Una casa soffocante, un padre che tiene le asce come fossero ombrelli e Lizzie già coperta di sangue nei primi minuti. Monster: La storia di Lizzie Borden non perde tempo a chiedere chi abbia ucciso Andrew e Abby Borden: sceglie la sua colpevole e comincia subito lo spettacolo. È una partenza costruita per farci premere “episodio successivo”, anche quando abbiamo già capito che la serie preferirà il colpo basso alla pazienza.
Per questo la vetta italiana di Netflix e le recensioni disastrose possono convivere senza alcun mistero. Il caso Borden, il marchio Monster e la promessa di vedere fin dove si spingeranno gli autori rendono irresistibile l’inizio. La vera spaccatura passa tra il gesto di avviare la serie e il piacere di averla vista. E su quest’ultimo, critici e spettatori sono molto più vicini di quanto suggerisca la classifica.
- Essere primi significa che tutti hanno voluto dare un’occhiata
- Le recensioni attaccano tutte lo stesso difetto
- Lizzie Borden aveva già fatto metà della promozione
- Il marchio Monster sa vendere l’ingresso, meno il viaggio
Essere primi significa che tutti hanno voluto dare un’occhiata
Nella seconda settimana la serie ha mantenuto il primato globale fra i titoli televisivi in inglese, raccogliendo 14,5 milioni di visualizzazioni e crescendo del 20%. In Italia è salita dal terzo al primo posto. È un risultato forte, soprattutto per il quarto capitolo di un’antologia che potrebbe ormai contare sull’abitudine: compare un assassino celebre, parte una musica inquietante e sappiamo già che il fine settimana rischia di finire davanti allo schermo.
Quelle “visualizzazioni”, però, vengono calcolate dividendo le ore guardate per la durata totale della stagione. La Top 10 nazionale mostra poi l’ordine dei titoli, senza dirci quanti italiani siano arrivati all’ultima puntata. Chi abbandona, chi guarda per curiosità e chi si diverte davvero finiscono nello stesso calderone. La classifica risponde bene alla domanda “che cosa hanno scelto gli abbonati?”; sul loro umore dopo i titoli di coda rimane muta.
Su Rotten Tomatoes, infatti, il consenso era fermo al 38% fra i critici e al 33% fra gli utenti quando la stagione è arrivata in vetta. Stavolta il pubblico che lascia un voto non sta difendendo la serie dagli esperti. La sta bocciando insieme a loro. La contraddizione nasce solo se trattiamo una riproduzione avviata come un applauso.
Le recensioni attaccano tutte lo stesso difetto
Il Guardian ha descritto la stagione come un delirio feticistico che sembra inventato strada facendo. The Hollywood Reporter ha puntato sul falso femminismo e sul bisogno di riempire otto ore dopo aver già mostrato delitto, colpevole e movente. Cambiano le parole, l’accusa resta la stessa: Ryan Murphy usa il caso Borden come un baule di costumi da svuotare sul pavimento, sperando che sangue, sesso e musica moderna bastino a dare una forma al mucchio.
Ian Brennan, qui showrunner e sceneggiatore, vuole trasformare Lizzie in un simbolo della rabbia femminile repressa. L’idea avrebbe anche una forza precisa: una donna intrappolata dalle regole della sua epoca, osservata da uomini pronti a giudicarne corpo, desideri e comportamento. Poi la serie insiste così tanto da ridurre Andrew e Abby a caricature sadiche, mentre ogni ambiguità storica viene piegata verso la vendetta liberatoria. Avevamo già esaminato quanto il true crime di Monster inventi per rendere più comoda la propria versione. Qui quelle invenzioni finiscono per mangiarsi anche il personaggio.
Le interpretazioni tengono in piedi parecchie scene. Ella Beatty dà a Lizzie un’aria insieme innocente e indecifrabile, utile quando tutto intorno a lei urla. Vicky Krieps rende Bridget più interessante della complice romantica scritta sulla pagina. Rebecca Hall affronta Abby con un gusto camp sfrenato, come se sapesse di essere entrata in una puntata particolarmente costosa di American Horror Story. Sono ottime attrici dentro una serie che continua ad aggiungere ingredienti quando avrebbe bisogno di scegliere.
E proprio gli eccessi denunciati dalle recensioni funzionano benissimo come pubblicità. La scena disgustosa, il rapporto inventato, la canzone anacronistica, l’apparizione di Aileen Wuornos: ogni elemento produce una discussione, un filmato condiviso o un amico che domanda «ma è davvero così assurda?». Per rispondere bisogna guardare. Il vecchio “è talmente brutto che devo vederlo” ha trovato una casa elegante, otto puntate e un’ascia lucidata di fresco.
Lizzie Borden aveva già fatto metà della promozione
Negli Stati Uniti il caso vive nell’immaginario popolare da più di un secolo. Lizzie Borden fu assolta nel 1893, ma una filastrocca trasformò quasi subito l’accusa in una sentenza cantata dai bambini. La casa di Fall River è diventata una meta turistica, mentre cinema, televisione, libri e podcast hanno continuato a riaprire quelle stanze. Il pubblico arriva quindi con una domanda già pronta: se Lizzie fu assolta, che cosa accadde davvero?
In Italia la filastrocca è meno familiare, ma l’immagine della donna con l’ascia si capisce in mezzo secondo. Il titolo Monster completa il lavoro. Dopo Dahmer, i fratelli Menéndez ed Ed Gein, gli abbonati sanno quale esperienza aspettarsi: un delitto celebre, attori riconoscibili, ricostruzione lussuosa e dettagli abbastanza macabri da far parlare la rete. Charlie Hunnam aggiunge un volto già legato alla stagione precedente. Sarah Paulson, nei panni di Aileen Wuornos, sembra quasi una promessa rivolta direttamente ai fan di Murphy.
La serie sfrutta anche il vantaggio più potente del caso: nessuno possiede una soluzione definitiva. Peccato che La storia di Lizzie Borden usi quel vuoto per affermare una versione precisa, anziché lasciarci dubitare. Fin dall’apertura decide chi ha impugnato l’arma e dedica il resto del tempo a costruirne le ragioni. Chi cerca il confronto con i fatti trova presto motivi per continuare: vuole scoprire quanto Netflix abbia riscritto le persone coinvolte nel caso. Anche l’irritazione, dopotutto, sa essere un ottimo motore per una maratona.
Il marchio Monster sa vendere l’ingresso, meno il viaggio
Le stagioni precedenti avevano già mostrato questo meccanismo. Dahmer diventò un fenomeno enorme pur trascinandosi dietro accuse di sfruttamento e spettacolarizzazione. Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menendez resistette a lungo grazie alle interpretazioni e ad almeno un episodio capace di fermare il circo per ascoltare un personaggio. Con Ed Gein le recensioni peggiorarono nettamente, e gli abbonati arrivarono comunque in massa nei primi giorni.
Lizzie parte con numeri simili a quelli di Menéndez e Gein, poi cresce meno nella seconda settimana. Non è ancora un crollo, ma il confronto suggerisce che il nome Monster continui a vendere benissimo la prima serata mentre la stagione fatica a diventare un appuntamento amato. È la differenza tra una porta affollata e una sala da cui si esce consigliando lo spettacolo agli amici.
Qualcuno può legittimamente divertirsi con il tono grottesco, le scenografie e attori che divorano dialoghi sempre più improbabili. Il camp non deve chiedere scusa per esistere. Qui ci sembra però usato per coprire una scrittura senza fiducia nella forza del caso: appena Lizzie potrebbe diventare una persona contraddittoria, arrivano un’altra visione sanguinosa, un’altra assassina famosa o un’altra provocazione.
La vetta di Monster dimostra quindi quanto sia facile attirare gli spettatori con un delitto che conoscono già e una confezione che promette scandalo. Non dimostra che la stagione abbia convinto chi l’ha seguita. Un’ascia in copertina fa aprire la porta; per tenerci dentro serve una storia che sappia che cosa fare dopo il primo colpo. Questa volta, secondo noi, Brennan e Murphy hanno continuato a colpire il tavolo sperando che il rumore bastasse.