Recensione di The 3rd Birthday
PSP

Copertina Videogioco
  • Genere:

     Azione
  • Sviluppatore:

     Square-Enix
  • Distributore:

     Halifax
  • Data uscita:

     Disponibile
6.6
Voto lettori:
8.8
- Azione immediata e divertente... entro certi limiti
- Tanta roba da sbloccare
- Interessanti funzionalità shooter e JRPG
- Narrazione confusa
- Carenza di personalità
- Telecamere e mira automatica deficitarie
- Tragicamente distante dagli standard qualitativi della serie
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A cura di Alessandro Mari (Alex Overkilll) del
Un decennio è trascorso dall’ultima apparizione su console della serie Parasite Eve, ibrido videoludico partorito da Squaresoft, in cui profonde meccaniche GDR si sposavano con altri ingredienti di generi diversi, dando in pasto all’utenza un franchise ricordato nel tempo, abbastanza almeno da spingere la stessa compagnia madre a regalare un nuovo sequel, appositamente pensato per il mercato portatile: The 3rd Birthday. La lotta contro mortali minacce organiche per l’umanità è così potuta continuare sui minuti schermi delle vostre PSP.

Dove eravamo rimasti?
Dopo la sventata minaccia degli esseri artificiali noti come neo-mitocondri, la pace nel mondo viene nuovamente messa a repentaglio da una sciagura su scala mondiale. Misteriose creature predatrici appaiono improvvisamente in angoli diversi del pianeta, moltiplicandosi rapidamente a spese degli esseri umani, presto annientati a milioni. "Twisted" vengono chiamati, e nessuno ne conosce la natura. La sola cosa certa: fermarne la proliferazione ad ogni costo.
E’ qua che entra in gioco la protagonista della serie: Aya Brea, agente di polizia, diventata poi cacciatrice mitocondriale, dotata del potere di alterare il proprio stesso bagaglio genetico e sfruttare così poteri innaturali per combattere le sue battaglie. Aya ha però perso la memoria e non ricorda nulla a parte il proprio nome. Aya è anche l’unica candidata compatibile con l’Overdive, strumento in mano all’unità investigativa speciale CTI in grado di modificare il passato per sventare il pericolo del presente. La ragazza, tormentata da incubi, decide di accettare l’incarico sperando di scoprire finalmente la verità su sé stessa.
E’ chiaro da questo prologo dell’avventura come chiunque si fosse perso i due episodi precedenti della serie potrà non disperarsi, dovendo avere a che fare solo limitatamente (qualche personaggio già noto e niente più) con i trascorsi narrativi del franchise. Il pretesto per tornare - analogico alla mano - in azione è dei più scontati (una sconosciuta e non meglio definita mostruosità che tiene in pugno la terra non sconvolge proprio nessuno), ma il plot riesce comunque ad articolarsi in maniera decisamente complessa, forse anche troppo. La possibilità di poter modificare passato e presente e passare da un’epoca all’altra è infatti il metodo più efficace per creare paradossi temporali e strapazzare il filo conduttore della storia. Ogni accadimento viene prontamente notificato in un apposito archivio, consultabile prima di ogni missione, utile per mettere in evidenza le trasformazioni apportare al tessuto storico e non far perdere interi pezzi della trama. Il dispiacere è piuttosto vedere come proprio la trama venga raccontata in maniera confusa, poco chiara, che fa di tutto fuorché coinvolgere il giocatore. Una sua solidità potenzialmente l'avrebbe anche avuta (cura al dettaglio e meticolosità in un’attenta e progressiva costruzione non mancano), lasciata però irrimediabilmente crollare dalla qualità della narrazione. E gli attori chiamati a scendere in campo nella rappresentazione ordita da Square Enix non migliorano certo il contesto. I personaggi sono poco ispirati, poco memorabili, poco abili a recitare le parti a loro assegnate, a causa soprattutto di un doppiaggio davvero deludente, in cui le voci (tra l’altro sottotitolate solo in inglese, unica lingua del gioco a disposizione), che notoriamente dovrebbero infondere vita ai character, ne eliminano invece l'espressività.
Da qua è facile esprimere la delusione per come lo stesso personaggio di Aya sia stato sviluppato, ridotto piuttosto a un mero oggetto sessuale per il pubblico maschile, condizione palesata dagli stessi gemiti prodotti ad ogni colpo nemico incassato, di poco diverso da quelli di una scadente attrice porno.

Tuffo incorporeo
Il vero cuore del titolo batte naturalmente per il proprio gameplay ibrido, come del resto la serie ha sempre abituato. Catalogare rigidamente ogni suo esponente, caratterizzato storicamente dalla sapiente fusione di solide fondamenta ruolistiche con elementi action e anche survival horror, è sempre stato compito più dannoso che utile, e The 3rd Birthday non fa eccezione. Ma viene chiaro osservare come le tanto care basi di gioco di ruolo si siano a mano a mano affievolite di capitolo in capitolo, fin quasi a scomparire in quest’ultimo, vinto da meccaniche chiaramente shooter, malgrado di sparatutto non si possa propriamente parlare. Diversi ancora gli ingredienti JRPG in pentola, ma troppo sbiaditi rispetto al passato per giocare lo stesso incisivo ruolo dei due predecessori. I livelli esperienza sono rimasti, acquisibili naturalmente eliminando i nemici, limitati però a condizionare un solo numero davvero importante: quello dei punti vita. Ogni magia e incantesimo dal canto suo è stato rimpiazzato da un sistema di collocamento di geni, sempre ottenibili dagli avversari, posizionabili su piccole tabelle virtuali, alla ricerca degli incastri più vantaggiosi e le fusioni più potenti (sovrapponendo più geni nello stesso spazio, creando a tentativi abilità ex-novo, o lasciando salire di livello quelle già attive). La limitazione a questo? Ogni potere innestato è solo passivo, innescato automaticamente (e, per giunta, il più delle volte in modo casuale) durante i combattimenti. Altra amara delusione per chi si fosse aspettato un’eredità più corposa dal passato. Presente per fortuna anche l’acquisizione delle armi da fuoco, anche queste da sbloccare nel corso dell’avventura, e a loro volta potenziabili con i componenti via via accessibili attraverso il raggiungimento di un nuovo livello di abilità nella categoria balistica selezionata (pistole, shotgun, fucili da cecchino, lanciagranate, mitragliatori e un’ultima riservata alle bocche da fuoco più segrete e potenti). Citiamo inoltre la possibilità di selezionare diversi equipaggiamenti vestiari per Aya (tutti naturalmente in grado di logorarsi nel tempo con i danni inferti... tutti insomma capaci solo di confermare un’altra volta il basso ruolo di oggetto erotico interpretato dalla protagonista), feature purtroppo scialbamente piatta, limitata a soli fini estetici, in quanto le differenze tra un capo d’abbigliamento e l’altro sono pressoché nulle.
Ben più ingombrante lo spazio riservato alle fasi di fuoco, vera colonna portante dell’intera esperienza. Perchè quello che si sarà chiamati attivamente a fare dal primo all’ultimo livello sarà proprio annichilire le forze avversarie a colpi di pallottole. Proprio in questo aspetto è stata concentrata la più attenta cura dello sviluppatore, ma incapace ancora una volta di proporre qualcosa di veramente nuovo ed esente da fastidiosi difetti. I comandi sono semplici e intuitivi: un tasto per mirare, uno per sparare, e uno per schivare. La mira è automatica, e presenta la possibilità di passare da un obiettivo all’altro. Ma proprio tale automazione viene ad esporre pericolosamente tutti i suoi limiti nel corso delle fasi più concitate, quando di fronte a troppi nemici diventa una vera impresa selezionare il target desiderato, con risultati semplicemente fatali. A peggiorare le cose due ulteriori malus: la poca predisposizione della console Sony per simili operazioni sparacchine (problema tamponabile più o meno parzialmente cambiando la configurazione dei comandi, pena il definitivo decesso delle proprie dita) e soprattutto la telecamera palesemente non all’altezza, incapace di seguire decentemente la protagonista e inquadrare i nemici contro cui ci si confronta (a poco serve il riposizionamento manuale delle stesse attraverso la croce direzionale, troppo scomoda da chiamare in causa quando ci si vede muoversi furibondi con lo stick analogico). Menzione d’onore per le sezioni invece a bordo di veicoli, come elicotteri o carri armati, tanto divertenti quanto tragicamente brevi e sparute.
La bella notizia, in mezzo a questa scura mistura di caratteristiche non proprio rincuoranti, è che ci pensano una manciata di idee toniche a risollevare le sorti del gioco; tre feature in grado di trasformare un gameplay altrimenti monotono e poco fresco in qualcosa di più godibile. Si parla dell’Overdive, la Liberation e il Fuoco Incrociato. L’ultima è la possibilità di mirare contro un nemico e concentrare su di esso i colpi di tutti i soldati presenti in zona. Requisito di attivazione, la pressione prolungata del tasto mira, fino al riempimento di un’apposita barra di caricamento su schermo.
La seconda è uno speciale stato alterato della protagonista, sempre attivabile con il riempimento di un’apposita barra, questa volta attraverso ripetute uccisioni, durante la quale danni inferti e ogni suo attributo fisico potranno essere potenziati esponenzialmente per un lasso determinato di tempo.
L’Overdive è infine la caratteristica più interessante delle tre, che fa davvero la differenza tra la vita e la morte e dona colori vivi al gameplay. Attraverso tale abilità Aya potrà infatti possedere letteralmente i corpi degli esseri umani nelle immediate vicinanze (notificati da apposite informazioni a lato dello schermo), siano essi militari o civili. Innescabile con l’utilizzo di un solo tasto (purché qualche forma di vita amica sia effettivamente nei paraggi) la bionda eroina potrà così impossessarsi del corpo, mantenere le armi principali impostate e acquisire quella già imbracciata dal militare di turno, potendo in qualunque momento abbandonarlo per trasmigrare in un altro, anche durante il decesso dello stesso. In aggiunta questo potere può poi essere utilizzato per impossessarsi temporaneamente degli stessi nemici, quando in punto di morte o particolarmente debilitati dal fuoco continuo di certe armi, per procurare loro ingenti danni o condurli velocemente nell’oltretomba.
L’aspetto davvero positivo di queste speciali caratteristiche, oltre quello di variegare l’azione in scena, è iniettare nelle meccaniche di gioco una componente strategica non trascurabile, più o meno rilevante a seconda della difficoltà selezionata. Per sopravvivere alle battaglie più spietate diventa così vitale sapere muovere la schiera di soldati in zona con un continuo ed oculato utilizzo dell’Overdive, disponendo le forze in modo da accerchiare il nemico, mirare alle sue difese scoperte e offrire contemporaneamente sicuro riparo ad ogni uomo.

Un mondo poco memorabile
Come si è già precedentemente anticipato, i personaggi di gioco godono di scarso carisma, a partire dalla stessa Aya, decisamente sotto tono rispetto i suoi trascorsi videoludici. Allo stesso modo, il design riservato a mostruosità nemiche e alle locazioni in cui si è chiamati a deambulare si dimostra tutt’altro che ispirato e mancante di reale fascino. I Twisted non rappresentano altro che anonimi ammassi deformi di tentacoli, artigli, zampe insettoidi e fauci, mentre i terreni che ci si troverà a battere saranno quelli cementificati di deserti dedali (sotterranei o meno che siano) cittadini, oppure quelli più organici (e altrettanto stilisticamente spogli) dei covi nemici (i cosiddetti Babel). Il motore grafico è di alto livello, e cocente si fa il disappunto nel vederlo applicato ad oggetti così poveri di identità. Sopra la sufficienza, invece, il comparto musiche, grazie soprattutto agli orecchiabili motivi, in più di un’occasione piacevoli e idonei al contesto.
Proprio per tutti i malcontenti mossi diventa presto chiaro quanto logorante possa essere finire più e più volte l’avventura, come la gestione del gioco vorrebbe che l’utenza facesse. Terminata la medesima una prima volta (circa dodici le ore necessarie per farlo), ecco così veder titillato l’appetito del giocatore con la possibilità di sbloccare nuove difficoltà, nuove armi, nuovi costumi per Aya e offrire nuove chances per terminare gli obiettivi secondari di ogni capitolo. Ma si capisce come dover ripetere decine di volte tutte e sei le missioni complessive diventi impresa nauseante a fronte delle magagne alle fondamenta, nonché a una negligente calibratura della difficoltà, finendo per stancare il giocatore medio già al secondo passaggio.

Recensione Videogioco THE 3RD BIRTHDAY scritta da ALEX OVERKILLL Con The 3rd Birthday la serie Parasite Eve registra una pesante caduta di stile, perdendo molti degli attributi che ne decretarono il successo in passato, e proponendo rinnovato un sistema di gioco maggiormente votato all’azione immediata, comunque troppo afflitto da problematiche debilitanti. La narrazione non convince, così come la stessa direzione artistica complessiva, popolata da personaggi troppo anonimi, mostruosità troppo derivative, e paesaggi per lo più ridondanti e mancanti di varietà. La sensazione è quella che Square Enix nel tentativo di dare nuova linfa al franchise l’abbia invece fatto deragliare, privandolo della forte personalità con cui è stato lanciato lo scorso decennio sul mercato.
Il prodotto nelle proprie fasi shooter sa divertire, ma è un divertimento che viene presto a noia, mostrando chiari segni della pochezza contenutistica dietro lo stesso, nonostante le trovate più originali come il sistema Overdive. Acquisto in definitiva consigliato solo con molte riserve, specie a chi si volesse approcciare per la prima volta alla serie, che farebbe così molto meglio a scaricarsi dallo store americano Sony il primo, e molto meno dispendioso, episodio della saga.
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