Code Vein

Il codice dei redivivi

A cura di Gamesforum - 17 Gennaio 2020 - 8:01

Autore della recensione: SummerStorm

Questa generazione di console è oramai al capolinea, il 2020 sarà l’anno di debutto dei nuovi device Sony e Microsoft, e guardando indietro non si può far altro che pensare che questa generazione, che piaccia o no, sia stata segnata da From Software in maniera indelebile, ancora di più di quanto fatto con la generazione precedente. L’oramai conclamato sottogenere souls ha invaso le nostre case, e all’appello mancava solamente Hiroshi Yoshimura, direttore creativo di Bandai Namco e più specificatamente di God Eater, hunting game nato sulla piccola portatile Sony.

Code Vein, sintetizzato in pochissime parole, è la fusione di un souls con la serie God Eater, né più né meno.

Bandai non si nasconde e pesca a piene mani dalla sua creazione che in Giappone ha un seguito eccezionale, i punti in comune sono molti, a partire dall’ambientazione: design, colori, il setting distopico. Tutto grida God Eater, ma l’anima souls del titolo fa sì che Code Vein riesca comunque a brillare di luce propria e non riflessa.

Un’altra feature oramai marchio di fabbrica della casa è la possibilità di creare il proprio personaggio da zero. Mai come prima d’ora si è avuta la possibilità, come Code Vein riesce a proporre, di creare un personaggio in stile anime con così tanta cura. Le opzioni disponibili sono centinaia, dalle più banali e classiche (capigliatura, corporatura, cicatrici, ecc) ad alcune che mi hanno realmente preso alla sprovvista (forma dell’iride, extensions, aureole e molte altre). Bandai ha realmente settato un nuovo standard di customizzazione, gliene va dato atto, ma questo comporta impersonare un personaggio muto, asettico, incapace di essere parte integrante degli avvenimenti narrativi. E’ l’altro lato della medaglia per poter sguazzare ore ed ore ad abbellire il nostro alter ego.

Ad eroe pronto, veniamo catapultati, o meglio, resuscitati in un mondo di disperazione e rovine. La nostra stirpe è conosciuta come Redivivi, umani infetti da un parassita che fin tanto che alberga nel proprio cuore rende le persone immortali, ma con la graduale perdita di memoria, e sangue, fonte di sostentamento necessaria per non trasformarsi in Corrotti, esseri senza alcun tratto umano, mossi solo dall’istinto di sopravvivenza.

Un punto di stacco che Code Vein possiede rispetto ai souls di From Software è proprio la chiarezza con cui veniamo introdotti al mondo di gioco ed il susseguirsi di eventi. La storia è chiara, comprensibile, ma soprattutto godibile, con i giusti colpi di scena seppur abbastanza pronosticabili, e spazia liberamente in una lore vampiresca non priva di cliché, costringendo comunque il giocatore a metterne insieme i pezzi narrativi attraverso la ricerca di collezionabili (i Vestigi) in grado di sbloccare i ricordi persi dai vari protagonisti nel mondo di gioco e anche di indirizzarvi verso uno dei vari finali disponibili.

Protagonisti che spesso saranno compagni di viaggio, perché in Code Vein non sarete soli, in balia di un mondo di gioco spietato che sostanzialmente vi vuole morti ad ogni costo. Avrete la possibilità di affrontare le varie avversità in compagnia di uno dei vari alleati che incontrerete lungo il dipanarsi dell’avventura, una scelta azzeccata che rende più piacevole e meno frustrante l’esplorazione, a volte pure troppo poiché a difficoltà Normale si ha la sensazione che il proprio alleato possa fare piazza pulita dei mob di bassa/media difficoltà in totale scioltezza. Non mancheranno però i momenti di frustrazione, vuoi per un boss coriaceo e particolarmente complicato da affrontare, vuoi per un mal posizionamento dei nemici di stazza maggiore in alcune zone di mappa eccessivamente anguste che complicheranno non poco le vostre schivate. Purtroppo il level design non aiuta, è vero che le ambientazioni a corridoio aiutano a sviluppare una sensazione claustrofobica di un mondo in rovina, ma i problemi descritti in precedenza non possono passare in secondo piano, e rovinano in parte un ottimo battle system, un po’ meno schiavo della barra della stamina di come non lo sia un souls.

Code Vein

Il nostro protagonista, essendo il classico eroe dai poteri speciali, non è semplicemente un abile schivatore, ma anche un abile “assorbitore”: la sua peculiarità è la possibilità di assimilare il codice sanguigno dei vari npc che incontreremo lungo la nostra strada, sbloccando la sua relativa classe. Un buon espediente narrativamente coerente per giustificare le miriadi classi disponibili, che a loro volta danno accesso ai Doni, varie skill sbloccabili tramite il consumo di Foschia, classica materia di scambio ottenibile dall’uccisione di nemici. Le skill potranno essere utilizzate all’inizio esclusivamente se si ha equipaggiata la relativa classe, ma utilizzandole durante le nostre scorribande le domineremo, condizione necessaria per poterle utilizzare anche con una classe differente equipaggiata.

Parlando dell’arsenale a nostra disposizione è difficile rimanere impressionati, abbiamo le classiche armi pesanti come martelli e spadoni, lance ed alabarde, le baionette dalla lunga gittata e le armi ad una mano in grado di garantire velocità di spostamento, mentre i Veli, che non sono altro che le armature equipaggiabili, andranno ad inficiare tutti i nostri parametri, oltre che la nostra quantità massima di Icore (che altro non è che l’equivalente del mana degli rpg) che possiamo assimilare dai vari mostri tramite varie combo, necessario per poter utilizzare i Doni.

Tramite il loot presente nel mondo di gioco è possibile upgradare armi e Veli direttamente dal nostro hub, un’elegante base immersa nelle rovine dove sono presenti i vari shop, i compagni di viaggio, ed alcune chicche di puro fan-service come le terme dove è possibile godere del… ehm… design dei personaggi.

Le varie build creabili tramite la giusta combinazione di armi e codici sanguigni sapranno dare la giusta soddisfazione, ma è innegabile come si è invitati a creare un eroe veloce e flessibile, e risulterà difficile essere realmente efficienti con le armi a distanza. Manca quindi un po’ di rifinitura nel bilanciamento del battle system, nulla in grado di rovinare l’esperienza irrimediabilmente.

L’esplorazione dei dungeon è la classica del genere, il backtracking viene in parte alleggerito dalle scorciatoie difficilmente mancabili, ma è invero che si ha la sensazione che il layout sia eccessivamente riciclato, complice anche la scarsa varietà delle ambientazioni. Da God Eater purtroppo ha ereditato pure questo.

Tecnicamente parlando siamo di fronte ad un prodotto visivamente con diversi punti di forza, imputabili principalmente alle scelte di design e alla paletta cromatica, ma sono piuttosto evidenti anche alcune lacune come compenetrazioni, rallentamenti (principalmente durante il caricamento iniziale delle ambientazioni). La classica produzione giapponese pregna di stile ma povera di tecnica. Povertà che purtroppo si riflette anche sulla colonna sonora, decisamente dimenticabile e senza mordente.

+ Narrativa e lore chiari e ben confezionati
+ Editor in stile anime curato e variopinto
+ Codici sanguigni ben implementati nelle meccaniche del BS
- Tecnicamente povero e poco rifinito
- Colonna sonora quasi inesistente
- Level design scolastico

7.5

In definitiva, Code Vein è un mashup di universi e generi che non tenta ti reinventare il genere souls, ma riesce comunque a diversificarsi dall’opera magna di Miyazaki grazie ad una progressione più dolce, in grado di far apprezzare in maniera più decisa l’universo e la lore di gioco, complice un Battle System non troppo severo e la possibilità di essere accompagnati da un npc guidato dall’IA (o da un amico tramite il poco necessario multiplayer online). Nelle 40 ore necessarie per completare l’epopea del nostro eroe difficilmente vi annoierete, ma sicuramente non troverete quel fascino misterioso o quel grado di sfida estremo che i souls originali sono in grado di dare, ma Code Vein vale la pena di essere esplorato, pur con tutte le sue imprecisioni, in tutto il suo distopico splendore.




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