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Pro
- mai didascalico o pretenzioso, Fujakkà dà una forma tangibile e geografica all'angoscia e all'autodistruzione giovanile
- prospettive distorte e palette acida creano un'atmosfera magnetica e coerente con il senso di straniamento della storia
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Contro
- la scelta di procedere per suggestioni e conversazioni spezzate potrebbe disorientare i lettori che preferiscono risposte narrative esplicite
- la forte carica di nichilismo e il senso di immobilità perenne rendono la lettura densa e non adatta a tutti
Il Verdetto di Cultura POP
Nel panorama del fumetto contemporaneo, Valentina Galluccio, in arte Vaga, si era già imposta all'attenzione di critica e pubblico con Dog, opera viscerale con cui ha vinto il Lucca Project Contest 2022. Con il suo secondo attesissimo libro, Fujakkà, edito da Edizioni BD, l'autrice riparte dalle consuete coordinate del graphic novel intimista e semi-biografico mostrando una notevole personalità sia dal punto di vista narrativo che grafico risultando fresco e lontano dagli stereotipi in cui troppo spesso negli ultimi anni la produzione degli autori italiani, da Gipi in poi, si era rifugiata.
Di cosa parla Fujakkà
La vicenda si muove tra le crepe di una Napoli claustrofobica, costantemente sospesa tra il realismo urbano e l'incubo lisergico. Al centro della storia troviamo Alfredo e Lalla, due eterni adolescenti affamati di vita ma paralizzati nelle loro esistenze, legati da un profondo e distruttivo legame emotivo. Intorno a loro, la città è scossa da presagi apocalittici: inquietanti e bibliche orde di topi invadono le strade, annunciando l'imminente arrivo di terremoti catastrofici. Mentre l'istinto animale spinge persino i ratti alla fuga per sopravvivere, i due protagonisti rimangono immobili al centro di una spirale nichilista e autodistruttiva ma incapaci di compiere l'unico atto salvifico: fuggire.
Fujakkà: la città come labirinto emotivo
In Fujakkà, Napoli smette di essere una semplice coordinata geografica e diventa un limbo di deviazione e di crisi emotiva ed esistenziale in cui le leggi della sopravvivenza ordinaria sembrano collassare. È proprio nella gestione dello spazio e del tempo che la metropoli tratteggiata da Vaga agisce come un'eterotopia di deviazione.
Si tratta cioè di un luogo reale, uno spazio fisico e geograficamente localizzabile ma che funziona come "spazio assolutamente altro". Si tratta di un vero e proprio contro-spazio diventando un luogo che si trova fuori da tutti i luoghi, pur essendo assolutamente concreto.
Ancora di più: la Napoli di Fujakkà si "stringe" diventando uno spazio circoscritto in cui i due giovani si rifugiano per fuggire dal peso dell'età adulta, dai doveri del "crescere" e dalle regole del mondo esterno, ma che finisce per trasformarsi in una prigione di immobilità.
In questo senso la scrittura di Vaga procede per sottrazioni: dialoghi spezzati, sguardi, conversazioni interrotte e flussi emotivi, con una forte impronta autoriale che non disdegna puntate verso un lirismo urbano che si rifà alla musica e alla poesia. L'autrice non offre risposte facili e non giudica. La fuga è desiderata, evocata e costantemente accarezzata, ma viene sistematicamente sabotata dall'incapacità cronica di cambiare o dalla paura stessa del cambiamento.
ll dramma universale dell'angoscia generazionale e del dolore viene così localizzato in una terra di mezzo reale ma al tempo stesso svuotata della sua, seppur precarica accoglienza dove l'immobilità diventa l'unica vera condanna e dove la città diventa lo specchio macroscopico del blocco interiore mostrando il vuoto circostante fisico ed emotivo.
Fujakkà: una Vaga graficamente più consapevole
Se nel suo lavoro d'esordio, Dog, Vaga quasi di getto metteva su carta l'urgenza di un certo fumetto indipendente e della street art filtrata dall'esperienza dell'illustrazione più che della narrazione sequenziale classica, in Fujakkà la parte grafica è più consapevole permettendo alla giovane autrice di sferrare un pugno allo stomaco di straordinaria potenza.
C'è ancora l'influsso del fumetto indipendente (Jamie Hewlett su tutti) ma anche il Giappone più rarefatto di Ai Yazawa e Taiyo Matusmoto. Il character design, con sguardi penetranti e corpi contratti, comunica un'urgenza espressiva rara. Si gioca con le prospettive - spesso deformate - e le inquadrature così come i layout si fanno più liberi ma al contempo più funzionali per assecondare gli "sbalzi emotivi" dei due protagonisti fra sbordature e campi stretti che oscillano fra dinamicità e drammaticità.
Le tavole restituiscono una Napoli viscerale e decontestualizzata, dove la sporcizia delle strade e l'invasione dei topi si fondono con il disagio emotivo dei protagonisti. I contrasti cromatici violenti delimitano i confini di quell'eterotopia visiva: un mondo "altro" che risponde a leggi estetiche e psicologiche proprie, distanti dalla solarità da cartolina a cui spesso la città viene associata.