Recensione di Shin Megami Tensei Persona

Copertina Videogioco Persona
  • Piattaforme:

     PSP
  • Genere:

     Gioco di ruolo
  • Data uscita:

     29 Aprile Jap, Autunno Usa
8.1
Voto lettori:
8.0
- Sistema di combattimento vario
- Livello di personalizzazione del party senza paragoni
- Trama profonda e matura
- Unica versione fedele all’originale
- Povero graficamente
- Decisamente non per tutti
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A cura di Gianluca Arena (DottorKillex) del
Le console portatili, dal DS alla PSP, si sono sempre prestate benissimo a riedizioni di vecchi classici, a remake intenti a riportare in auge un marchio, una storia, o semplicemente a permettere anche ai giocatori meno esperti e alle nuove generazioni di entrare in contatto con titoli che, in un modo o nell’altro, hanno fatto la recente storia videoludica.
Sebbene il livello qualitativo di queste produzioni non sempre si attesti su livelli di eccellenza, all’annuncio di una edizione esclusiva per PlaystationPortable di Persona, primo e acclamatissimo capitolo della saga Shin Megami Tensei di Atlus, non abbiamo potuto che fare un balzo sulla sedia dalla gioia.
E, fortunatamente, le nostre (altissime) aspettative non sono state disattese, facendo di Persona uno dei migliori jrpg dell’anno sull’handheld Sony.

Dal passato con furore
D’altronde, la decisione di pubblicare una riedizione portatile di un classico senza tempo era scontata, se diamo un occhio ai numeri: il gioco originale fu giocato da pochissimi al di fuori del territorio giapponese, non solo per la scarsa pubblicità ma anche perché la versione occidentale era afflitta da una serie di problemi non da poco, in primis una traduzione dei dialoghi alquanto approssimativa che, in un gioco che fa della trama una delle sue caratteristiche principali, era una menomazione non da poco.
Oggi, invece, contando sull’enorme base di PSP installata nel mondo, Atlus (che insidia il trono di regina dei jrpg di Square Enix) ha avuto tempo e modo di riscrivere da zero i dialoghi di gioco, mantenendo il forte sapore giapponese che caratterizzava la prima edizione del gioco e che fu inspiegabilmente tagliato nella versione statunitense, aggiungere delle cutscene d’intermezzo di grandissima qualità e permettere anche a chi non capisce gli ideogrammi di cimentarsi con uno dei dungeon più difficili mai creati, la famigerata Snow Queen Quest.
Insomma, tanta carne al fuoco per un “semplice” titolo portatile.
La trama è esattamente la stessa (a ulteriore testimonianza della sua bellezza) dell’episodio che approdò nel 1996 su Psone, nell’immediato pre – Final Fantasy VII, quando i combattimenti erano rigorosamente casuali, estremamente frequenti e puramente a turni, senza alcuna traccia di active time battle. In più, in linea con molte altre produzioni Atlus, la visuale adottata per i dungeon era in prima persona, per poi passare ad un campo di battaglia bidimensionale con visuale isometrica durante gli scontri.
Questa stessa formula, con varianti minime, è stata proposta oggi, tredici anni dopo, all’utenza PSP: per chi non digerisse queste impostazioni old school, la recensione potrebbe essere finita qui.
Chi invece mangia pane e giochi di ruolo, e aspetta da oltre dieci anni di giocare ad un titolo di primissimo piano, che si lascia scoprire e giocare solo a chi gli dedica tempo e pazienza, sarà felicissimo di sapere che i personaggi, i luoghi, le meccaniche di gioco della versione giapponese di Persona sono tutte qui.
Sotto quindi con una cittadina del Giappone dei giorni d’oggi, dialoghi maturi e una trama profonda e dalle mille sfaccettature, non tutte comprensibili a pieno vista la barriera linguistica (come sempre, l’Italia si conferma il terzo mondo videoludico…), e soprattutto con un ritmo di battaglia a tratti estenuante e un sistema di fusione delle Persona che ha fatto poi la fortuna della serie fino ad oggi.

Immune al tempo
A parte lo splendido filmato introduttivo, il gioco è rimasto grossomodo lo stesso di tredici anni fa, e questo, come dicevamo prima, è privilegio concesso solo ai capolavori, che sembrano non accusare il passare del tempo.
Scelto il nome del nostro alter ego, che, contrariamente agli episodi successivi della saga sarà un silent hero, ci tufferemo in un mondo di adolescenti che, per uno scherzo del destino, si troveranno a dover salvare una intera cittadina da un’inspiegabile ondata di demoni, dietro la quale pare ci sia lo spietato boss di un’azienda della zona, la SEBEC.
Il nostro gruppo di improvvisati eroi riuscirà a fronteggiare i mostri che affollano le strade ricorrendo alle Persona, ovvero proiezioni materiali delle loro personalità, capaci di scatenare sui nemici una forza d’urto non indifferente.
Il gioco ripropone meccaniche dimenticate (alcuni direbbero sorpassate, ma la qualità paga sempre) che però, alla prova dei fatti, si dimostrano non meno efficaci di quelle odierne, tanto quanto lo furono, senza eccezioni, quelle riproposte da Square Enix su varie piattaforme con i primi episodi della saga di Final Fantasy.
La visuale è isometrica e bidimensionale per le parti dove avremo il diretto controllo del nostro personaggio e per i combattimenti, in accordo con i limiti dell’hardware della PSX su cui il gioco fu sviluppato.
Questo non impedisce agli scontri di essere il vero fulcro del gioco, non solo per la loro (eccessiva) frequenza, ma per la profondità assicurata, e per il notevole senso tattico richiesto.
Il nostro party, infatti, andrà disposto accuratamente, perché ognuno dei membri ha un range di attacco diverso, in genere molto limitato soprattutto per i personaggi più potenti, e una cattiva disposizione delle forze in campo potrebbe significare sconfitta anche in un semplice incontro casuale: a questo elemento più prettamente da rpg strategico, si somma la possibilità di armare i nostri anche con un’arma da fuoco, che, a fronte di un danno inflitto decisamente inferiore, assicura una maggiore copertura del campo di battaglia.
Oltre alla classica ritirata (che riesce molto raramente, ve lo anticipiamo) e al comando di difesa, che dimezza i danni subiti, abbiamo due ulteriori scelte, innovative e geniali: potremo richiamare una delle nostre Persona, così da servirci di una delle sue abilità (spesso risolutive) o tentare la strada del dialogo, cosa che, nel 1996, non aveva assolutamente precedenti su console.
Ognuno dei mostri che affronteremo nel gioco è dotato, infatti, di una diversa personalità, che spazia dal timido all’arrogante, e che è riportata sotto il nome della creatura.
Selezionando l’opzione apposita, potremo provare a parlare con i nemici, usandogli cortesia o prendendoli in giro, minacciandoli o anche provando a corromperli con oggetti dal nostro inventario: a seconda della nostra bravura nel condurre i negoziati, le reazioni del nemico varieranno dalla rabbia, situazione nella quale ci saranno inflitti più danni, all’allegria, in cui il nemico si lascerà mazzolare senza opporre resistenza, fino a giungere all’opzione più desiderata, quella in cui, vinto sul piano dialettico, il mostro ci consegnerà la sua spell card, che potremo utilizzare, nelle apposite Velvet Room, per creare nuove Persona, fondere tra loro quelle che già possediamo e personalizzare così, in una misura che tende all’infinito, il nostro party.
Inutile dire che, concludere una battaglia senza spargimento di sangue, ma solo grazie alla nostra abilità dialettica, regala soddisfazioni anche superiori rispetto all’imporsi con la forza bruta.
Il cuore del gioco è tutto qui, visto che passerete la maggior parte del tempo di gioco combattendo, e visitando dungeon mai troppo complessi con una visuale in prima persona, che mette a nudo l’unico versante su cui il gioco è perfettibile, quello grafico.

Old fashioned
Come tutto il resto (a parte la traduzione e l’introduzione della Snow Queen Quest), il comparto grafico è rimasto quasi inalterato, e questo, pur non nuocendo assolutamente all’esperienza di gioco, potrebbe infastidire: la cura certosina riposta in tutti gli elementi chiave del gioco avrebbe, per coerenza, richiesto un pur minimo upgrade grafico, viste le potenzialità dell’hardware PSP, che, invece, non c’è stato: gli sprite risentono del peso degli anni, mostrando animazioni legnose e poco verosimili, e limitando al minimo la loro mobilità anche nel corso delle battaglie, dov’è la staticità a farla da padrone.
Scorrono invece fluide le mappe dei dungeon, che, vista anche la pochezza poligonale, offrono sempre un framerate adeguato, anche alla pressione del tasto cerchio, che (graditissima aggiunta) permette di correre.
Paradossalmente, i bellissimi filmati di cui il gioco è infarcito finiscono con l’evidenziare ancor più l’inefficienza del motore grafico del titolo, diventando quasi controproducenti (pur nella loro eccellente realizzazione).
Le altre modifiche al Persona originale hanno portata diversa: se, infatti, le tracce pop che accompagnano tanto gli scontri quanto le fasi di esplorazione non aggiungono molto, e, insieme al generale abbassamento del livello di difficoltà, vanno lette come un tentativo (riuscito solo in parte) di rendere il gioco appetibile anche alle nuove generazioni, non si può non apprezzare la caratterizzazione molto giapponese dei personaggi e l’introduzione della succitata Snow Queen Quest, una vera chicca per appassionati, tanto difficile da trovare quanto da portare a termine, vista l’assenza di punti di salvataggio intermedi, differentemente da quelli generosamente disposti lungo tutti gli altri dungeon del gioco.
Il solo cercarla, e il tempo necessario ad affrontarla, portano alle stelle la longevità, già più che buona di questo titolo, che, in definitiva, risulta un acquisto obbligato per gli appassionati di jrpg vecchia scuola e un ottimo inizio per chi di certi giochi ha sempre solo sentito parlare.
Recensione Videogioco SHIN MEGAMI TENSEI PERSONA scritta da DOTTORKILLEX Atlus regala ai possessori di PlaystationPortable un gioco indimenticabile, che risente solo graficamente del peso degli anni e che offre ore e ore di divertimento agli appassionati di giochi di ruolo giapponesi, che sapranno scendere a patti con la miriade di combattimenti casuali e godersi una trama di prim’ordine e un sistema di creazione e fusione dei Persona che ha poi fatto scuola.
Rimane l’amaro in bocca per il fatto che probabilmente non vedremo mai questo titolo in lingua italiana, ma d’altronde i veri appassionati del genere sono abituati ad essere bistrattati dalle grandi case di produzione, e masticheranno quindi un inglese sufficientemente complesso per apprezzare questo gioiellino.
Messaggio per i casual gamer e chi pensa che la PSP sia buona solo per qualche giro di pista tra una fermata e l’altra del bus: statene alla larga, perché Shin Megami Tensei Persona è un inno a come i jrpg erano quindici – venti anni fa, solo in salsa portatile.
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