Cuphead

Una tazza scomoda

A cura di Gamesforum - 30 Gennaio 2020 - 17:37

Autore della recensione: Mr. Green Genes

L’importanza assunta nell’ultimo decennio dal mercato indipendente è un dato incontrovertibile. Potremmo dire che queste produzioni casalinghe servano a scaldare gli ambienti sempre più freddi del grande marketplace videoludico, che oggi più che mai si riveste di specchi ove rimirarsi i poligoni e che si arreda di loot boxes e microtransazioni, neanche fossimo nell’angolo buio del più marcio bar tabacchi di periferia a giocarci l’anima col Diavolo.

Lontane dalla frenetica corsa alla monetizzazione che detta le regole del mercato mainstream, queste zone franche possono essere dei veri e propri loci amoeni per quegli sviluppatori con una spiccata tendenza all’autorialità e con una visione forte. In alcuni casi i semi piantati in questi terreni videoludici possono restituire a chi li ha curati con dedizione, dei raccolti inaspettati e di farli prosperare, ripagandoli oltre ogni aspettativa dei loro sforzi.

Si tratta del caso di Cuphead, titolo sviluppato dallo StudioMDHR dei fratelli Moldenhauer e uscito su Xbox One e PC nel 2017 e recentemente approdato su Nintendo Switch, vero e proprio campione d’incassi, vincitore di svariati premi, con una serie animata dedicata in arrivo su Netflix e, dulcis in fundo, un cameo sotto forma di costume Mii in Super Smash Bros Ultimate, che già da solo è sufficiente come certificato di qualità e stima.

Ancor prima di essere qualsiasi altra cosa, Cuphead è il più grande e appassionato tributo che sia mai stato fatto ai cartoni animati americani degli anni Trenta, dei quali riprende lo stile e le tecniche di lavorazione con una fedeltà filologica commovente. E allo stesso tempo è un intelligente e azzeccatissimo carosello di rimandi ai videogiochi degli anni ’80 e ’90, arcade e non.

Cuphead

Incanalandosi nel flusso del citazionismo postmoderno, che tanto caratterizza moltissime opere d’intrattenimento degli ultimi anni, Cuphead sceglie, almeno esteticamente, di deviare dall’obiettivo più prevedibile (la cultura pop degli anni ’80) e di stupire un po’ tutti, andando a stimolare le ghiandole della saudade per generare un, forse inatteso, appetito nostalgico per gli anni ’30, un tempo che difficilmente qualcuno di quelli che giocherà al titolo StudioMDHR avrà vissuto in prima persona (nemmeno i Moldenhauer, pensa un po’!), ma i cui frammenti avranno sicuramente riempito i pomeriggi dell’infanzia di almeno tre generazioni. Alzi infatti la proverbiale mano chi non ha mai mordicchiato una merendina di fronte a una videocassetta registrata, piena zeppa di cartoni animati di Popeye e Betty e Bimbo o delle ben note Sillie Symphonies di disneyana fattura.

La grande testa a forma di tazza del protagonista omonimo non basterebbe, infatti, a contenere la mole di citazioni ai protagonisti dei cartoni animati Disney, Warner Bros e Fleischer, le cui anime defunte abitano ora i corpi degli abitanti delle Inkwell Islands, quasi ne fossero degli eredi di sangue che ne conservano geneticamente i tratti somatici.

Ma cos’è, videoludicamente, Cuphead? Si potrebbe dire che quelle del nostro eroe e del suo compare di merende Mugman (il player 2, se si gioca in co-op) siano piccole braccia strappate al coin op. Per motivi meramente cronologici, dato che il gioco di StudioMDHR è un Run ‘n Gun che più classico non si può, che alterna livelli a scorrimento laterale a diabolici scontri all’ultimo sangue con carismatici Boss, che costituiscono il vero cuore del gioco e che faranno tutto ciò per cui sono stati programmati per farvi piangere amaramente sul latte versato.

Questi scontri da cardiopalma e da nervi ben saldi, sono il vero e proprio fulcro attorno al quale ruota la semplice ma deliziosamente cinica trama di Cuphead e l’aspetto nel quale i fratelli Moldenhauer hanno investito la fetta più grande dell’impegno creativo: ogni bad boy infatti avrà un tema estetico e un pattern di attacchi specifico, mai stucchevole, mai prevedibile e quindi mai imputabile di pigrizia o ripetitività. Le fasi a scorrimento, invece, sono quasi dei meri orpelli che hanno il solo scopo di far guadagnare delle monete al giocatore, utili per acquistare power up necessari alla pianificazione di strategie vincenti per mettere al tappeto i boss. Sebbene molte di esse siano comunque estremamente godibili, non sembrano fino in fondo figlie della stessa intenzione che ha guidato il team verso la creazione delle brillanti boss battles, risultando senza altri giri di parole la manifestazione evidente di una certa ansia da prestazione che ha colpito i Moldenhauer in corso d’opera e che li ha spinti ad assecondare i capricci di un pubblico che si diceva già insoddisfatto di quel che il titolo offriva, ancor prima che questo venisse rilasciato. Inoltre, sono pochi i casi in cui gironzolando nella mappa, avremo la possibilità di intraprendere percorsi alternativi e di accedere a zone segrete.

Sarebbe stato invece interessante poter esplorare più a fondo il mondo di gioco, magari per sbloccare qualche collezionabile o power up esclusivo e garantire maggiore rigiocabilità al titolo, che a conti fatti si limita all’ottenimento di qualche filtro video, expert mode e poco altro e al miglioramento del punteggio personale.

Molti degli inchini rivolti a questa prima fatica di StudioMDHR, vanno destinati al lavoro svolto sulla colonna sonora, che ovviamente si dota di brani Swing e Ragtime rigorosamente eseguiti da un’orchestra sul modello delle Big Band e poi “sporcati”, per calare maggiormente il giocatore in quella atmosfera da Grande Depressione. Così come osservando gli strambi personaggi che popolano le isole di Cuphead, possiamo evocare le iconiche forme di Betty Boop, Bluto e lo stesso Mickey Mouse, anche viaggiando sulle note della colonna sonora non sarà difficile incrociare le anime illustri di Louis Armstrong o Cab Calloway, ma anche quelle di compositori meno popolari ma forse ancora più nodali per il mondo dell’animazione di quegli anni, come Carl Stalling o Raymond Scott.

Cuphead

Alla luce di una produzione così appassionata e meticolosa e di un successo così inatteso e travolgente, possiamo quindi soddisfare una delle più classiche e forse un po’ noiose domande che sorgono quasi spontaneamente in casi come questi, quella che ci porta stancamente a chiederci se Cuphead sia o meno un capolavoro.

Dipende dal punto di vista che vogliamo usare per consegnare il titolo a questo figlio primogenito: se volessimo infatti ricorrere alla semantica, il termine “capolavoro” indicherebbe l’opera massima di un determinato artista. Eppure, storicamente, il termine “capolavoro” (chef d’ouvre) era utilizzato nell’ambito delle corporazioni professionali per definire l’opera che l’apprendista di bottega avrebbe dovuto consegnare per guadagnarsi l’ingresso in una determinata corporazione. Una prova d’autore quindi, un’opera massima che è allo stesso tempo soltanto l’inizio del percorso professionale che porterà l’allievo a divenire a sua volta il maestro. Seppur con ampi, amplissimi, margini di miglioramento questa prova d’autore va riconosciuta fuori da ogni dubbio al dynamic duo dello studio canadese.

Potremmo infine aprire un altro dibattito sul perché questo titolo vada dunque riconosciuto a Cuphead, che se spogliato del suo sbalorditivo comparto estetico, mostra le ossa (comunque durissime) di un videogame solidamente classico, che non aggiunge niente al linguaggio, ma che ha comunque il pregio di saperlo sfruttare in modo brillante e personale. Ma non è scritto da nessuna parte che ogni videogioco abbia il preciso compito di ampliare la grammatica del media e che debba fare a gomitate coi giganti del settore per ritagliarsi uno spazio nel cuore degli appassionati.

+ Comparto estetico e animazioni mastodontiche
+ Livello di sfida alto ma ben calibrato e mai stupidamente frustrante
+ Colonna sonora travolgente
- Livelli a scorrimento non particolarmente brillanti
- Percorsi segreti quasi del tutto assenti
- Qualche sbloccabile in più avrebbe fatto piacere, ai fini della ri-giocabilità

8.0

L’ingresso in società dei fratelli Moldenahuer si rivela un successo di pubblico e critica, a torto o a ragione lo dirà forse il tempo. Se è vero che il videogioco è, forse più di ogni altro media, un oceano nel quale possono confluire i fiumi di tutte le belle arti, allora Cuphead sa farsi forza della sua affascinante intuizione formale per navigare a vele spiegate nei mari inesplorati di un linguaggio che con tutta evidenza, ha ancora tantissimo da dire.




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