Death Stranding

You Are Not Alone

A cura di Gamesforum - 30 Novembre 2019 - 15:00

Autore della recensione: EvanGuardian

Parafrasando le parole di John Donne, non siamo fatti per stare soli. Questo motto, semplice ma che eppure esprime un concetto complesso, è alla base dell’ultima creazione targata Hideo Kojima che, più di quattro anni dopo il saluto a Konami ed alla saga che l’ha innalzato nel pantheon dell’industria video-ludica, torna a sorprendere con un titolo che farà discutere di sé per molto tempo.

Death Stranding, primo e finora unico “strand game“, ci catapulta in un futuro dove la fantascienza e la distopia convivono in un mondo dove gli uomini combattono per la sopravvivenza. Un mondo dove eventi catastrofici hanno causato la frammentazione della società, costretta ora a vivere in nuclei isolati, con tutte le difficoltà che comporta.

Sta al giocatore ricollegare il mondo – la storia è ambientata in America – ed i suoi abitanti, guidando l’umanità fuori dalle tenebre in cui il Death Stranding l’ha gettata.

Ed è così che il gioco ci chiama a vestire i panni di Sam Porter Bridges, corriere ligio e di poche parole, dotato di una straordinaria abilità che lo rende estremamente prezioso alla causa, più di quanto non siano già gli uomini che condividono la sua stessa mansione. Sam è infatti quello che nel gioco viene chiamato col nome di “riemerso“, un essere capace di eludere la morte, in quanto capace di tornare al proprio corpo in caso questa sopraggiunga.

Death Stranding

La missione tuttavia, non per questo sarà meno ardua. Il fenomeno che ha quasi spazzato via l’umanità ha creato infatti uno squarcio tra il mondo dei vivi e quello dei morti, causando la comparsa degli ultimi sul suolo terrestre. Questi, sebbene non in possesso di una forma fisica, appaiono estremamente pericolosi, in quanto in grado d’interagire con l’ambiente circostante, con conseguenze catastrofiche nel peggiore dei casi. A rendere le cose ancor più difficili è la presenza di persone poco interessati ad un America unita. Non mancheranno quindi interazioni con gruppi ostili che spaziano dai semplici razziatori ai più organizzati terroristi.

Con questi presupposti, è chiaro fin da subito il carico di responsabilità e sogni che Sam, un Atlante sui generis, dovrà portare sulle sue spalle durante il suo lungo viaggio.

Non temere, non disperare, non arrenderti: non sei solo. Un motto che come un richiamo, riecheggia nelle orecchie del giocatore, che stia scappando da un gruppo di sciacalli o nel mentre di una scalata su una ripida montagna spazzata da una tormenta di neve. Il gioco ci ricorda che la forza dell’uomo sta nell’unità, nella condivisione, ed è proprio quest’ultima a giocare una parte principale in Death Stranding. Il mondo di gioco è condiviso tra i giocatori, che sebbene non possano interagire direttamente fra loro, sono in grado di aiutarsi a vicenda, condividendo risorse, strumenti e conoscenze al fine di rendere il viaggio più sostenibile.

Viaggio durante il quale faremo la conoscenza di personaggi, amichevoli o meno che siano, che ci accompagneranno fino alla fine della storia. Di questi non si può mancare di sottolineare la cura con la quale sono stati ricreati, né il tocco cinematografico dato allo sviluppo della trama, che si presenta adatta ad una serie televisiva di spessore. Tuttavia capita che la tensione che riesce a creare venga però spezzata da dialoghi che, sembrerebbe quasi messi lì apposta, lasciano sorrisi di perplessità sul volto dello spettatore.

Verrebbe da pensare che sia un modo dell’autore di ricordare al giocatore che in fin dei conti egli si trova per le mani un’opera di finzione, dove sono concesse espressioni infelici e qualche stravaganza. Sfortunatamente per lui, l’effetto che provoca mina l’immersione nel racconto.

Death Stranding

Un peccato mortale, perché ciò che fa Death Stranding con i suoi luoghi, le musiche e le sensazioni che è in grado di suscitare lascia più e più volte a bocca aperta: i suoi scorci, ed i suoi momenti dipinti a pennello tessono una tela di splendore catartico. Il viaggio non è più solo sul piano fisico, ma tocca anche quello spirituale.

La creatura di Kojima Production si distacca da tutto quello che è venuto prima. Da quel che è il canone video-ludico storico; tuttavia resta un gioco, e in quanto tale si trova difronte alle stesse sfide e problemi che affliggono ogni altro titolo. E non ne esce illeso. La meccanica di base è ripetitiva: consegnare pacchi può essere divertente per le prime decine di ore, grazie anche alle variabili in cui ci si può imbattere (modi diversi di spostarsi, incontri, scontri, espansione della rete di strutture) ma la noia prima o poi colpisce e la ricetta che dovrebbe insaporire la formula finisce per creare stress e repulsione.

Da rivedere anche le fasi di shooting, che non convincono appieno anche a causa dei comandi, imprecisi nelle impostazioni di default. Un’altra nota dolente è la mancata ottimizzazione dei caratteri su schermo, che appaiono troppo piccoli, creando confusione quando ci si muove nella UI del gioco, cosa che accade spesso. Incredibile come, nonostante sia passato quasi un mese dal lancio, non sia stato fatto ancora niente per risolvere il problema.

Ultima nota dolente è la presenza di micro cutscene di cui è imbastito il gioco. Sebbene queste favoriscano il continuum narrativo dell’azione, rivedere le stesse scene, innumerevoli volte, senza la possibilità di disattivarle dal menu (si possono saltare singolarmente con la pressione in successione di tre tasti) sono sintomi di bad designing mal celato.

+ Storia e personaggi
+ Colonna sonora
- Ripetitività ludica di base
- Sistema di shooting da perfezionare

8.5

Non sappiamo ancora come si evolverà il titolo, né il genere, ma ci si augura che del tanto parlare che ne nascerà possano venire spunti per il futuro ed aggiustamenti per il gioco. Per ora, Death Stranding è un titolo dove la storia si porta sulle spalle i peccati del gameplay.




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