Recensione di Obscure The Aftermath

Copertina Videogioco Obscure PSP
  • Piattaforme:

     PSP
  • Genere:

     Survival horror
  • Sviluppatore:

     Hydravision
  • Data uscita:

     Settembre 2009
7.0
Voto lettori:
8.0
- Ottima modalità cooperativa
- Buona realizzazione tecnica
- Colonna sonora d’atmosfera
- Nessuna novità proposta
- Breve
- Trama e dialoghi immaturi
A cura di Gianluca Arena (DottorKillex) del
I survival horror e le console portatili (in particolare PSP, grazie alla maggior potenza di calcolo) hanno spesso costituito nel recente passato un binomio vincente, soprattutto grazie alla possibilità, pur di fronte ad un comparto tecnico meno performante, di giocare a titoli inquietanti in contesti “a tema”, che amplificassero le sensazioni di paura e angoscia che l’azione su schermo provava a suscitare nel giocatore.
Pensate a un Silent Hill Origins giocato sotto le coperte al buio, o un Dementium provato su una panchina poco illuminata nel parco sotto casa, e capirete che intendiamo.
Continuerà quest’accoppiata vincente anche nel caso di questo Obscure: The Aftermath?

The drugs don’t work
Come cantava Richard Ashcroft, frontman dei Verve circa dieci anni fa, le droghe non funzionano, e questo sembra essere il motivo di The Aftermath, seguito del primo Obscure e conversione diretta dell’omonimo gioco visto su Playstation 2 poco più di un anno fa.
La trama ruota infatti intorno ad un fiore, nero e poco invitante alla vista, che induce pesanti stati allucinatori se inalato o ingerito: incuranti di questo, una serie di studenti di college americano, credibili comparse in uno dei mille teen movie in fotocopia usciti negli ultimi anni, poco prima di un party organizzato nel loro studentato, si abbandonano totalmente all’ebbrezza di questo misterioso fiore, con effetti devastanti.
Senza svelare troppo della trama (che, onestamente, rischia già di per sé di annoiare) vi basti sapere che, oltre a ridurre i protagonisti a dei rifiuti umani, il fiore ha il potere di alterare la realtà, e orde di mostri vagheranno presto all’interno del dormitorio.
Il maggiore elemento di novità del gioco originale su PS2 era rappresentato dalla necessità di alternare, a seconda delle esigenze, i sei protagonisti del gioco, ognuno dotato di una particolare abilità di volta in volta indispensabile per il prosieguo dell’avventura.
Dalla ragazza orientale esperta informatica, al belloccio americano tutto muscoli, anche qui una serie di fastidiosi clichè accompagnano una scelta che dona varietà e un minimo di profondità al gameplay, venato da sfumature ruolistiche derivate dalla corretta scelta dei membri del party con cui avventurarsi in un’ala dell’edificio piuttosto che in un’altra.
Una delle frecce all’arco del titolo Playlogic è proprio il fatto che, a differenza della versione da salotto, su Playstation Portable è stata implementata una modalità ad-hoc per due giocatori che consente, connettendo in locale due console (ognuna munita di copia del gioco), di godersi l’avventura con un compagno umano, che ovviamente si rivelerà un compagno di viaggio di gran lunga più sveglio e collaborativo di uno gestito dalla CPU.
Ottima mossa, soprattutto considerato che questa modalità non risente di rallentamenti di sorta (magari solo di qualche secondo di caricamento in più…) e che un secondo giocatore potrà unirsi in qualsiasi momento, anche a metà dell’avventura iniziata in single player.

Fiori si ma non senza spine
Il gioco propone un sistema di controllo e di caricamenti in prossimità di scale, porte e passaggi sotterranei del tutto simile a quanto vista nell’arcinota saga di Capcom, quel Resident Evil che ha riscritto il genere su PSOne.
A inframezzare i combattimenti con i mostri e le fasi di esplorazione, una serie di enigmi perlopiù circostanziali ripresi di peso dal classico Capcom che prevedono, nella maggior parte dei casi, lo spostamento di casse o il ritrovamento di chiavi e tessere magnetiche necessarie per aprire porte e proseguire nell’avventura.
Niente che non funzioni, insomma, ma se si pensa che Resident Evil è un gioco del 1996, qualche domanda è lecito porsela…
In un compendio di riferimenti più o meno velati a classici che hanno fatto la storia recente del genere, il bestiario di The Aftermath è evidentemente debitore a quello di Silent Hill, con dei mostri di memoria vagamente Lovecraftiana, atti a infondere più ribrezzo e repulsione che paura, riuscendo peraltro bene nel loro intento.
Anche la gestione delle armi è presa di peso da quella del pluripremiato titolo Konami e privilegia nettamente lo scontro corpo a corpo, offrendo una vasta gamma di armi come mazze da baseball, da hockey, e spranghe assortite, rispetto ad una rassicurante sparatoria a distanza.
Nonostante il buon design, raramente i mostri rappresenteranno una minaccia effettiva per il giocatore dato che, probabilmente per una precisa scelta di target (confermata anche dai dialoghi e dai personaggi), il livello di difficoltà è tarato verso il basso, e consente anche ai meno avvezzi al genere, di vedere il filmato finale.
L’esplorazione, favorita dalla buona varietà di location, e le fasi di combattimento restituiscono discrete soddisfazioni al giocatore, e, pur sapendo tutto di già visto, le (poche) ore di gioco necessarie per venire a capo dell’incubo vissuto dai protagonisti scorrono via in maniera piacevole.
Altro discorso se paragoniamo il titolo ai succitati mostri sacri del genere, confronto dal quale The Aftermath uscirebbe con le ossa rotte, a causa soprattutto di una telecamera non sempre impeccabile, della malaugurata (ma costante) possibilità di colpire il proprio partner durante gli scontri con i mostri (soprattutto con le armi bianche), e della continua frammentazione del ritmo di gioco, a causa di caricamenti abbastanza invasivi.

Tecnicamente parlando
Sul versante tecnico, il gioco si assesta su una sufficienza decisamente ampia, senza far gridare al miracolo: di fronte a modelli poligonali molto ben disegnati, le animazioni sembrano a volte troppo “legate”, togliendo naturalezza ai movimenti dei personaggi su schermo.
Le texture sono varie e coprono bene le magagne dell’hardware PSP, comunque mai messo veramente alla frusta dal motore grafico del gioco.
L’impatto con l’occhio è quindi più che positivo, e dispiace che non si possa dire altrettanto delle cutscene in computer grafica, realizzate in maniera discutibile, e più adatte a un gioco di prima generazione portatile che non a un prodotto uscito a fine 2009.
Probabilmente vista la disinvoltura della grafica in-game sarebbe stato preferibile utilizzare il motore tridimensionale principale, il che, crediamo, avrebbe peraltro liberato spazio su UMD, consentendo, giusto per citare un altro aspetto poco riuscito, una migliore compressione del parlato durante i dialoghi.
Se le tracce audio contribuiscono a creare l’atmosfera giusta, immergendo il giocatore in una vicenda dai contorni di un vero incubo adolescenziale, lo script dei dialoghi e il doppiaggio degli stessi non soddisfano, amplificando la sgradevole sensazione di trovarsi tra le mani un prodotto che mira alla stessa audience dei suddetti, offensivi, teen movie, e che finisce con il fermarsi a bordo piscina, senza avere il coraggio di tuffarsi e osare, bloccato dal timore reverenziale nei confronti di titoli da cui prende spunto e che, di certo, rimarranno negli annali della storia videoludica molto più a lungo di lui.
La longevità è sotto la media, già non stratosferica, del genere di appartenenza, e consente di arrivare in fondo in poco più di sette – otto ore, che, considerando che il titolo costa di più della controparte PS2 e della media dei titoli PSP, non aiuta il rapporto qualità – prezzo della produzione Playlogic.
Nonostante questo, Obscure: The Aftermath è un discreto survival horror, un piacevole diversivo, in attesa di tornare a spaventarci per davvero (si spera) con la versione portatile di Resident Evil, prevista per il 2010.
Recensione Videogioco OBSCURE THE AFTERMATH scritta da DOTTORKILLEX Valutare Obscure: The Aftermath è un compito delicato, in quanto sospeso tra la buona realizzazione generale e l’evidente paura di proporre qualcosa di nuovo, tra un’ottima modalità cooperativa ad–hoc e una durata dell’avventura decisamente insufficiente, tra una trama banale e infarcita di dialoghi di poco spessore ed un monster design non propriamente innovativo, ma di sicuro effetto.
Preso per quello che è, ovvero un omaggio a due grandi saghe di survival horror (una delle quali non ancora nemmeno disponibile su PSP), il gioco merita di essere quantomeno provato, e potrebbe regalare qualche emozione, soprattutto in multiplayer; se invece vi aspettavate un nuovo, piccolo classico portatile, allora probabilmente restereste con l’amaro in bocca.
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