica che curioso di vedere cosa potrebbe arrivare dopo.
Se questo è il miglior film possibile sui Masters of the Universe, c’è da preoccuparsi. Ma voglio sperare ardentemente che non lo sia.