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Che problema hanno i videogiocatori (e chi i videogiochi li fa) con le donne e la loro sessualità?

Un medium di intrattenimento deve parlare di qualsiasi cosa.

Va(le) Pensiero
A cura di del
A qualche minuto dal momento in cui inizio a scrivere questo articolo, Valve ha deciso di bloccare completamente (ma temporaneamente) l’aggiunta di contenuti per adulti su Steam. La decisione avviene dopo mesi e mesi di vicende controverse, in cui il publisher ed i produttori di videogiochi si sono scontrati sui cosiddetti “giochi per adulti”.

Il problema nasce dall’ormai noto problema che ha Steam nel controllare ciò che viene pubblicato sulla sua piattaforma. Tra videogiochi spazzatura, cloni nati solo per ingannare i giocatori meno smaliziati che sperano di giocare ad Overwatch, Hearthstone, Fortnite e chissà cos’altro solo per ritrovarsi un abbozzo di pixel ed ignoranza, e i cosiddetti achievement games, ovvero dei prodotti nati solo per accumulare punti negli achievement di Steam, non è oggettivamente facile stare dietro a tutta la produzione, soprattutto quando non c’è nessuna barriera all’ingresso per entrare nello store digitale più famoso per PC. Tra questi videogiochi che sono “solamente” brutti oppure truffaldini, ci sono anche tanti contenuti sessualmente espliciti che vengono venduto come videogiochi adatti a tutti. In questa categoria rientrano le visual novel – anche le più innocenti – insieme ai titoli che fanno della sessualità esplicita il loro punto forte, fino a situazioni estreme con nudità espresse senza nessun contesto intorno, e in generale qualsiasi videogioco che mostri figure femminili e/o maschili in atti equivoci.
Della cosa si è lamentato il NCOSE (National Center on Sexual Exploitation), che ha iniziato una lotta contro Steam e questi contenuti discutibili, chiedendone la rimozione immediata. C’è da dire che il NCOSE, pur avendo ragione nell’essere preoccupato, è un ente estremamente puritano, che vede una buona parte dei prodotti di largo consumo come fonte di depravazione per i giovani, dai videogiochi alle serie televisive (sotto le grinfie dell’ente è finito anche Il Trono di Spade). In ogni caso, pur non essendoci nessun collegamento con l’azione di Steam, l’ente ha più volte manifestato interesse riguardo l’argomento, esprimendo soddisfazione per la volontà dello store di Valve nel voler fare un giro di vite riguardo i videogiochi incriminati.

Che problema hanno i videogiocatori (e chi i videogiochi li fa) con le donne e la loro sessualità?

Col tempo molti sviluppatori, tra cui molti nomi noti nel settore delle visual novel erotiche, si sono ritrovati con il cappio al collo, impossibilitati di fatto a lavorare, e quindi a portare a casa la beneamata pagnotta. Come spesso succede in questi casi, Valve non si è preoccupata di andare a discernere i singoli casi, assicurandosi la salvezza delle visual novel innocue oppure i videogiochi che semplicemente “ammiccano”, ma ha fatto terra bruciata. In questa occasione molti publisher hanno fatto notare che ad essere colpiti sono soprattutto i titoli con uno stile grafico anime, quindi orientale, mentre altrettanti titoli occidentali (talvolta con pornografia molto più spinta) sono stati ignorati. Il problema è l’atteggiamento di Steam che, come accaduto anche in precedenza, non si prende la briga di controllare con attenzione i contenuti della piattaforma e fa tabula rasa, invece di indagare con precisione. Comprensibile, visto lo sconfinato catalogo, ma non giustificabile. Al momento, infatti, alcuni sviluppatori si sono visti rimuovere i propri lavori in attesa che soddisfino i nuovi parametri imposti da Steam che possono essere definiti con il “dare possibilità ai giocatori di decidere cosa vedere oppure no”. Il che, capirete, diventa problematico visto che in alcuni casi parliamo di veri e propri giochi per adulti. È come imporre ai titoli di Assassin’s Creed di dare l’opzione ai giocatori di non vedere le scene di violenza, che significa non avviare il gioco per niente, praticamente.

Questo del rapporto con le figure femminili è un problema che da sempre gravita intorno all’industria videoludica. Oltre a quel pizzico di maschilismo che c’è sempre stato tra i giocatori e gli addetti ai lavori, esploso nei meandri del GamerGate e con le tante inchieste ed analisi di Anita Sarkeesian, c’è ancora tanto pudore nei confronti del nudo e della sessualità, soprattutto quella femminile. Il che è paradossale per un medium che vuole disperatamente crescere, entrare nel mondo dell’intrattenimento “dei grandi”, ma ha paura di raccontare la sessualità ed avere a che fare con la donna, in particolare.

Prima del GamerGate ci sono state le infinite polemiche su Lara Croft negli anni passati, oggi scomparse grazie al nuovo design meno idealistico della nuova Lara di Crystal Dinamics, accompagnate da tutta una serie di critiche ricorsive riguardo i soliti noti, quei franchise che hanno fatto della figura femminile la loro ragion d’essere. Senza tirare fuori la saga di Senran Kagura, ricorderete la vicenda della censura di Lin Lee Koo di Xenoblade Chronicles X, che dalla versione orientale a quella occidentale del gioco è diventata una ragazza più adulta e meno discinta negli abiti. Inoltre, ai primordi di Street Fighter V venne modificata la sequenza di ingresso di Cammy che, inizialmente, mostrava quasi in piena vista l’inguine, mentre la mossa speciale di Rainbow Mika non mostrava più la wrestler schiaffeggiarsi la natica, con l’inquadratura che venne spostata leggermente più in alto, il tutto perché Yoshinoro Ono non voleva che qualcuno si sentisse a disagio mentre giocava. Il che è paradossale, considerati tutti i costumini discinti che sono stati pubblicati nel corso del tempo come DLC, ma soprattutto il fatto che Rainbow Mika comunque si schiaffeggia il sedere anche con il cambio di regia. Ma in questo senso, uno dei casi più paradossali degli ultimi anni è quello legato a Dead or Alive Xtreme 3.

Che problema hanno i videogiocatori (e chi i videogiochi li fa) con le donne e la loro sessualità?

Se Street Fighter è una serie che è stata costruita intorno ai suoi personaggi, Dead or Alive l’ha costruita in particolare intorno alle donne. Oltre ad essere delle macchine da guerra inarrestabili, le signorine del picchiaduro di Koei Tecmo sono anche un bel vedere, spesso svestite oppure abbigliate con outfit aderenti o che non lasciano niente all’immaginazione. L’emblema di tutto questo è lo spin-off Dead or Alive Xtreme Beach Volleyball, saga in cui le combattenti in questione abbandonano la lotta per andarsene al mare, giocare a beach volley, spruzzarsi l’acqua addosso e divertirsi al casinò.

Con Xtreme 3, datato 2016, la serie ha concentrato ancora di più gli sforzi sul voyeurismo, abbandonando quasi del tutto il coefficiente sportivo della produzione, per la gioia degli appassionati del Soft Engine. In questa iterazione i corpi delle ragazze potevano abbronzarsi, erano ancora più rotondi, morbidi e perfetti, trasformandole in delle vere e proprie bambole digitali fotorealistiche. Un realismo che va di pari passo con l’immedesimazione, e quindi l’eccitazione dei giocatori, un realismo che costò alla produzione la pubblicazione in Occidente. Dead or Alive Xtreme 3 non ha toccato mai i nostri lidi non per problemi distributivi, di localizzazione o quant’altro, ma perché Koei Tecmo aveva paura di portare il titolo dalle nostre parti. All’epoca, un esponente dell’azienda dichiarò su Facebook quanto segue, in risposta alla domanda di un utente sull’uscita del gioco negli altri mercati: “Ha idea di quanti problemi ci sono nella video game industry riguardo le donne nei videogiochi? Non vogliamo parlare di tali questioni in questa sede. Sappia che è una decisione che abbiamo ponderato negli ultimi due anni circa”.

Non che sentissimo la mancanza di Dead or Alive Xtreme 3, intendiamoci, ma questa è una risposta molto interessante da analizzare. È un problema di una società, quella occidentale, davvero troppo suscettibile verso certi argomenti, oppure di un’azienda che non crede abbastanza nel suo prodotto da esportarlo con orgoglio fuori dal proprio porto sicuro? In entrambi i casi, Koei Tecmo ammette praticamente di vergognarsi del suo lavoro, o che comunque non è abbastanza valido da essere venduto in tutto il mondo. Il caso di Dead or Alive Xtreme 3 non è tanto di censura, ma quanto di vero e proprio embargo.

Che problema hanno i videogiocatori (e chi i videogiochi li fa) con le donne e la loro sessualità?

Eppure, per crescere non bisognerebbe solo affrontare violenza, storie di gangster e massacri vari, ma anche rapportarsi con l’erotismo in ogni sua forma, purché non sia offensivo oppure istighi comportamenti sbagliati. Perché possiamo (e dobbiamo!) giocare uno shooter, un GTA, o qualsiasi altro gioco che prevede delle scene di azione violente senza sentirci in colpa, ma quando si tratta di signorine seminude tutto cambia? È giusto che entità come Steam stiano attente alle produzioni che popolano il suo vivaio, ma non è giusto fare di tutta l’erba un fascio. Una migliore attenzione, una maggiore sensibilità anche per questo tipo di argomenti porta ad una maggiore maturità del medium, ad accettare questo tipo di contenuti come “normali”.

A questo proposito, qualche anno fa ebbi l’occasione di preparare un’intervista (che poi non potei condurre in prima persona per colpa di un imprevisto, maledizione) con Stefanie Joosten, la Quiet di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain. Tra le tante domande che preparai per la modella ce n’erano alcune riguardo la sessualità manifesta di Quiet, le polemiche intorno all’action figure con i seni morbidi, ed in generale tutta l’attenzione riguardo la fisicità del personaggio. Vi lascio con la sua risposta dell’epoca: “Onestamente, ho visto molti criticare il personaggio e le figure, ma non sono seccata. La maggior parte delle persone ha mosso queste critiche prima che il gioco uscisse, quindi non conosceva ancora il personaggio… e ho sempre pensato che avesse bisogno semplicemente di provarlo. La vedrebbero in una maniera diversa. […] Penso che nel mondo di Metal Gear molte cose sono sopra le righe… sarebbero molto strane nella vita reale (ride). Questo fa parte del mondo di Metal Gear e penso è così che dovrebbe continuare ad essere. A me non dispiace affatto”.

So che può sembrare strano, ma la crescita del medium videogioco passa anche per l’accettazione della sessualità, della figura della donna. C’è ancora troppa suscettibilità all’interno di tutto l’indotto dell’industria, dai videogiocatori agli addetti ai lavori, e per questo succedono situazioni come quelle che riguardano Steam (che pure ha la sua parte di colpe). Un medium di intrattenimento che si rispetti non ha problemi a parlare di qualsiasi argomento, trattare ogni tematica, e mostrare qualsiasi cosa a schermo con la giusta intelligenza e sensibilità.

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