Questo sito utilizza cookie anche di terze parti necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy.
Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la nostra cookie policy.
Cliccando sul tasto ACCETTA dai il consenso all’utilizzo dei cookie, il messaggio sul banner verrà nascosto. 

L’importanza di chiamarsi Jerry Calà

Va(le) Pensiero

Rubrica
A cura di del
Vi è mai capitato di vedere uno spettacolo di Jerry Calà negli ultimi tempi? Le serate in discoteca del Jerry nazionale sono emblematiche, per una serie di motivi. Intanto l’età media è comprensibilmente alta per i locali in questione, diciamo 30-35enni in su. Ogni tanto si avvistano sporadici giovanotti portati nei locali più dalla curiosità indotta dai retro-meme che altro. Jerry Calà inoltre è invecchiato, fisicamente perché il mondo va così, e come intrattenitore per lo stesso motivo. Non è che non faccia più ridere, più che altro è che ripete ormai gli stessi tormentoni e gag di sempre, a cui aggiunge le battute sul peso di Umberto Smaila.

Ecco, Jerry Calà è invecchiato male, fisicamente ed artisticamente, però insomma è pur sempre Jerry Calà, una figura che tra i tanti ha contribuito a forgiare la storia recente dell’intrattenimento italiano. Che vi sia mai andato a genio oppure no, Jerry fa parte della storia della cultura pop del nostro paese, i suoi spettacoli sono sempre seguitissimi e, bene o male, pur non essendo più divertente come una volta non ha perso affatto il suo carisma. Perché vi parlo di Jerry Calà? Forse i più giovani non se lo ricorderanno, ma lo showman è stato anche testimonial ufficiale dei prodotti SEGA, distribuiti negli anni ’90 da Giochi Preziosi (quando ancora le console si compravano dal giocattolaio). 

Io me lo ricordo perché è proprio con il SEGA Mega Drive che ho cominciato a giocare coscienziosamente, e ricordo che i miei genitori sghignazzavano di fronte agli spot pubblicitari in televisione, evidentemente già kitsch per l’epoca. Lo scorso weekend, SEGA ha fatto una serie di annunci di importanza più o meno rilevante: la collana SEGA Ages che porterà alcuni titoli storici su Nintendo Switch; il Mega Drive Mini; la collection di Shenmue 1 e 2.

Proprio riguardo la riedizione dei classici di Yu Suzuki mi sono prodigato per scovare in giro per la rete, nazionale ed internazionale, le prime reazioni al riguardo, precisamente conscio di cosa avrei trovato: “è noioso”, “un’altra remaster?” (spoiler: non lo è); “che giochi sono?”; “sarà molto divertente tornare ad annoiarsi con un carrello elevatore”.
Una minoranza rumorosa pronta a dichiarare che la saga di Shenmue è invecchiata male insomma, proprio come Jerry Calà. E va benissimo così.
L’importanza di chiamarsi Jerry Calà
Giusto in tema di ritorni dal passato, la riedizione (che potrebbe essere un porting senza modifiche estreme) di Shenmue 1 e 2 segue a ruota il remake della trilogia di Spyro, altro annuncio che ha portato con sé le solite polemiche. C’è un distinguo da fare molto importante però, se volessimo rispondere alla domanda “C’era proprio bisogno di far tornare Shenmue?”, e riguarda il valore che le opere citate hanno rispetto al medium che rappresentano.

Se il remake di Crash, Spyro, Medievil e compagnia bella ha senso come il ritorno dei due Shenmue, la differenza sta nella motivazione che spinge queste operazioni. Tutte condividono il denominatore della nostalgia, ma con sfumature estremamente diverse. La N.Sane Trilogy ha fatto leva in molto furbo, nonché “saggio” in ottica commerciale, sulla nostalgia più di pancia, per così dire, puntando sul ricordo che i videogiocatori più anziano hanno avuto nei confronti di Crash, la nostalgia che ci fa vedere le cose come crediamo che siano, e non come sono veramente, come scrivevo in uno speciale dell’anno scorso

Il marchio Crash Bandicoot è stato sempre associato a PlayStation, ed ecco che le vendite di PS4 ne hanno giovato in maniera miracolosa. La trilogia di Crash Bandicoot è invecchiata, ma già all’epoca era già scricchiolante se paragonata ai platform 3D presenti su mercato (Super Mario 64, come detto più volte), eppure il miracolo della nostalgia lo ha fatto diventare il miglior platform della storia, con tanto di digressioni e coraggiose dichiarazioni sulla sua estrema difficoltà con gli onnipresenti paragoni ai soulslike.

L’importanza di chiamarsi Jerry Calà

Anche Shenmue si basa ovviamente sulla nostalgia, ma il valore dell’opera di Yu Suzuki è decisamente superiore alla trilogia di platform di Naughty Dog. Shenmue fu una produzione che definire ambiziosa è riduttivo, capace di impensierire le finanze di SEGA che all’epoca dovette investire moltissimo per seguire le visionarie idee di Suzuki. Molti degli elementi di game design introdotti nel gioco, tra cui i celebri Quick Time Event, esordirono proprio nei due Shenmue, e da quel momento in poi entrarono a pieno diritto nel vocabolario degli sviluppatori videoludici ed ancora oggi vengono impiegati. Non ha senso quindi appellarsi con arroganza al fatto che Shenmue sia invecchiato male, perché è talmente ovvio che rimarcarlo è paradossale. Stiamo pur sempre parlando di una saga iniziata agli albori del nuovo millennio, su una console che pur avveniristica che fosse aveva delle limitazioni che oggi fanno sorridere, tra cui la presenza del secondo analogico per gestire la telecamera. 
Insomma è ovvio che è invecchiato male, ma questo non lo rende un titolo non meritevole di essere riproposto nel 2018. Ocarina of Time non diventa un titolo mediocre solo perché esiste Breath of the Wild, era un capolavoro nel 1998 e lo è oggi, perché le opere vanno valutate con piena coscienza di ciò che rappresentano, ma soprattutto del periodo in cui sono state concepite, prodotte e commercializzate. Sarebbe come asserire che Matrix, il capolavoro degli ex-fratelli Wachowski, è un film mediocre per la CGI attuale propone scene ben più vive, ampie e ben curate dello slow motion del film con Keanu Reeves.

L’importanza di chiamarsi Jerry Calà

Al di là dell’ovvio senso commerciale che porterebbe la saga ad essere rivalutata in vista dell’uscita del terzo capitolo, c’è anche una questione ben più ovvia da analizzare: la reperibilità. Il prossimo Shenmue ha un “3” nel nome, ed al contrario di quanto succede spesso con i ritorni delle grandi saghe del passato che vengono sapientemente rimaneggiati come dei “mid-reboot” per essere digeribili dagli ignari, quella di Yu Suzuki è una trama densa che prosegue di episodio in episodio. Senza la collection appena annunciata, giocare i primi due Shenmue significa dover recuperare un Dreamcast, oppure giocare al solo secondo capitolo su una vecchia Xbox di prima generazione (e recuperare entrambi, cosa non facilissima).
Questo si chiama recupero della memoria storica, ed è fondamentale per qualsiasi medium di intrattenimento, soprattutto per uno come quello dei videogiochi che viaggia ad una velocità fulminante e rischia di perdersi per strada i suoi migliori esponenti, sovrastati da esperienze multiplayer online e saghe annuali. È fondamentale quindi l’esistenza di questa collezione quindi, perché permette di far conoscere una saga straordinaria a chi non l’ha mai giocata, di riproporla a chi magari non ha più i mezzi per poterla avere, ma soprattutto fa da ponte per varie generazioni di videogiocatori.

Ci sono operazioni nostalgia ed operazioni di recupero, entrambe valide ed apprezzabili ma non valutabili allo stesso modo. È importante celebrare con il giusto e doveroso entusiasmo il ritorno della saga di Shenmue in un formato adatto all’hardware moderno, come è importante accogliere con un diverso entusiasmo operazioni come la Spyro Reignited Trilogy.
Se trovate Shenmue “invecchiato male” non è detto che sia propriamente un difetto della produzione in sé, ma forse non siete adatti per quel tipo di gioco, e quando approccerete Shenmue 1 e 2 forse vi troverete spiazzati, delusi e frustrati.
Va benissimo così, perché non è detto che i videogiochi debbano per forza parlare il linguaggio comune, come Jerry Calà non debba far ridere per forza.

0 COMMENTI