In occasione di Lucca Collezionando 2026, abbiamo raggiunto Neyef, al secolo Romain Maufront, giovane autore francese presente alla manifestazione con il suo straordinario graphic novel Hoka Hey! edito in Italia da Tunué.
Hoka Hey! è un western di ampio respiro vincitore del prestigioso premio BD Cezam 2024, ma ma soprattutto una dolorosa storia di formazione che tocca temi universali come l’incontro-scontro tra culture e la discriminazione delle minoranze.
Ecco cosa ci ha racconto l'autore sul suo nuovo libro e sul suo particolare percorso e bagaglio socio-culturale.
E poi c’è il mio legame di lunga data con il western. Amo la semplicità dei suoi racconti, che non si basano su "high concept", ma sulla messa in scena e sulla caratterizzazione dei personaggi, pur lasciando la possibilità di affrontare tematiche contemporanee. Un'altra cosa che mi ha colpito e che mi ha spinto a interessarmi ai Lakota è un evento accaduto sotto l'amministrazione Obama. Le Black Hills, il luogo più sacro per i Lakota, dovevano inizialmente essere preservate e restare a loro riservate. Tuttavia, non appena fu scoperto l'oro nella regione, il governo americano venne meno a questo impegno; una situazione tutt'altro che eccezionale, dato che la quasi totalità dei trattati stipulati con i popoli indigeni è stata violata. Sitting Bull riassumeva tutto questo dicendo che: «La parola dei bianchi è scritta sull'acqua».
In questo contesto, Barack Obama propose un risarcimento di un miliardo di dollari ai Lakota. Eppure, nonostante condizioni di vita estremamente difficili e indegne della prima potenza mondiale in alcune riserve (come a Pine Ridge, dove il tasso di disoccupazione raggiunge circa l'80%, con un'aspettativa di vita di circa 48 anni per gli uomini e 52 per le donne, e tassi di tubercolosi e diabete fino a otto volte superiori alla media nazionale), l'offerta è stata rifiutata. Accettare quel denaro avrebbe significato rinunciare alle Black Hills. Ciò che i Lakota rivendicano non è un risarcimento finanziario, ma la restituzione della loro terra. È stata precisamente questa forza di fronte allo strapotere del denaro, questo profondo attaccamento al territorio e alla propria cultura, a spingermi a interessarmi alla loro storia.
Ho avuto una nonna vietnamita e questa cultura è molto presente nella mia famiglia. Tuttavia, ho sempre avvertito un divario: quello di avere l'aspetto di una persona "bianca", senza parlare la lingua, pur essendo profondamente legato a quell'eredità. Questo mi ha portato a interrogarmi su ciò che ci lega a una cultura, sull'origine di questo sentimento di appartenenza e sulla sua legittimità. Se George finisce per scegliere la cultura lakota, è perché le uniche persone ad avergli dato amore sono quei fuorilegge lakota. Si crea allora una forma di filiazione tra Little Knife, No Moon e lui.
Ma se Little Knife incarna la violenza esercitata, No Moon incarna la violenza subita: quella che hanno patito le donne indigene, ieri come oggi. Ancora oggi, il tasso di aggressioni sessuali sulle donne indigene è tre volte superiore a quello delle donne non indigene, e questa violenza resta spesso taciuta. I numerosi omicidi e sparizioni ne sono la prova: in alcune regioni, le donne indigene hanno un rischio fino a dieci volte superiore di essere vittime di crimini violenti e, tra i Lakota, quattro casi su cinque rimangono irrisolti. Volevo che il destino di No Moon portasse su di sé tutto questo: una figura al contempo forte e vulnerabile, che incarna una memoria collettiva segnata da una violenza ancora troppo spesso ignorata.