Questo sito utilizza cookie anche di terze parti necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy.
Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la nostra cookie policy.
Cliccando sul tasto ACCETTA dai il consenso all’utilizzo dei cookie, il messaggio sul banner verrà nascosto. 

Il paradosso di PUBG su Xbox One

Può un titolo battle royale fare il bene del single-player?

Speciale
A cura di del
Prim’ancora che esponente di un sottogenere relativamente nuovo, PUBG è un fenomeno assai interessante dal lato puramente business dell’industria dei videogiochi. Su PC, ha frantumato qualunque record esistente e spesso hanno dovuto inventarne altri per tenere traccia del suo incredibile, inatteso successo. In virtù di questo palmares, che ha alimentato gli appetiti dei giocatori più del gioco stesso, le aspettative sulla versione Xbox One erano altissime, e presumibilmente anche Microsoft, che ha investito denaro, offerto i server Azure e persino la consulenza di The Coalition, aveva delle speranze in merito a quanto replicare quel successo avrebbe potuto giovare alla sua console.

Come abbiamo osservato in una precedente analisi sugli ultimi rumor e sullo stato della piattaforma, Xbox One non attraversa un momento di particolare crisi. Lo testimonia il successo a dicembre sul territorio nordamericano, dove – complice il lancio della sua variante da 6 teraflop – Xbox si è messa alle spalle di PS4 ed è finita dietro soltanto ad un Nintendo Switch che parla (anche, e per sua estrema soddisfazione) ad altri pubblici. È più corretto parlare di un umore della community piuttosto fiaccato da un anno scivolato via senza uno sparatutto di Gears of War o Halo, coi rinvii silenziosi di Sea of Thieves e State of Decay 2 o eclatanti di Crackdown 3, passando per la cancellazione di Scalebound che ho scoperto solo pochi giorni fa essere ancora datata 2017 – pare passata una vita. 

Il paradosso di PUBG su Xbox One 

Videogioco, od operazione di marketing?

È così, allora, che l’arrivo di PlayerUnknown’s Battlegrounds su Xbox One ha un valore più strategico che prettamente ludico. Portandolo su console prima di tutte, Microsoft ha investito sull’impatto mediatico che la sua mossa avrebbe avuto, e non tanto – non soltanto, almeno – su quello contenutistico che avrebbe rappresentato nell’ambito del suo catalogo software. Non è un caso che il lancio sia avvenuto in dicembre, ovvero a campo praticamente sgombro (altrove si lanciava Xenoblade Chronicles 2, che per inciso sto amando) e a pochi giorni dal tap sul fatidico tasto rosso per la scelta del regalo, a se stesso o ad un famigliare, natalizio. Un gioco con questa cassa di risonanza sposta gli equilibri, direbbe il centrale di una squadra strisciata di rosso e di nero, ma per com’è configurato adesso lo fa nel breve-medio periodo; per cui, perché non sfruttare la cresta dell’onda finché è così alta? 

Sul lungo termine, magari scommettendoci a sviluppo ultimato, senza passare per la Game Preview e finendo in pasto ai blockbuster di primavera o autunno, il discorso sarebbe stato diverso. Al netto del processo di completamento e miglioramento che sta attraversando – già cinque le patch pervenute -, neppure nella sua forma 1.0 PUBG sembra strutturato abbastanza da poter competere con le realtà più affermate del gaming moderno. È una ventata d’aria fresca, che magari ispirerà altri, ma parafrasando Lou Reed come si può pensare di racchiudere un soffio di vento in un barattolo, per poi liberarlo in un indefinito momento successivo? Ponendosi questa domanda ed evitando di scommettere sulla longevità dell’impegno di un partner del tutto nuovo, Microsoft ha premuto subito sul grilletto, provando a raccogliere il massimo prima di tutto da un punto di vista squisitamente culturale. 

“Vedete? Abbiamo ancora le esclusive. Attraiamo ancora gli sviluppatori esterni. Sta arrivando altro”, è parso dire il team Xbox con questa acquisizione. Il titolo battle royale di Brendan Greene è quindi un rito di passaggio per Xbox One, dopo un anno in cui è andato storto tutto quello che poteva andare storto; più che un contentino, il rinnovo del matrimonio con la sua base d’utenza, una dichiarazione d’intenti per quello che verrà nel 2018. E se con questa dichiarazione d’intenti è possibile passarci ore e ore di divertimento spensierato, beh, contate anche me. 

Il paradosso di PUBG su Xbox One 

Un investimento sulla lineup

Investendo su PlayerUnknown’s Battlegrounds, insomma, Microsoft ha investito su Xbox One e per la precisione sui titoli in arrivo nella sua prossima stagione, garantendo loro una base installata se non in fermento, comunque in movimento. Un movimento tale da assicurare un innesto fresco di videogiocatoriinteressati ad ampliare la propria conoscenza in campo videoludico, magari – potrebbe essere il collegamento – a cominciare con quelle vecchie glorie che paiono ad un passo dal ritorno in azione: Perfect Dark, Fable, e chi più ne ha, più ne metta. Tutti giochi che, al di là del loro valore ludico, sono un manifesto del gaming secondo Redmond; produzioni che, a ragione o meno, sanno di Microsoft più di qualunque altra cosa e possono aumentare il valore percepito del marchio Xbox. 

Nella transizione tra il 2015 e il 2016 – anni intesi come stagioni di avvio dei lavori sui prodotti - il team capitanato da Phil Spencer aveva puntato sui GaaS (game as a service) e su Xbox Live come ecosistema a cui non interessava la piattaforma da cui si giocasse. Spencer aveva bisogno di titoli che tenessero i videogiocatori incollati allo schermo, investissero di più su quell’ecosistema e finanziassero la sua divisione a budget relativamente limitato, e PUBG, da occasione di mercato da sfruttare in volata, è rientrato per il rotto della cuffia in questa filosofia di pensiero. Basandosi anche sul feedback dei gamer, la stagione tra il 2017 e il 2018 vanterà un maggiore investimento da parte del board e di un Satya Nadella convinto del valore della divisione Xbox nell’economia complessiva dell’azienda. Questo significa che al di là dei GaaS ci sarà da mettere le mani su qualcosa di più concreto, ma non che una stagione rinneghi l’altra: la prima, fosse pure soltanto per avere avuto un’influenza sui piani alti del gigante americano, si rivelerà funzionale alla seconda.

Letta in chiave business, la mossa di Microsoft di portare subito, qualunque sia stata la sua “condizione atletica”, PlayerUnknown’s Battlegrounds su Xbox One assume un significato nuovo e potenzialmente di grande valore a prescindere da quale sia il genere videoludico di riferimento. Può un titolo battle royale fare il bene della platea desiderosa di esperienze single-player? È il paradosso di PUBG, sulle vostre console – si spera – nel 2018.

0 COMMENTI