Death Stranding

Le due facce dell'apocalisse

A cura di Gamesforum - 13 Aprile 2020 - 16:47

Autore della recensione: Alucard

Death Stranding è un titolo che, è proprio il caso di dirlo, vive di due anime. Il termine usato non è casuale perché è proprio questo l’ingrediente segreto che il leggendario game director Hideo Kojima ha messo nella sua ultima opera dopo la separazione da Konami avvenuta nell’ormai lontano 2015.

Facendosi carico di un’eredità pesante come quella di Metal Gear, per Kojima Productions non deve essere stato facile portare a compimento un progetto così carico di aspettative con la consapevolezza che questo avrebbe creato una divisione così profonda nella sua fanbase grazie a una serie di caratteristiche che rendono Death Stranding un titolo unico e autoriale, quanto controverso.

Il sipario di Death Stranding si apre su uno scenario raccapricciante. Gli Stati Uniti d’America così come li abbiamo conosciuti finora ormai non esistono più e tutto ruota attorno alla figura dei corrieri: gli unici dotati dell’equipaggiamento e dell’audacia necessaria per affrontare le entità che pullulano le vaste praterie e i paesaggi montuosi che caratterizzano il mondo di gioco. Tali minacce non sono solo da ritrovarsi nei muli (banditi che saccheggiano i corrieri allo scopo di appropriarsi delle loro merci per trarne ricchezza), ma anche e soprattutto nella cronopioggia. Trattasi di un fenomeno sovrannaturale in grado di alterare inesorabilmente lo scorrere del tempo di tutto ciò che tocca, permettendo alle misteriose entità dette BT di manifestarsi al giocatore per trascinarlo verso l’oblio una volta catturato.

Death Stranding

Il giocatore veste i panni di un corriere ovvero Sam Porter Bridges, incaricato nientemeno che dalla Presidente degli Stati Uniti, di riconnettere una società ormai fratturata attraverso una serie di incarichi utili alla ricostruzione della rete chirale, con l’intento di consentire agli avamposti dislocati nel mondo di gioco la possibilità di comunicare tra loro scambiandosi risorse di vario genere.

Da questa premessa si snodano le vicende che vedono il protagonista impegnato ad attraversare una serie di strutture entrando a contatto con un cast di comprimari stellare sia in termini di recitazione, che soprattutto, di caratterizzazione. Ciascuno di questi è infatti dotato di una sua sottotrama estremamente convincente che consente al giocatore di entrare in piena empatia con le vicende di Sam fino ai titoli di coda che arriveranno dopo circa trentacinque ore di main quest. Non mancano inoltre gli antagonisti che, sebbene in diversi casi non spicchino in originalità, riescono nell’impresa di rimanere impressi nella memoria del giocatore essendo de facto tra i migliori esponenti nell’intero panorama videoludico.

Tali fattori uniti a quella che è forse la miglior colonna sonora mai vissuta in un’opera appartenente a questo media vanno a incidere in modo decisamente efficace su quella che è l’atmosfera del titolo, che insieme al comparto narrativo strutturato attraverso longeve cutscene ottimamente dirette, rappresenta la prima “anima” di Death Stranding.

Vedere Sam attraversare lande desolate e torrenti in grado di mettere alla prova la fisicità del protagonista sulle note dei “Low Roar” e dei “Silent Poets” è un’esperienza indelebile a cui solo un grande artista come Hideo Kojima poteva riuscire a dar vita a prescindere dall’apprezzamento che si può nutrire verso il gameplay.

E’ qui purtroppo che la seconda anima del gioco emerge, portandosi dietro molte criticità che potrebbero influire pesantemente sulla godibilità di Death Stranding.

Pur mantenendosi estremamente coerente con quella che è la lore dell’universo in cui è ambientato, il quest design segue una formula tanto semplice quanto poco stimolante limitandosi a far percorrere al giocatore di volta in volta una grossa porzione di mappa per effettuare una consegna concedendo totale libertà di scelta su come raggiungere il suddetto obiettivo. E’ possibile dotarsi di scale allungabili per scalare una parete rocciosa così come utilizzare un rampino per discendere dalla vetta di una montagna, oppure raggiungere velocità elevatissime grazie a particolari esoscheletri e mezzi di trasporto più classici.

Death Stranding

Sarebbe tuttavia riduttivo limitarsi a presentare quest’opera come una serie di noiose fetch quest, sebbene la struttura di base sia quella è doveroso menzionare la presenza del Social Strand System. Tale feature consente ai giocatori di aiutarsi tra loro senza che questi siano a tutti gli effetti presenti all’interno della partita come invece accade nella maggior parte dei titoli dotati di funzionalità multiplayer ad oggi presenti sul mercato. Andando nel dettaglio è quindi possibile utilizzare le strutture posizionate da altri utenti per superare determinati ostacoli ringraziandoli con un “mi piace”, così come a nostra volta possiamo decidere di impiegare le risorse a nostra disposizione nella costruzione di teleferiche in grado di facilitare notevolmente le consegne per chi avesse necessità di usufruire di spostamenti più rapidi.

Le maggiori problematiche emergono tuttavia durante gli scontri a fuoco per i quali è ovvio non sia stata riposta la medesima cura adottata nella realizzazione degli altri aspetti del gioco. Le armi da fuoco disponibili in numero abbastanza limitato sembrano appena abbozzate e non riescono minimamente a conferire alcun senso di gratifica nel momento in cui si preme il grilletto. Gli scontri, oltre ad essere molto imprecisi sono estremamente semplici, e contribuiscono purtroppo a rovinare delle boss fights che avrebbero di contro potuto regalare parecchie soddisfazioni invece di limitarsi a fare da collante per intervallare una sequenza filmata e un’altra.

In conclusione Death Stranding è un’opera controversa, figlia di uno sviluppo portato avanti con amore e dedizione ma che ha fatto delle due anime che lo compongono figli e figliastri, quando con un maggior bilanciamento tra le due componenti il risultato ottenibile avrebbe potuto ambire all’olimpo dei titoli di questa generazione.

+ Atmosfera ricreata perfettamente
+ Miglior colonna sonora nell'intero panorama videoludico
+ Doppiaggio originale e regia magistrali
+ Il social Strand System funziona alla grande
- Gameplay estremamente ripetitivo
- IA praticamente inesistente
- Armi da fuoco poco funzionali
- Boss fights sprecate

7.0

Quello di Sam è un viaggio toccante, ricco di emozioni e di personaggi che non si dimenticano ma è anche pervaso da uno spirito che nella sua coerenza può finire inconsapevolmente per smorzare l’entusiasmo. Una narrativa brillante che ognuno di noi dovrebbe vivere e assaporare almeno una volta lasciando da parte gli scetticismi.




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