Recensione di Dynasty Warriors: Strikeforce

Copertina Videogioco DWS
  • Piattaforme:

     PSP
  • Genere:

     Azione
  • Sviluppatore:

     Omega Force
  • Distributore:

     Halifax
  • Lingua:

     inglese
  • Giocatori:

     1, 1-4 online
  • Data uscita:

     Disponibile Psp, 360 e PS3
7.0
Voto lettori:
7.9
- Una fresca ventata di ricambio per la serie
- Appagante sistema di combattimento
- Multiplayer divertente e ben strutturato

- Difficoltà in singolo pessimamente calibrata
- Telecamere infelici
- Sempre lo stesso minestrone di storia e personaggi riscaldati

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A cura di Alessandro Mari (Alex Overkilll) del
Quella di Dynasty Warriors è sempre stata, malgrado le puntuali vendite soddisfacenti (specie in Giappone), una serie restia al cambiamento, puntata sull’offerta dei medesimi contenuti, amalgamati nel tempo con variazioni quasi irrilevanti. StrikeForce sembrerebbe segnare un cambiamento sottocutaneo nel brand, tentando di accattivarsi le simpatie e l’attenzione dei giocatori meno avvezzi alla serie aprendosi a nuovi percorsi ludici ben utili a un salutare ricambio d’aria. Tanto coraggio da parte di Koei potrà essere giustamente ripagato? Scopriamolo subito.

Una storia sempre più esagerata
Le premesse per finire dentro alla mischia bellica e menare fendenti con la propria arma prediletta sono rimaste invariate. Il giocatore si trova catapultato un’ennesima volta nell’epoca cinese dei Tre Regni, scegliendo per quale fazione delle tre a sua disposizione combattere, selezionando uno dei trenta personaggi inseriti (fondamentalmente poi sempre gli stessi) coinvolti nella lotta civile. Cose queste che non rappresentano certo una novità, ma che si rivelano capaci di di mutare in maniera sensibile con la prima grossa nuova aggiunta apportata al brand: le trasformazioni. Ognuno dei valorosi combattenti presenti potrà chiamare a sé misteriosi poteri non meglio identificati per mutarsi in una versione esageratamente potente (un po’ come Dragon Ball): ecco allora capelli che si tingono dei colori più assurdi, auree variopinte che escono da ogni poro dermico, armature che assumono inedite sembianze e poteri arcani che sgorgano copiosamente. Inutile precisare quanto tutto questo vada a scapito (oltre la normale soglia di accettabilità per il franchise) di una qualche veridicità e attinenza storica, donando al prodotto un sapore più supereroistico e inconfondibilmente giapponese (nella sua accezione più stereotipata).
Ma la nuova feature, per quanto possa potenzialmente stridere con il resto dell’insieme, lascia invero apprezzare il prodotto sotto un diverso punto di vista. Tali ultra poteri, manco a dirlo, vanno caricati in un’apposita barra attraverso l’uccisione di nemici o l’incassamento di colpi avversari. Questo indicatore poi, una volta attivato, incrementando enormemente i danni del proprio personaggio e servendo all’utente l’uso del Musou (ultra mosse dell’inaudito valore offensivo, attivabili opzionalmente solo a trasformazione compiuta), saprà svuotarsi assai rapidamente, regalando solo pochi attimi di saporito delirio d’onnipotenza.

...per un gioco sempre più diverso
Al di là dell’aggiunta “trasformista” rimane comunque impossibile osservare un paesaggio di gioco uguale al passato. Strikeforce dimostra subito la sua natura ibrida, risultato di uno scontro significativo con l’universo ruolistico e un certo Monster Hunter di Capcom, prendendo in prestito da entrambi le fonti ispiratrici abbondanti elementi distintivi.
Grande è il valore ora attribuito alle statistiche dei personaggi, incrementabili con l’acquisizione di punti esperienza e il conseguente livellamento (50 il tetto massimo raggiungibile). Numerazioni da tenere bene a mente anche per ciò che concerne una moltitudine di altri aspetti del gioco: armi, accessori, abilità e punti vendita specializzati. Strikeforce mette infatti a disposizione un piccolo villaggio, poi campo base da cui si diramano le diverse missioni affrontabili, in cui fare incetta d’ogni strumento utile alla sopravvivenza in battaglia. Il personaggio potrà così acquistare nuovi strumenti d’attacco, skills peculiari (in forma di orbs da collocare sulle armi) e ammennicoli da portare con sé per godere di specifici bonus a proprio vantaggio (posizionabili e visualizzabili su entrambe le braccia e gambe, stando allerti a gestirsi strategicamente lo spazio presente). Le stesse bancarelle che mettono in vendita tali preziosi aiuti possono poi essere fatte salire di rango attraverso i punti accumulati nelle missioni, e a moltiplicatori particolari acquisibili parlando agli occasionali visitatori del villaggio stesso. Il conseguente ampliamento della merce in possesso e la messa a disposizione di oggetti sempre più potenti e desiderabili, si mostrano poi appropriabili non solo con il semplice denaro, ma con un livello d’esperienza (del PG) minimo e di materie prime reperibili sui campi di guerra, spronando gli utenti a improvvisarsi abili ricercatori di “tesori” e ripercorrere strade già battute nel caso di eventuali mancanze d’ingredienti.
Il celebre titolo Capcom summenzionato entra invece in scena con il reparto multiplayer del prodotto, focalizzato sulla piena collaborazione dei giocatori (fino a quattro) per fronteggiare collettivamente le minacce belliche. Un sistema che funziona molto bene, donando alle imprese cooperative un sapore accentuatamente strategico, spingendo insomma gli utenti a dedicarsi a compiti differenti nel combattimento e concentrarsi così su mansioni diverse per annientare più efficacemente il pericolo.
Ma proprio per questi prestiti dal gioco concorrente, Strikeforce perde punti sul fattore della calibrazione della difficoltà, aspetto che segna una delle peggiori falle del prodotto. Il lavoro sembra infatti stato essere quasi concepito solo per la propria fruizione multigiocatore, offrendo sfide eccessivamente difficili da respingere individualmente e frustrando gratuitamente il povero avventuriero solitario, troppo spesso sopraffatto da moltitudini di nemici terrestri e volanti, boss visibilmente iper-potenziati e congegni bellici avversi spietati e implacabili. Cose queste in grado di fare la sola felicità dei masochisti, degli adoratori delle sfide più improbe, o semplicemente dei giocatori più pazienti, disposti a visitare infinite volte livelli già percorsi per expare (comunque destinati ad offrire sempre meno esperienza di visita in visita).

Tecnica della battaglia
Graficamente Strikeforce riesce a fare un’egregia figura, sfruttando in maniera sufficientemente gradita la muscolatura grafica della console Sony, pur senza lasciarsi andare a virtuosismi particolari o a livelli di dettaglio troppo elevati. Le ambientazioni, del resto, sono anche più contenute rispetto agli usuali standard della serie e questo certo va a beneficio di una maggiore focalizzazione qualitativa piuttosto che meramente quantitativa. La gradevole possibilità poi di poter installare parzialmente il gioco in memoria dona allo stesso più ampio respiro nei caricamenti (altrimenti non propriamente brevi) tra missioni o anche solo aree geografiche di una stessa mappa.
Visibile è la virata della serie verso un approccio molto più action, segnato da un sistema di combattimento assai dinamico e appagante. Il personaggio utilizzabile può saltare, librarsi in aria, compiere veloci scatti in ogni direzione, ed elevare al cubo queste azioni attraverso i potenziamenti del caso. Efficace risulta al contempo l’inserimento di un veloce comando di switching per passare dall’arma principale a quella secondaria equipaggiata (solitamente, e preferibilmente, un arco). Osservare con delusione però come le telecamere, per quanto orientabili con la croce direzionale, non riescano stare al passo di simili prodezze acrobatiche, spesso incastrandosi in angoli morti, o non riuscendo a seguire le gesta del condottiero durante le dispute più caotiche, è fonte di grande amarezza.
Recensione Videogioco DYNASTY WARRIORS: STRIKEFORCE scritta da ALEX OVERKILLL Dynasty Warriors: Strikeforce è un apprezzabile tentativo del franchise di cambiare, in parte, i propri connotati, e offrire un’esperienza diversa, più flessibile e puntata su influenze eterogenee. Gli elementi di stampo ruolistico inseriti donano una profondità nuova, mentre quelli più action una maggiore flessibilità negli scontri, contribuendo non poco ad aumentare il livello di longevità complessiva del prodotto, complici i molteplici personaggi presenti e un’esperienza multiplayer avvincente. Peccato solo che la lacunosa calibrazione della difficoltà, orientata tendenzialmente verso l’approccio cooperativo, finisca per inficiare a tratti il single player.
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