Recensione di Patapon

Copertina Videogioco Patapon
  • Piattaforme:

     PSP
  • Genere:

     Rhythm Game
  • Data uscita:

     disponibile
- Atmosfera semplice ma evocativa
- Scenari inaspettati
- Ottimo comparto audio
- Per intenditori
- Talvolta frustrante
- Rigiocabilità limitata
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A cura di (Spetz) del
I videogiochi possono ormai essere considerati a tutti gli effetti un modo per esprimere una forma d’arte. Al di là degli ottusi ma purtroppo numerosi detrattori che si ostinano a sostenere il contrario, è innegabile come gli sviluppatori siano sempre alla ricerca di qualche nuovo input che riesca a rendere meno “consuetudinaria” la lista dei giochi in uscita su qualsiasi piattaforma. Basti pensare che, anche nel cinema, così come ci sono pellicole intriganti, avvincenti, ottimamente realizzate, ma piuttosto duttili sul piano dell’impatto con il pubblico, contemporaneamente ne esistono altre talvolta meno eclatanti ma che riescono ad infondere qualcosa di diverso rispetto alle tematiche abituali, ed è proprio in quel momento che il pubblico si scinde, che le emozioni possono insinuarsi nell’animo dell’osservatore, oppure non trovare nessuno spiraglio, senza possibilità di far pervenire un messaggio, un contenuto.
Patapon è in parte aderente a questa categoria di sensazioni, mettendo il giocatore di fronte a qualcosa di nuovo e inaspettato che, pur nella sua semplicità, può portare a coinvolgere e ad attirare l’attenzione di chi gli si approccia, trovando consenso e ammirazione, o, al contrario, fallire inesorabilmente senza essere recepito per la sua particolare forza.

Come un graffito primordiale
Quello che colpisce immediatamente di Patapon è la veste grafica, decisamente semplice e priva di punti di riferimento chiari e definiti. Assumerete il controllo dell’antica Tribù dei Patapon, che dovrà farsi guidare a Fineterra, attraverso una serie di territori impervi e desolati, per osservare quella che genericamente viene definita “cosa”. Per avere questa possibilità, i Patapon confidano nella guida dell’Onnipotente che già in passato aveva compiuto grandi gesta in favore della tribù. Il giocatore assumerà proprio le vesti dell’onnipotente, dando un proprio nome di riferimento che i piccoli guerrieri identificheranno con il loro possibile protettore.
Se, a prima vista, l’atmosfera può sembrare semplicemente demenziale, ad un’analisi più approfondita è facile trovare dei parallelismi con alcune tematiche legate a doppio filo all’uomo e alla sua natura primordiale. La stessa veste grafica, oltre a ricordare ampie pianure e lande desolate in cui avventurarsi, dense di creature potenti e pericolose, sembra quasi una sorta di richiamo alle immagini rupestri che sono giunte fino a noi dalle epoche preistoriche (per esempio quelle di Capodiponte in Valcamonica in provincia di Brescia), mantenendo lo stesso tocco semplice e stilizzato, fatto di poche forme, di oggetti tanto minimizzati quanto basilari nel descrivere attività fondamentali come la caccia o l’esecuzione di sacrifici.
La base dei piccoli Patapon è Patapolis, un minuscolo villaggio primitivo del quale vedremo solamente l’altare per i sacrifici e il fuoco attorno al quale si riunisce la tribù. In questa sede si può accedere anche all’albero dei Ricordi Leggendari e, grazie ai punti ottenuti in battaglia, seguiti dall’offerta di alcuni prodotti della terra come metalli, pietre o legna, si potranno resuscitare più o meno valorosi soldati. In base alla qualità dei materiali, il numero di punti richiesto salirà sensibilmente, ma consentirà di ottenere un guerriero più efficace. Per ottenere la legna, invece, è sufficiente rivolgersi a Pan il Pakapon che, grazie alla sua tromba, farà muovere Ubo Bon, un grande albero parlante solitamente assopito.

Ritmo e tamburi magici
La struttura di gioco è basata interamente su delle sessioni ritmiche indispensabili a far muovere i soldati e portarli verso il loro obbiettivo. Anche in questo caso emerge forte il carattere evocativo di questo titolo, che si ricollega alla pratica religiosa nel senso più pratico del termine: i tamburi rappresentano una sorta di segnale, di intercessione nel rapporto con una divinità che somiglia molto alla Natura, tanto temuta quanto idolatrata dall’uomo nelle epoche passate.
Inizialmente si hanno a disposizione solo due sincronie (PATA-PATA-PATA-PON e PON-PON-PATA-PON), basate sull’alternanza del tasto cerchio e quadrato, indispensabili per compiere gli spostamenti e per attaccare i nemici. Sarà importante agire con un grande tempismo perché, diversamente, l’esercito rallenterà la sua corsa e non capirà quali azioni state loro impartendo. Proseguendo verranno poi acquisiti altri due tamburi, legati al tasto croce e triangolo, che aumenteranno lo spettro di comandi possibili e, conseguentemente, anche la difficoltà d’esecuzione. Per vincere è fondamentale saper utilizzare la modalità Fever, che si attiva dopo una serie di combinazioni delle sequenze princiapali, ripetute consecutivamente senza compiere alcun errore. Una volta attivata questa specie di Turbo, gli attacchi dei simpatici e saltellanti Patapon raddoppieranno per quantità e rapidità e sarà molto più semplice arrivare vittoriosi al termine del livello. Inoltre, questo tipo di sincronizzazione si rivelerà fondamentale con l’ultima tipologia di tamburo che si può acquisire.
Ogni livello è contrassegnato su una mappa molto simile ad una striscia cronologica, che segnala ogni zona, indicando se si tratta di un’area di caccia oppure di battaglia. Nel momento in cui si seleziona la missione desiderata è necessario formare il proprio schieramento, che si suddivide in tre categorie: i Tatepon, ossia i guerrieri muniti di ascia, gli Yaripon, armati di lancia ed infine, a fare da retroguardia, gli arcieri o Yumipon. Proseguendo e potenziando le “legioni” si otterranno armi più potenti, elmi più resistenti e scudi più grandi. Inoltre il portabandiera è un tassello fondamentale dello schieramento e va preservato poiché, nel caso venga abbattuto in battaglia, la missione sarà considerata fallita automaticamente. Questo, spesso, è più facile a dirsi che a farsi in quanto, se lo schieramento viene decimato, il portabandiera è l’unico che non ha alcuna possibilità di difendersi e si presta completamente agli attacchi nemici.
L’acerrimo antagonista dei Patapon è la tribù degli Zigoton, che si contraddistingue per la colorazione rosso fuoco dei suoi membri. Tuttavia non sarà l’unico avversario che capiterà di incontrare lungo il cammino. Spesso e volentieri bisogna fare i conti con una serie di animali mastodontici e progressivamente sempre più potenti.
Ogni missione vanta tre livelli di difficoltà graduale e, portando a termine anche quelli più complessi, si può ottenere una grande quantità di punti Ka-Ching da impiegare per riesumare gli spiriti dei guerrieri leggendari. Allo stesso tempo, raccogliendo i copricapo dei soldati caduti in battaglia e portando a termine la missione, è consentito riportarli in vita.

Incisioni new Style
Sul piano grafico abbiamo già introdotto l’argomento in apertura. L’aspetto è prettamente essenziale, con uno sviluppo degli scenari interamente improntato sulle due dimensioni a scorrimento e corredato da ambientazioni molto colorate. Decisamente efficace la colonna sonora, accattivante sia nelle tracce ascoltabili prima della missione che a vittoria ottenuta e coinvolgente nei temi che si devono gestire in prima persona tramite le percussioni sui quattro tamburi. Soprattutto in modalità Fever il festival di suoni raggiunge il suo apice rendendo ancora più gradevole l’incedere, in particolar modo se state giocando con gli auricolari per tenere meglio il ritmo. Ogni momento ha il giusto pathos e nulla sembra sia stato lasciato al caso da parte degli sviluppatori.
Recensione Videogioco PATAPON scritta da SPETZ Patapon è un prodotto interessante che tuttavia può incontrare alcuni ostacoli piuttosto importanti nel suo rapporto con l’utenza. Innanzitutto la sua natura di Rythm Game può rappresentare un toccasana per gli amanti del genere ma un grosso limite per gli altri giocatori, magari più attenti all’azione vera e propria e alla possibilità di gestire i personaggi con minor vincoli. In secondo luogo la difficoltà, che a tratti può rivelarsi frustrante per coloro che non sono abituati a questo genere di gameplay e in generale per chi fa a cazzotti con i tempi musicali.
Come abbiamo sottolineato chiaramente nei paragrafi precedenti, si tratta di un titolo molto semplice ma evocativo, in grado nonostante tutto di far provare delle sensazioni particolari a coloro che decideranno di giocarlo, collegandosi metaforicamente alla storia dell’umanità stessa e alla ricerca di quel senso che ogni individuo cerca di dare alla vita in sé.
Se dovessimo limitarci solo a questi aspetti ci troveremmo di fronte a una pietra miliare, tuttavia si deve fare i conti con i difetti citati poc’anzi e con la scarsa rigiocabilità per la presenza della sola modalità Storia da intraprendere.
In generale ci sentiamo di consigliarlo caldamente a un pubblico di appassionati e a tutti i giocatori che desiderino vivere un’esperienza un po’ diversa da quelle a cui ormai da tempo siamo abituati. Che la marcia verso Fineterra abbia inizio!
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