Tre colpi rapidi, una pausa, altri due: è il segnale con cui Edward Derby si annuncia alla porta dell’amico Daniel Upton. Quando quella cadenza ritorna nel finale di The Thing on the Doorstep, dietro il battente c’è qualcosa che non dovrebbe riuscire a camminare. La paura di H.P. Lovecraft sta tutta nell’attesa tra un colpo e l’altro, nel dubbio su chi abiti davvero un corpo conosciuto. Stirare quel momento fino a riempire un film significherebbe quasi certamente romperlo.
Durante l’AMA, Guillermo del Toro ha immaginato gran parte dei racconti lovecraftiani come episodi da 30 o 60 minuti. Ha ragione soprattutto su The Outsider, costruito intorno a una sola, terribile scoperta. The Shadow over Innsmouth fa eccezione: possiede una città intera, una storia sepolta e una lunga fuga notturna. Fra i tre racconti indicati dal regista, è quello che può occupare il cinema senza essere gonfiato come un materassino da spiaggia.
- Lovecraft non si allunga: si concentra
- Cabinet of Curiosities ha già mostrato il rischio
- Innsmouth ha già la corsa di un film
- La fedeltà giusta riguarda la paura, prima dei mostri
Lovecraft non si allunga: si concentra
Lovecraft affidava spesso l’orrore a una testimonianza, una confessione o un manoscritto lasciato da qualcuno ormai condannato. Il lettore conosce gli eventi attraverso una mente spaventata, forse impazzita, e deve completare ciò che la pagina lascia aperto. Del Toro lo ha spiegato con grande chiarezza: aggettivi come “osceno” o “ripugnante” chiedono a ogni lettore di immaginare il proprio mostro. Una macchina da presa, invece, deve scegliere denti, pelle, dimensioni e modo di muoversi. All’improvviso l’indicibile ha un reparto trucco.
Per questo la durata conta quanto il design della creatura. The Outsider accompagna un narratore senza memoria fuori da un castello buio, verso una festa e infine davanti alla propria immagine. Il racconto può nasconderci il suo aspetto perché la voce che parla lo ignora. Sullo schermo bisognerebbe controllare ogni inquadratura, evitando sia il trucco della soggettiva integrale sia una serie di goffi primi piani tagliati all’altezza del mento. Un episodio breve permetterebbe di sostenere il gioco fino alla rivelazione. Due ore chiederebbero nuovi personaggi, deviazioni e spiegazioni. Addio incubo.
The Thing on the Doorstep ha più eventi, eppure segue lo stesso principio. Daniel ricostruisce il matrimonio di Edward con Asenath Waite, i cambiamenti dell’amico e il sospetto che una coscienza possa saltare da un corpo all’altro. La parte più inquietante avviene sul volto degli attori: una postura improvvisamente sicura, una voce diventata estranea, lo sguardo di una persona che sa guidare un’auto pur non avendolo mai imparato. Un’ora darebbe spazio alla trasformazione e conserverebbe la violenza dell’ultima visita alla porta. Oltre quella misura comincerebbe il corso serale sul funzionamento dello scambio mentale.
Cabinet of Curiosities ha già mostrato il rischio
Nel 2022 Netflix ha distribuito due adattamenti diretti di Lovecraft all’interno dell’antologia curata da del Toro. Cabinet of Curiosities ha dedicato episodi di circa un’ora a Pickman’s Model e Dreams in the Witch House. Entrambi hanno immagini elaborate, interpreti riconoscibili e molta più trama rispetto ai testi. È proprio lì che si sente lo sforzo: rapporti sentimentali, lutti, salti temporali e conflitti aggiunti devono tenere occupato uno spazio che sulla pagina vive soprattutto di suggestione.
Dreams in the Witch House fu tra gli episodi meno apprezzati dalla critica perché trasformava l’incubo geometrico di Lovecraft in un’avventura soprannaturale molto più ordinaria. Pickman funzionava meglio grazie ai quadri, al volto di Crispin Glover e alla discesa del protagonista nell’ossessione, però spiegava e mostrava quasi tutto. L’antologia ha confermato che la televisione è una buona casa per questi racconti; ha anche ricordato che un’ora è già un tetto impegnativo. La libertà di fermarsi dopo quaranta minuti sarebbe preziosa quanto un budget generoso.
Innsmouth ha già la corsa di un film
Innsmouth è diversa appena il protagonista scende dall’autobus. Prima arriva la curiosità per una cittadina evitata da tutti, poi la ricognizione delle strade, l’incontro con il vecchio Zadok, la notte nell’albergo e infine la caccia. Lovecraft costruisce una geografia precisa: il porto in rovina, Devil Reef, le case sbarrate, la ferrovia abbandonata, le vie presidiate dagli abitanti. C’è persino una progressione visiva pronta per il cinema. All’inizio notiamo occhi troppo sporgenti e andature strane; alla fine, al chiaro di luna, vediamo un’intera colonna uscire dalla città.
Stuart Gordon aveva capito questa qualità molto prima. Il suo Dagon, ambientato in Galizia, portava sullo schermo soprattutto The Shadow over Innsmouth, malgrado il titolo preso da un altro racconto. Gordon accelerava l’azione, aggiungeva personaggi e rendeva fisiche le mutazioni. Perdeva parte della lenta incertezza dell’originale, guadagnando una città bagnata, ostile e impossibile da abbandonare. È diventato un piccolo cult proprio perché conserva il movimento essenziale della storia: uno straniero entra, scopre troppo e capisce che Innsmouth lo riguarda personalmente.
Un nuovo film potrebbe mantenere quella struttura con maggiore pazienza. Il viaggio iniziale servirebbe a farci desiderare di vedere la città; la lunga conversazione con Zadok darebbe un passato alle rovine; l’assedio nell’albergo cambierebbe il ritmo senza sembrare un’azione appiccicata dallo sceneggiatore. E la rivelazione conclusiva avrebbe il tempo di cambiare il significato di tutto ciò che abbiamo visto. Questa è materia da lungometraggio. Il racconto ha già le stanze necessarie: basta evitare di costruirgli un centro commerciale accanto.
La fedeltà giusta riguarda la paura, prima dei mostri
Essere fedeli a Lovecraft oggi richiede anche il coraggio di contraddirlo. In Innsmouth la paura della contaminazione del sangue, della mescolanza e della degenerazione porta con sé le ossessioni razziste dello scrittore. Riprodurle alla lettera darebbe un film imbalsamato insieme ai suoi abitanti. Del Toro ha passato la carriera a guardare il mostro con compassione e a diffidare degli uomini convinti di essere normali. Nelle sue mani l’eredità del protagonista potrebbe diventare un’identità temuta perché gli è stata raccontata dagli altri come una malattia.
Questa libertà appartiene all’adattamento quanto la scelta del formato. Del Toro paragona il lavoro a una canzone reinterpretata: la melodia rimane, mentre voce e arrangiamento devono appartenere a chi la canta. Per Innsmouth la melodia è il progressivo cedimento delle certezze. Per The Outsider è lo sguardo che finalmente si volta verso se stesso. Per Thing on the Doorstep è il sospetto che il corpo dell’amico sia diventato una casa occupata. Mostrare gli stessi eventi della pagina senza conservare quelle sensazioni sarebbe una fedeltà piuttosto inutile.
At the Mountains of Madness merita invece il grande schermo per ragioni evidenti: una spedizione antartica, una civiltà perduta, rovine immense e una scoperta che riscrive la storia dell’umanità. Del Toro lo considera l’unico testo lovecraftiano abbastanza ampio per un film intero. E quando indica Alien come il miglior adattamento mai realizzato dello spirito di Lovecraft, pur senza derivare dai suoi racconti, pensa proprio a quella struttura: esploratori entrano in un luogo antico, trovano prove di una vita incomprensibile e pagano cara la loro curiosità.
Il suo progetto di Mountains è naufragato dopo una lunga preparazione, schiacciato dalla scala produttiva e dall’intensità che il regista voleva conservare. È una storia quasi ironica: l’opera lovecraftiana più adatta al cinema è anche quella che il cinema ha trovato troppo enorme e rischiosa. I racconti brevi potrebbero evitare la stessa trappola accettando la propria misura.
Noi vorremmo quindi mezz’ora di buio con The Outsider, un’ora per ascoltare i colpi alla porta di Edward Derby e un film intero per perderci nelle strade umide di Innsmouth. Del Toro sembra aver trovato la casa giusta per quasi tutto Lovecraft. Sulla costa del Massachusetts, però, le luci del cinema sono già accese.