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Pro
- non un classico shonen fantasy: tra l'ecologia della caccia e la magia istituzionale, le dinamiche narrative sono imprevedibili
- graficamente molto barocco ma non ridondante con un character design dei Majik azzeccato
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Contro
- world building molto denso rischia di rallentare leggermente il ritmo per i lettori in cerca di azione immediata
- Ichi è magnetico e divertente ma il suo archetipo non è originalissimo: sarà fondamentale vedere la sua evoluzione
Il Verdetto di Cultura POP
Il panorama della storica rivista Weekly Shonen Jump sta attraversando una fase di profonda transizione, segnata dalla conclusione di storici pilastri e dalla necessità di trovare nuove opere capaci di catturare l'immaginario globale. In questo scenario, il debutto italiano di Ichi the Witch grazie a Star Comics rappresenta uno dei momenti più significativi dell'anno editoriale. Nato dalla sinergia tra Osamu Nishi (apprezzatissima autrice di Welcome to Demon School! Iruma-kun) e Shiro Usazaki (la straordinaria disegnatrice di Act-Age), il manga si presenta sul mercato nostrano forte del primo premio ai prestigiosi Next Manga Awards 2025.
Lontano dal voler essere un semplice fantasy d'azione, questo primo volume si impone come un'opera di decostruzione e ricostruzione di genere stereotipi del target shonen e del genere majokko. Unendo una spiccata vena ironica a un world-building molto denso, la serie si propone di scardinare le barriere di genere, offrendo una prospettiva inedita sulla magia intesa come elemento ecologico e istituzionale.
Di cosa parla Ichi The Witch
Nel mondo di Ichi The Witch la magia non è un concetto astratto o un'energia spirituale latente, bensì un vero e proprio organismo vivente. Questi incantesimi incarnati prendono il nome di Majik: creature selvagge, bizzarre e spesso letali che popolano il mondo. L'unico modo per imbrigliare questo potere è cacciarli e superare una "prova" imposta dal Majik stesso. Tuttavia, per ragioni storiche e biologiche radicate nei millenni, solo le donne sono in grado di superare tali prove, ottenendo così il titolo e lo status di Streghe.
L'equilibrio di questo ordine matriarcale viene spezzato quando, sulla Montagna dei Druidi, Desscaras, una delle streghe più potenti del mondo, è impegnata in un brutale e apocalittico scontro contro il temibile King Uroro, un Majik maligno dotato di immenso potere. La battaglia viene improvvisamente interrotta da Ichi, un ragazzo selvaggio cresciuto in totale solitudine sui monti dopo essere stato abbandonato all'età di sei anni.
Ichi non sa nulla di società, di etichette e, soprattutto, di magia. Per lui, il King Uroro non è una divinità o una calamità magica, ma semplicemente una "grossa preda". Applicando le sue doti di cacciatore e utilizzando una rudimentale ma geniale trappola per volpi, Ichi neutralizza la creatura, superando involontariamente la prova e assimilando il suo potere. Diventando di fatto il primo "Uomo Strega" della storia, Ichi stravolge la percezione del mondo e si ritrova catapultato al centro di un ciclone politico e magico che cambierà per sempre le regole del gioco.
Ichi The Witch: il capovolgimento del genere majokko
Il cuore concettuale di Ichi the Witch risiede nella sua straordinaria operazione di capovolgimento del genere majokko (il filone delle "maghette" o magical girls). Si tratta di un genere che storicamente ha sempre legato a doppio filo l'utilizzo della magia alla femminilità, all'introspezione emotiva, alla grazia e a una ritualità fatta di trasformazioni scintillanti e armi edulcorate.
Osamu Nishi decide di prendere questo intero immaginario e di ribaltarlo attraverso una lente prettamente shonen e survivalista. In Ichi the Witch, le Streghe non sono paladine della giustizia mosse dall'amore, ma membri di una "casta", cacciatrici d'élite che affrontano la magia con pragmatismo e metodicità accademica.
L'introduzione di Ichi come elemento di rottura non serve a sminuire il potere femminile (Desscaras rimane la figura di riferimento), bensì a decostruire l'esclusività del genere. Ichi non accede alla magia tramite una maturazione emotiva o una "trasformazione", ma tramite l'ingegno della caccia. Questo crea un cortocircuito tematico affascinante: un ragazzo che utilizza strumenti arcaici e non convenzionali per dominare un potere che la società riteneva accessibile solo tramite canoni istituzionali e biologici predefiniti.
C'è anche da sottolineare come in Ichi The Witch si riaffacciano quelle influenze da JRPG che i manga fantasy contemporanei avevano un po' tralasciato. Si tratta di un gioco di contrasti: da un lato un protagonista che non sfigurerebbe in Monster Hunter per audacia e arguzia, dall'altro la burocratizzazione, la tassonomia e l'istituzionalizzazione della magia tipica soprattutto della narrativa fantasy britannica - da Harry Potter fino al romantasy - con una "scuola di magia" rappresentata dalla Associazione Stregonesca, una classificazione degli incantesimi e dei Majiik e la magia stessa che deve essere studiata, catalogata e compresa attraverso una struttura accademica.
Nishi è abilissima nel fondere l'ossessione occidentale per le regole magiche (il "magic system" rigido alla Brandon Sanderson o J.K. Rowling) con la dinamicità tipica del battle shonen. La caccia ai Majik diventa l'equivalente estremo degli esami scolastici di Hogwarts o della cattura delle creature magiche, dove la sopravvivenza del singolo dipende dalla conoscenza pratica del punto debole del proprio avversario.
Ichi The Witch: un gusto barocco
La solida impalcatura narrativa costruita dalla Nishi, offre a Shiro Usazaki l'opportunità di sbizzarrirsi ai disegni. La disegnatrice spinge subito verso l'eccesso con un barocchismo che mescola influenze disparate - da costumi sontuosi a creature gigantesche.
Passata dal dramma psicologico e realistico di Act-Age a un fantasy a 360°, l'autrice non perde la sua dote principale: l'espressività anatomica e facciale. I volti dei personaggi sono magnetici. Ichi trasmette una carica ferina ed energica attraverso sguardi taglienti e posture dinamiche che ricordano i grandi protagonisti della scuola Jump (da Gon di Hunter x Hunter al Goku del primo Dragon Ball) ma con una pulizia del tratto che non sacrifica la dinamicità. Di contro, il design di Desscaras è regale, algido e imponente; la Usazaki riesce a far percepire il peso del suo titolo di "strega" con una eleganza unica semplicemente attraverso la verticalità delle sue pose e la densità dei neri sui suoi abiti.
Questo gusto per l'eccesso si traduce anche nel design dei Majik che diventano degli ibridi fra i classici yokai e più occidentali mostri fantasy. Infine è interessante notare un layout che ricorre spesso in questo primo volume: in una doppia splash-page un riquadro più ampio iniziale e poi una serie di riquadri a contorno. Una soluzione audace che funziona benissimo negli ultimi capitoli - quelli ambientati nella sede della Associazione Stregonesca per esempio - ma forse deve ancora "carburare" nelle scene d'azione - come nei primi capitoli - che risultano un po' confuse.