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Pro
- James Tynion IV conferma di essere il miglior interprete moderno dell'orrore psicologico applicato alle icone classiche
- lo stile di Dani materico e chiaroscurale è perfettamente in linea con l'atmosfera nichilista del racconto
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Contro
- la narrazione predilige l'atmosfera all'azione il che potrebbe risultare lento per chi cerca un horror moderno e ritmato
- è un'opera profondamente cinica che non concede spazio alla speranza, lasciando un senso di inquietudine molto persistente
Il Verdetto di Cultura POP
trasforma un classico del brivido in una riflessione spietata sulla solitudine e sulla crudeltà umana. Si tratta di un racconto dalla grande atmosfera ma diretto, crudo e nichilista che non ha un lieto fine.
Il progetto Universal Monsters targato Skybound/Image e portato in Italia con la consueta cura da saldaPress rappresenta una delle operazioni editoriali più interessanti degli ultimi anni nel panorama del fumetto statunitense. Più che un omaggio, il progetto è un vero e proprio laboratorio creativo dove i migliori talenti del "nuovo corso" horror americano vengono lasciati liberi di decostruire e ricostruire i miti del cinema in bianco e nero.
Fra questi spicca James Tynion IV che, dopo aver messo mano a Dracula, unisce le forze con la disegnatrice greca DaNi ricalcando le orme di H.G. Wells e James Whale per L'uomo Invisibile. I due danno vita ad un racconto torbido e dal taglio moderno sulla paranoia e sulla misantropia ma anche una feroce indagine sul potere e la spersonalizzazione in cui il "mostro" non è più soltanto colui che si cela nell'ombra ma colui che sceglie di sparire per rivelare la sua vera, orribile natura.
Di cosa parla L'uomo Invisibile
Tutto inizia con la monocaina. Jack Griffin è un discreto chimico, lavora nel campo nascente dei conservanti alimentari ma è "invisibile" agli occhi del suo datore di lavoro e bersaglio dei suoi colleghi. Ma con quella misteriosa e pericolosa sostanza, Jack inizia a sperimentare scoprendo quasi per caso che, opportunamente trattata, uno dei suoi effetti è quello di rendere effettivamente invisibili.
Jack viene assalito da un demone. Si chiude in laboratorio e inizia a sperimentare prima sui topi, poi su cani e gatti. I risultati sono sempre più entusiasmanti ma contemporaneamente aumentano anche i sospetti del suo capo e dell'amata Flora che si domandano a cosa stia effettivamente lavorando e perché ne è così ossessionato.
Ma più si avvicina a perfezionare la formula, più Griffin inizia a mostrare la sua vera natura. Disprezza tutto e tutti, è nauseato dal mondo che lo circonda e dalla mediocrità degli altri esseri umani. Giunto ad un punto di svolta nella sua ricerca decide quindi di testare il composto su una cavia umana.
Raccattato un ragazzino dai bassifondi, Jack sperimenta su di lui tenendolo prigioniero. Dapprima "rimuove" l'epidermide e poi con una somministrazione continua la totale invisibilità. Quando però il ragazzino riesce a liberarsi, Jack subisce una inaspettata battuta d'arresto.
Convinto che il suo esperimento sia fallito infatti abbandona la sua ricerca fino al giorno in cui non gli viene recapitato un biglietto: è il ragazzo che gli giura vendetta. Jack si sente braccato e riprende i suoi esperimenti completando la sua trasformazione! Da preda diventa predatore fino alla resa dei conti finale e alla fuga verso lo sperduto villaggio di Iping, nel Sussex.
L'invisibilità come disagio e non come metafora dell'inadeguatezza
L'uomo Invisibile ha un approccio molto simile a quello utilizzato, sempre nella collana Universal Monsters, ne Il Mostro della Laguna Nera. L'idea da cui si parte infatti viene svuotata di senso, decostruita e capovolta. Quello dell'invisibilità infatti è una metafora intrigante - originariamente usato per raccontare kafkianamente la spersonalizzazione dell'uomo moderno, è stato più volte reinterpretato come senso di inadeguatezza (da Jeff Lemire nel suo peculiare retelling a fumetti Signor Nessuno per esempio) o ancora per raccontare il disagio di un fenomeno tristemente contemporaneo come lo stalking nel film del 2020 prodotto da Blumhouse.
In questo senso con L'uomo Invisibile di Tynion IV e Dani, ci troviamo di fronte a un retelling autoriale. Non un prequel che cerca di spiegare le origini (anche se le esplora), ma una reinterpretazione che si inserisce perfettamente nel solco estetico della pellicola di James Whale del 1933, pur modernizzandone i presupposti psicologici.
Tynion IV punta tutto sul concetto di ego mostruoso. Se nel film originale la follia era spesso attribuita agli effetti collaterali chimici della droga monocaina, qui l'invisibilità funge da catalizzatore per un'oscurità che Griffin covava già dentro di sé. Per l'autore l'invisibilità non è alla stregua di un superpotere, ma quasi il sintomo di patologie psicologiche e psichiatriche - egomania, nichilismo, narcisismo.
Jack Griffin è un protagonista con cui è difficile empatizzare perché disprezza chi lo circonda, indistintamente. Il protagonista non vuole essere visto. Non vuole cioè interagire con gli altri esseri umani perché ritenuti inferiori intellettualmente. Per Tynion IV l'anelito maniacale all'invisibilità diventa una risposta nichilista alla vita, Jack Griffin è pronto a rinunciare alla sua umanità.
Griffin vuole osservare tutto "esternamente" ma non essere visto. Si modificano così i rapporti di potere e sociali più basilare - ben esemplificato dal rapporto tossico con la fidanzata Flora che conferma la lettura del già citato film del 2020. Come scienziato poi, il protagonista è convinto di essere "superiore" alle leggi morali della società ma il suo è un tornaconto prettamente personale.
Procedendo nella lettura de L'uomo Invisibile è evidente come l'ironia del racconto originale e il dramma della pellicola del 1933 si perdano progressivamente ma inesorabilmente. Tynion IV scarnifica il grottesco svelando un orrore esistenziale purissimo e attualissimo.
La discesa nella follia di Griffin è inarrestabile: ogni pagina ci mostra un pezzo di umanità che svanisce man mano che la formula per l'invisibilità diventa efficace arrivando ad un climax dove la violenza fisica è solo la logica conseguenza di una violenza mentale esercitata per troppo tempo. Tynion non vuole divertire con gli equivoci di un uomo invisibile ma vuole spaventare con la freddezza di un predatore invisibile - perché tutti potremmo avere un lato oscuro che non aspetta altro che potersi palesare.
DaNi: un efficace chiaroscuro argentino
Della disegnatrice greca DaNi forse si parla troppo poco. Il suo stile è marziale, un chiaroscuro brutalista che si rifà agli storici maestri argentini come José Antonio Munoz filtrato dalla ricerca di Frank Miller fino ad approdare ad apprezzatissimi interpreti contemporanei come Tim Sale e Eduardo Risso. Il suo stile è un connubio perfetto tra le classiche atmosfere noir, l'espressionismo tedesco e una sensibilità punk molto contemporanea.
Il suo lavoro sui neri in questo senso è magistrale. Le ampie campiture di inchiostro creano un senso di oppressione costante perché la sfida principale ne L'uomo Invisibile è proprio disegnare ciò che non c'è. DaNi ci riesce lavorando sullo spazio negativo e sulla prossemica: Griffin è percepibile attraverso il modo in cui deforma l'ambiente circostante.
Il design dei personaggi è ruvido, quasi scolpito nel legno, richiamando certe atmosfere dei fumetti horror degli anni 70. Il suo volto trasuda disprezzo e follia mentre i colori giocano su toni lividi, grigiastri e seppia, mantenendo quel legame visivo con il cinema classico ma conferendo una patina più urbana e decadente.
I layout sono contrassegnati da una chiarezza compositiva molto moderna - pochi riquadri, soluzioni regolari - pur mantenendo uno storytelling nervoso grazie all'ottimo uso di campi medi e ravvicinati.