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Pro
- gestione del ritmo impeccabile che fonde perfettamente il mistero dell'omicidio con il coming of age
- graficamente Takogawa è sublime nel catturare l'atmosfera malinconica di Kamakura e l'espressività tormentata dei protagonisti
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Contro
- il concetto di "salto temporale dopo un trauma" è un cliché ormai molto utilizzato, che richiede sviluppi originali nei prossimi volumi per non risultare già visto
- alcune interazioni fra i personaggi risultano un po' forzate
Il Verdetto di Cultura POP
J-POP Manga, con la sua consueta capacità di intercettare opere brevi ma dall'impatto emotivo vibrante, porta in Italia il primo di quattro volumi di Un Secondo Addio di Tomo Tanaka e Takomaru Takogawa. Si tratta di un seinen ad ambientazione scolastica ideale per chi sta leggendo anche altri titoli presenti nel catalogo dell'editore come La Nave di Teseo e L'estate in cui Hikaru è morto. Non si tratta però solo di un thriller soprannaturale ma anche un'esplorazione psicologica sulla colpa e sulla possibilità, o l'illusione, di poter rimediare agli errori del passato parlando a chiunque abbia mai guardato indietro con il desiderio di cambiare anche solo un secondo della propria vita.
Di cosa parla Un Secondo Addio
Il protagonista di Un Secondo Addio è Hinata Harusawa, un web designer di 25 anni la cui esistenza sembra scorrere su binari di grigia monotonia. La sua vita viene scossa da una notizia che riapre una ferita mai rimarginata: il ritrovamento del cadavere di Sora Otonashi. Sora non era solo il suo migliore amico ai tempi del liceo; era l'anima del gruppo scolastico d'arte, un ragazzo solare e talentuoso sparito nel nulla anni prima, lasciando dietro di sé solo domande e un vuoto incolmabile.
Hinata si reca alla veglia funebre, dove riabbraccia gli ex compagni del club d'arte: Hase, Tokiwa e Shinohara. L'atmosfera è carica di una tensione che va oltre il semplice lutto. C'è qualcosa di non detto tra loro, un segreto che sembra annidarsi proprio nell'ultima opera lasciata da Sora: un dipinto ispirato alla pittura napoletana del XVIII secolo.
Mentre Shinohara analizza con occhio critico il dipinto, notando un dettaglio che stona con il ricordo di quella giornata, la situazione precipita. Un aggressore misterioso irrompe, colpendo Shinohara e scagliandosi contro Hinata. Nel tentativo disperato di proteggere l'ultimo legame fisico con il suo amico scomparso - quel dipinto che sembra contenere la chiave di tutto - Hinata viene aggredito e perde conoscenza.
È qui che la realtà si spezza. Hinata non si risveglia in un letto d'ospedale nel 2026, ma sui banchi di scuola. È tornato al liceo, nel pieno della sua giovinezza, proprio nei giorni che precedettero la sparizione di Sora. Ha di nuovo diciassette anni, ma conserva la consapevolezza e il dolore dei suoi venticinque.
Consapevole di quello che accadrà, Hinata vuole impedire che Sora scompaia senza lasciare traccia. Ma interferire con il passato non è mai una buona idea soprattutto quando si iniziano a notare tanti dettagli e sospettare di tutto e tutti.
Un Secondo Addio: un inizio convincente per un genere collaudato
In un mercato saturo di isekai e shonen, Un Secondo Addio si ritaglia uno spazio prezioso, viaggiando in equilibrio tra il coming of age e il thriller psicologico.
Tomo Tanaka dimostra una sensibilità notevole nel tratteggiare la psicologia di Hinata. Non siamo di fronte al classico eroe che accetta con entusiasmo il viaggio nel tempo; Hinata è un uomo adulto intrappolato nel corpo di un adolescente, tormentato dal senso di colpa del sopravvissuto. La sua missione non è solo salvare Sora, ma espiare una negligenza che sente di aver commesso nel suo passato "originale".
Sora Otonashi, d'altro canto, è un protagonista assente-presente. Attraverso i flashback e i momenti nel passato, ci viene presentato come una figura quasi eterea, un artista che vede il mondo in modo diverso. Il contrasto tra la sua solarità apparente e l'oscurità del suo destino crea un corto circuito emotivo efficace. Gli altri membri del club d'arte fungono da specchi: rappresentano diverse reazioni al trauma, e nel passato diventano pedine di un puzzle dove nessuno è davvero al di sopra di ogni sospetto.
Questo primo tankobon non è solo un murder mystery ma gioca molto bene con i tropi dei salti temporali, della narrazione su binari paralleli e delle sliding doors - tutti molto attuali nel panorama manga. Con L’estate in cui Hikaru è morto, per esempio, Un Secondo Addio condivide un certo malessere e malinconia di fondo nelle quotidianità scolastica e nelle amicizie adolescenziali. Con La nave di Teseo invece, il viaggio nel tempo è uno strumento d'indagine corroborato dal senso di urgenza di risolvere il mistero e la stessa struttura da procedural emotivo.
Un Secondo Addio si inserisce in questo filone con un ritmo serrato. Tanaka non perde tempo in spiegazioni pseudoscientifiche sul "come" avvenga il salto; si concentra sul "perché" e sulle conseguenze immediate. La tensione è costante, alimentata dal dubbio che ogni azione di Hinata possa peggiorare le cose invece di sistemarle come sottolineato dall'uso puntuale ed efficace dei plot twist.
Il peso del rimpianto tra i binari di Kamakura
C'è un'estetica molto precisa che lega il concetto di "mistero" alla costa giapponese, in particolare a quella Kamakura che ha fatto da sfondo a innumerevoli storie di formazione e drammi indimenticabili, come appunto Un Secondo Addio. Se la sceneggiatura di Tanaka fornisce la sostanza, i disegni di Takomaru Takogawa forniscono l'anima visiva grazie ad uno stile pulito, elegante, ma capace di improvvise sferzate di intensità.
Uno degli elementi più riusciti è la caratterizzazione dei personaggi nelle due diverse età. Hinata a 25 anni ha uno sguardo stanco, segnato da una rassegnazione che svanisce solo parzialmente quando torna adolescente. Il "nuovo" Hinata diciassettenne mantiene negli occhi una gravità che lo differenzia dai suoi coetanei, un dettaglio grafico sottile ma fondamentale per la narrazione.
L'ambientazione di Kamakura è resa con una cura meticolosa. Le vedute del mare, le strade in pendenza e l'architettura della scuola non sono semplici sfondi, ma partecipano attivamente alla creazione dell'atmosfera. C'è un uso sapiente dei retini per simulare la luce abbacinante del pomeriggio, quella luce che spesso nel corso delle pagine anticipa momenti rivelatori o drammatici.
Il club d'arte, centro nevralgico della storia, permette a Takogawa di giocare con l'estetica della pittura. Il quadro di Sora, al centro del mistero, è rappresentato con uno stile leggermente diverso, più evocativo, che suggerisce la profondità dell'animo del ragazzo scomparso. Le scene d'azione e di aggressione sono coreografate con chiarezza, privilegiando l'impatto emotivo e la sorpresa rispetto alla spettacolarità fine a se stessa. La gestione delle ombre accentua molto bene la componente thriller trasformando volti familiari in maschere che generano sospetto.