The Town of Light

Un viaggio introspettivo

A cura di Gamesforum - 14 Aprile 2020 - 12:26

Autore della recensione: beachild

Fino a pochi giorni fa non ero nemmeno a conoscenza dell’esistenza di un ex ospedale psichiatrico a Volterra. Oggi invece sento l’irresistibile desiderio di potermi recare in quel luogo abbandonato, di toccarne le pareti fatiscenti, di respirarne l’aria pesante, di diventare un tutt’uno con i fantasmi del passato che lo popolano per espiare la mia parte di colpa, in quanto membro di un umanità disumana, per i tremendi accadimenti che vi ebbero luogo. Il merito di questo interesse e di queste profonde e dolorose riflessioni è tutto di un gioco sconosciuto ai più, quel The Town of Light che si è presto trasformato in una delle mie esperienze videoludiche preferite degli ultimi tempi.

Un viaggio nella memoria

A sviluppare il gioco è stato un team tutto italiano, che ha voluto confezionare un’opera ispirata a fatti realmente accaduti e documentati, aggiungendo quel tanto di drammatizzazione richiesto dal medium. La protagonista, Renee, è una donna che in giovanissima età è stata paziente del manicomio, in un settore della struttura interamente dedicato alla cura di malate di sesso femminile. La sua degenza ha avuto luogo intorno agli anni Quaranta, ma siamo molto più avanti nel tempo mentre ci muoviamo nei suoi panni tra le mura dell’edificio, ormai fatiscente, e cerchiamo di ricostruire il tragico passato.

The Town of Light

Ogni stanza, ogni corridoio, ogni piccolo oggetto rimasto a marcire nell’ospedale ormai dismesso sono fonte di dolorosi, spaventosi ricordi attraverso i quali Renee prova a ricostruire i tasselli di un puzzle che non assume una forma ben definita nemmeno alla fine, nonostante i diversi bivi che la storia può seguire. Il mistero più cupo è quello che ruota intorno ad Amara, una ragazza poco più vecchia della protagonista che ha rappresentato l’unico suo appiglio in un ambiente dominato da presenze quasi mostruose, certamente inumane. Peccato che proprio sull’esistenza di Amara non vi sia alcuna certezza, tra documenti e ricordi che ne testimonierebbero la veridicità ed evidenze che invece puntano verso una costruzione mentale di Renee.

Un walking simulator classico, ma speciale

The Town of Light è un walking simulator senza se e senza ma, che giustifica la sua appartenenza al mondo videoludico inserendo piccoli obiettivi da raggiungere per avanzare tra i capitoli della storia. Basta poi premere il touchpad per sapere dove andare e cosa fare, a testimonianza di un focus sulla narrazione più che sul gameplay. Con la visuale in prima persona che ci immerge dentro alla protagonista veniamo catapultati tra le colline toscane, in un ambiente nel quale il contrasto tra la natura incontaminata e dalle tinte autunnali degli alberi a perdita d’occhio e il grigio, spettrale e decadente plesso dell’ospedale psichiatrico sembra lo specchio del tormento psicologico che da Renee e dai suoi ricordi si trasferirà a noi.

Ci muoviamo a passo lento e misurato, senza poter andare subito dove desideriamo ma seguendo il filo della ricostruzione del passato di Renee ed aprendo l’accesso ora a quel corridoio, ora a quella sala d’attesa, ora a quella porta che conduce sul retro. Il manicomio nel quale la protagonista, poco più che bambina, è stata costretta a trascorrere anni da incubo tra sevizie, maltrattamenti, violenze sessuali, solitudine, minacce e menzogne è di dimensioni contenute, eppure si trasforma in un labirinto che rischia di farci smarrire, come un dedalo oscuro scavato nella psiche di Renee e, per estensione, nella psiche di ognuno di noi.

Il mostro è l’uomo

The Town of Light non è un gioco horror, eppure spaventa, terrorizza molto più di altri giochi confezionati ad hoc. Il manicomio abbandonato tra le foreste, circondato da transenne che dovrebbero impedirne l’accesso agli sconosciuti e decorato da graffiti a loro modo inquietanti sia all’esterno che all’interno, si erge come una minaccia, come se infermieri, assistenti e medici colpevoli di un trattamento disumano su centinaia di pazienti bisognose di aiuto si fossero condensati in un unico edificio. Il quale è però anche pieno del pesante ed oscuro dolore di tutte le ragazze che, lungi dal trovarvi sollievo dai loro problemi mentali, si sono viste trattare come sub-umane, oggetti di piacere per qualche degenerato infermiere e corpi vuoti e privi di sentimenti per tutti gli altri.

The Town of Light

Il gioco fa paura, dicevamo, senza offrire creature soprannaturali o situazioni di tensione, ma presentandoci il peggiore dei mostri: l’uomo. Tra il silenzio rotto solo dal canto degli uccelli all’esterno o dal rumore dei passi di Renee all’interno, la penombra da cui possiamo difenderci con una torcia poco potente e le stanze delle pazienti che sembrano dotate di vita, ogni nuovo ricordo della protagonista accende immagini spaventose che conquistano lo schermo, disegni terribili che si imprimono nella mente di noi giocatori e contribuiscono ulteriormente a trascinarci nell’abisso della storia che gli sviluppatori vogliono raccontarci e del messaggio che vogliono veicolarci.

Tra presente e passato

Talvolta Renee rivive scene passate vere e proprie, permettendoci di muoverci nei suoi ricordi, circondati dalle altre pazienti o dall’impalpabile Amara, mentre in diverse occasioni sono i documenti o le cartelle cliniche reperibili in qualche ufficio o in qualche schedario a dipingere un quadro che non vorremmo mai ammirare. La triste storia della protagonista viene narrata così, con un finale che da un senso a tutto e che costituisce, purtroppo, un climax al contrario nel quale la povera creatura non trova riscatto, ma subisce danni e beffe.

Giocato con la giusta dedizione e con il giusto stato d’animo, The Town of Light racconta una tragedia che ha i tratti dolorosi e toccanti di una delle vicende de I Miserabili di Victor Hugo, e del personaggio di Fantine in particolare. Il merito è poi quello di saper narrare e nello stesso tempo porsi come documento storico, al netto delle licenze artistiche che gli sviluppatori dichiarano di essersi concessi, per fare luce su una pagina piuttosto oscura della storia italiana, e non solo. Un gioco, insomma, che sa penetrare nel nostro animo e scolpirsi nella memoria trafiggendoci con gli artigli del dolore, della rabbia e del senso di impotenza, ma che auspicabilmente, come tutte le testimonianze negative, ci insegnerà anche a non ripetere determinati errori.

Tecnicamente non impeccabile

A livello tecnico il gioco non è impeccabile, con frequenti cali di frame rate e a volte veri e propri freeze. Graficamente si difende bene, riuscendo a ricostruire in modo realistico gli ambienti che visitiamo, anche se negli esterni il fenomeno di pop-up della vegetazione è evidente, frequente e a volte esagerato. Bene il comparto audio, sia per gli effetti sonori, che per il doppiaggio in italiano particolarmente sentito e per l’accompagnamento musicale che sottolinea alcuni passaggi, contribuendo in taluni casi a generare un senso di ansia ancor maggiore.

+ Narrativamente coinvolgente e impeccabile
+ Gli ingredienti emotivi sono perfettamente bilanciati
+ Il realismo grafico rende l'esperienza vivida e coinvolgente
- Vistosi problemi tecnici legati a pop-up e frame rate

9.0

The Town of Light è stata una graditissima scoperta. È un titolo che si dovrebbe assolutamente giocare ma che, mentre vi ci si dedica, non si vorrebbe aver giocato. Il viaggio nei ricordi della protagonista, paziente-vittima dell’ospedale psichiatrico di Volterra, è un susseguirsi di umiliazione, rabbia, dolore e coercizione che si trasferisce dallo schermo al nostro animo e che riesce a smuoverci nel profondo. Gioco non horror ma che fa paura, se non altro per le ambientazioni e per le tematiche affrontate, e che si presta bene a trasmettere il messaggio di fondo che il team di sviluppo voleva diffondere.




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