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Secret of Mana, la recensione del remake

Un tuffo nel passato...sperando che l'acqua non sia bassa

Recensione
A cura di del
Da appassionati di vecchia data di giochi di ruolo di matrice giapponese, non nascondiamo di aver fatto salti di gioia all'annuncio di un remake per le console Sony di uno dei titoli più amati e venerati di tutti i tempi, che corrisponde al nome di Secret of Mana. Edito nel 1993 da Square (che allora non si era ancora fusa con Enix), questo action rpg fece innamorare una generazione di giocatori con il suo combat system rapido ed intuitivo, una cooperativa in locale più unica che rara nei giochi di ruolo dell'epoca e l'efficace utilizzo delle risorse hardware del Super Nintendo, come il Mode 7. Come tutti i ritorni di franchise amati, l'operazione può nascondere insidie, oltre ad opportunità: oggi siamo qui per dirvi com'è andata l'operazione di recupero e svecchiamento di questo gioiello a 16 bit.

Secret of Mana, la recensione del remake

Favoletta
La trama ricalca fedelmente quella del titolo originale, che già all'epoca si segnalava più per l'adesione a topoi estremamente classici che per l'approfondimento dei suoi personaggi: tutto comincia quando tre ragazzini di un tranquillo villaggio alla periferia del mondo disobbediscono all'anziano, inoltrandosi nei paraggi di un'enorme cascata appena fuori dal centro abitato.
Qui il nostro protagonista, in pieno stile “La spada nella roccia”, rinviene una spada all'apparenza malmessa, conficcata in un blocco di pietra, e, spinto da una misteriosa voce, la libera, scatenando l'ira degli dei e liberando mostri su tutto il continente.
Al loro ritorno al villaggio, i nostri incauti esploratori saranno banditi per ciò che hanno fatto, e questo segnerà l'inizio di un lungo viaggio che li porterà negli otto angoli del mondo, in corrispondenza dei santuari del Mana, l'energia mistica infusa nella terra stessa. Sebbene faccia capo ad un disegno più ampio, (ricordiamo che si parla del secondo capitolo di una trilogia), la narrativa di Secret of Mana non è mai stata il punto focale della produzione e se questo era già evidente un quarto di secolo or sono, è facile evincere quanto lo sia ancora di più oggi, che la scrittura in ambito videoludico ha fatto passi da gigante.
L'unico sforzo degli sceneggiatori di questo remake consiste nell'aver arricchito gli scambi tra i personaggi e le loro interazioni con delle scenette inedite, che si palesano quando si sosta nelle locande e aiutano a far uscire i personaggi da quel ciclo di anonimato e cliché in cui sarebbero altrimenti stati intrappolati. Eppure, dovunque ci si volti, tra compagni di viaggio burberi solo all'apparenza, un protagonista orfano e un impero malvagio che non persegue altro che i propri scopi, la sensazione di già visto è opprimente, e la mediocre qualità del doppiaggio, esclusivo di questa nuova versione, non aiuta a calarsi nelle vicende.

Secret of Mana, la recensione del remake

Pigrizia
Passando al gameplay, nonostante siamo arrivati in fondo all'avventura non siamo ancora riusciti a capire se la mancanza di significativi cambiamenti sia figlia della paura di sbagliare, contaminando dinamiche di gioco che su Snes funzionavano a meraviglia, o semplicemente del budget evidentemente limitato che è stato affidato al team di sviluppo. In entrambi i casi, questa versione di Secret of Mana è, come avrete intuito dal voto a fondo pagina, largamente inferiore all'originale, ma rimane, comunque, un gioco di ruolo hack'n'slash discretamente godibile, che cavalca l'immediatezza del suo combat system e la versatilità di certi suoi meccanismi. Ma andiamo con ordine: il sistema di combattimento non è mutato di una virgola rispetto a venticinque anni fa, e questo rappresenta, nel contempo, uno dei pregi migliori e d una delle pecche più grandi della produzione. All'epoca, si era pensato di variare il ritmo dei combattimenti, che erano a turni per la stragrande maggioranza dei prodotti di genere, aggiungendo una sorta di barra ATB in tempo reale, che, dopo un attacco, costringeva ad attendere qualche secondo per portarne un altro, così da evitare che il prodotto scadesse in un becero festival del button mashing. In realtà, era tecnicamente possibile attaccare anche con la barra ancora non piena, ma le probabilità di colpire il bersaglio e l'ammontare di danni inflitti si abbassavano drasticamente in questo caso, rendendo più utile allontanarsi tempestivamente dal nemico onde evitare di venire colpiti dai suoi attacchi. Qui questa bizzarra danza si ripropone, ma il sapore che rimane in bocca è agrodolce: sarebbe bastato inserire un sistema di parata e contrattacchi o di schivate per modernizzare e dare profondità al sistema di combattimento, che, invece, ci ha ricordato molto alcune produzioni mobile, dove si attacca, ci si allontana, si ritorna indietro e si attacca di nuovo, finché il nemico (dotato di un'intelligenza artificiale infima) non stramazza al suolo. Non a caso abbiamo citato l'IA: tanto quella che regola i pattern di attacco dei nemici quanto quella che gestisce i due compagni d'avventura del nostro eroe sono largamente deficitarie, con la prima che non riesce mai ad impensierire davvero il giocatore, se non in situazioni estreme di schiacciante superiorità numerica, e la seconda che si incastra in elementi dello scenario, non prende mai iniziativa e risparmia punti magici senza mai utilizzare incantesimi che sarebbero risolutivi. L'ancora di salvezza, in questo caso, è la cooperativa locale fino a tre giocatori, che torna direttamente dal passato ed elimina magicamente le deficienze dei personaggi controllati dalla CPU: in tre giocatori Secret of Mana riprende quota, compensando con il caos e la collaborazione tra giocatori le sue pecche. Inconcepibile, poi, che nel 2018 non ci sia un modo per controllare, una volta in un negozio, se si possiede già un pezzo d'armatura e, soprattutto, se questo porta reali benefici a livello di statistiche rispetto a quello indossato al momento. A conti fatti, se la memoria non ci inganna, le uniche aggiunte al gameplay del titolo pubblicato un quarto di secolo fa sono la minimappa, sicuramente utile ma non imprescindibile viste le dimensioni del mondo di gioco, una funzione di salvataggio automatico, che si attiva con buona frequenza, e scenette inedite in concomitanza con le soste alla locande di cui le mappe sono disseminate.
Un po' poco, tutto considerato.

Secret of Mana, la recensione del remake

Come ridipingere un quadro
Possiamo dirci pienamente soddisfatti dal punto di vista estetico, perché il lavoro svolto per traslare in tre dimensioni un gioco con un quarto di secolo sul groppone è stato molto buono. Basandosi sul port sviluppato per dispositivi mobile e arricchendone l'effettistica e l'illuminazione, il team di sviluppo ha ottenuto una tavolozza di colori sgargianti, modelli poligonali sui livelli delle migliori produzioni per console portatili e un colpo d'occhio generale più che soddisfacente, anche perché rispettoso del materiale originale. Secret of Mana rimane, nella sua versione originale, uno dei più bei titoli di sempre tra quelli usciti su Super Nintendo e, sebbene questo remake non possa fregiarsi di un simile titolo sull'ammiraglia Sony, siamo sicuri che strapperà un sorriso a tutti coloro che hanno avuto modo di giocare al prodotto pubblicato nel 1993. Più controversa, invece, la valutazione sul comparto sonoro: la scelta di doppiare i personaggi principali era naturale, ma la selezione delle voci è quantomeno discutibile ed il fatto che i personaggi non muovano le labbra quando parlano nuoce all'immersività del prodotto, rompendo l'illusione di trovarsi davvero nel mondo di Mana. Complice il già citato plot “vecchio stile”, le sequenze filmate perdono presto di mordente, risultano a tratti involontariamente comiche, quasi fossero tratte da un filmino di un maldestro manipolo di ventriloqui. Anche il lavoro di riarrangiamento delle tracce della colonna sonora originale susciterà reazioni contrastanti: quella del titolo uscito su Snes (e disponibile nella compilation dello Snes Mini, lo ricordiamo) rimane, a nostro modesto parere, una delle più belle di quegli anni, opera magna del maestro Hiroki Kikuta, e quella odierna prova a ripercorrerne i passi, alternando buone prove ad altre meno convincenti.
Nel complesso, comunque, il lavoro svolto è di buona fattura.
Segnaliamo anche i tre crash del gioco in cui siamo incappati, alleviati, fortunatamente, dalla nuova funzione di salvataggio automatico (inserita ad hoc?). La durata complessiva rimane, grossomodo, quella del titolo originale, non esagerata se confrontata con le epopee open world riferimento dell'attuale mercato ma rispettabilissima in sé, anche per non sfruttare in maniera eccessiva certe meccaniche di gioco che potrebbero venire un po' a noia.
  • +Buon lavoro grafico nel passaggio al 3D
    +Coop locale ancora divertente
  • -Aggiunte con il contagocce, e nemmeno troppo significative
    -Combat system invecchiato maluccio
    -Intelligenza artificiale deficitaria
    -Codice sporco tra bug e crash
voto
6,5

Secret of Mana non è un brutto gioco e siamo sicuri che farà la felicità di chi cerca un gioco di ruolo d'azione colorato, immediato e non troppo pretenzioso in termini narrativi e di impegno profuso.
Cionondimeno, è impossibile non constatare come il budget destinato a questa operazione di recupero si sia rivelato insufficiente, come anche la voglia del team di sviluppo di svecchiare e modernizzare un prodotto che era eccellente ai suoi tempi.
Alla fine della fiera, come si evince dal fatto che che i lati migliori della produzione siano quelli che già brillavano venticinque anni fa, nessuna delle aggiunte migliora significativamente l'esperienza di gioco, a parte, forse, l'autosave.
Il discorso cambia, parzialmente, se avete due fedeli amici muniti di Dual Shock 4: in questo caso, il divertimento dato dalla cooperazione potrebbe oscurare le problematiche del prodotto per qualche serata.

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