Questo sito si avvale di cookie per le finalità illustrate nella privacy policy. Effettuando un'azione di scroll o chiudendo questo banner, presti il consenso all'uso dei cookie OK
Drawn to Death

Drawn to Death

Ammazzare il tempo e altre cose

Recensione
A cura di del
Annunciato durante la PlayStation Experience del 2014, Drawn to Death di The Bartlet Jones Supernatural Detective Agency fa il suo debutto su PlayStation 4 in via del tutto gratuita all’interno della selezione di titoli gratuiti per gli abbonati al servizio PlayStation Plus.
Il titolo si fregia della patria potestà di David Jaffe, che i giocatori PlayStation potrebbero aver imparato ad apprezzare per God of War e la serie Twisted Metal.
Drawn to Death è un arena shooter in terza persona dalle meccaniche abbastanza solide, tanto carisma, e un problema a lasciarsi alle spalle tutti gli stereotipi dell’adolescenza. Perfetto per chi nei videogiochi cerca una valvola di sfogo, con buona pace di psicologi e opinionisti vari ed eventuali.



Uccidimi come una delle tue ragazze francesi
Drawn to Death parte da una premessa semplice quanto intrigante: l’intero gioco si svolge all’interno del quaderno di uno studente annoiato. Durante una lezione sulle pratiche di primo soccorso, il nostro “alter ego” inizia a disegnare le mappe, i personaggi, le armi, e tutto ciò che fa parte del mondo di gioco, nel quale verremo catapultati ogni volta che accederemo al menu principale.
Questo si riflette ovviamente sullo stile grafico. L’estetica di Drawn to Death, infatti, è strutturata per replicare l’effetto di un disegno fatto con un paio di penne biro. I colori sono pochi (blu, rosso, nero e sprazzi di altri), e il bianco della carta la fa da padrone. Devo dire la verità, il primo impatto non è stato dei migliori. Inizialmente il pensiero è andato subito a Mad World (mai troppo osannato titolo dell’epoca Wii), ma lì i tratti erano più delineati e, nonostante il bianco e nero misto al rosso del sangue, la resa generale era meno invasiva per gli occhi. Ci vuole un po’ ad abituarsi a Drawn to Death, e poi tutto diventa più digeribile.
In ogni caso, il gioco ha indubbiamente carisma e uno stile quasi unico. Le arene sono piene di scritte ironiche e dissacranti che, neanche a dirlo, sono piene di parolacce ed espressioni di uso comune nell’immaginario adolescenziale. Un sacco di parole con la “V” e con la “C”, insieme a qualche “P” che non guasta mai. Inutile dire che c’è anche tanta violenza, corpi smembrati, e la biro rossa che disegna esplosioni di sangue in quantità.
Già dal tutorial dove si viene insultati pesantemente ogni tre per due si capisce la cifra stilistica del gioco. Se avete più di sedici anni questo tipo di umorismo potrebbe infastidirvi, perché è presente in quantità sovrabbondante fin da subito. Gli insulti sono previsti, ovviamente, anche tra giocatori durante le partite. Tra i collezionabili ci sono infatti delle gif animate che possono essere assegnate a quattro “direzioni” del touchpad, pronte a essere attivate per sbeffeggiare gli avversari durante le uccisioni. Per i meno avanguardisti, all’inizio di ogni match ci sono anche delle frasi preimpostate (selezionabili e personalizzabili) con le quali sfottere gli altri partecipanti, o complimentarsi per una buona partita e tutte quelle altre formalità che nessuno usa più nel multiplayer online dal 1996, circa.
Lo stesso delirio è riversato nelle armi, esagerate e frutto della fantasia ormonale di un adolescente, dove alcune sono frutto di grande genialità. Mi riferisco alla console per videogiochi - palesemente uno SNES - che lancia una cartuccia la quale, all’impatto, deflagra rilasciando una nube fatta di personaggi in pixel, con tanto di contatore dei danni in stile jrpg. C’è anche la bara lancia-cadaveri, o il tronco umano che tira palle avvelenate (letteralmente), oltre ad una serie di armi più convenzionali come un lanciagranate a forma di diavolo e un minigun con la coda da demone.
Drawn to Death fa di tutto per non prendersi sul serio, e ci riesce ampiamente. I personaggi che andranno a spararsi con cotanto arsenale sono allo stesso modo molto ben caratterizzati. Nel cast ci sono figuri come Ninjaw (la mia preferita), una ninja metà donna formosa metà squalo, che parla in giapponese con una vocina da lolita; Bronco, lo stereotipo del soldato americano con una gamba bionica e un’assistente arrapata che promette ricompense piccanti al ritorno dalla missione; Alan, un uomo nudo con la testa da orsetto armato di motosega, che tra le sue capacità annovera quella di diventare invisibile per un po’, e ci siamo capiti, ed altri che vi lasciamo il piacere di scoprire.



Il prezzo della violenza
Drawn to Death nasce come un free-to-play nelle intenzioni iniziali, per poi essere convertito come prodotto in vendita, e questo lo si nota fin da subito dalla presenza di microtransazioni abbastanza invadenti. Sia che scarichiate ora Drawn to Death o lo compriate successivamente una volta fuori dall'offerta di PlayStation Plus, non avrete bisogno di sborsare neanche un euro per giocare con tutti i personaggi in tutte le mappe, questo lo mettiamo in chiaro. Il problema sono i collezionabili ed il fatto che, oltre a cose del tutto accessorie come insulti e skin per i personaggi, tra questi ci siano anche le nuove armi.
Il multiplayer infatti prevede un sistema di loadout abbastanza classico. Per ogni personaggio potrete scegliere due armi con cui partire e un oggetto lanciabile, più un set di tre armi che potreste trovare come drop nelle mappe. Questo secondo set è equipaggiabile da tutti, nel caso lo si trovi, quindi anche voi non abbiate preso in considerazione di portare con voi un lanciarazzi, è probabile che un vostro avversario lo abbia come drop secondario, e quindi lo potreste trovare in giro per la mappa. Il problema sta nel fatto che le armi che si sbloccano successivamente sono sensibilmente più forti di quelle base. Tra le armi che sono riuscito a sbloccare (con non poca difficoltà, come vedremo), c’è il simil-SNES di cui sopra, che è un’arma a ricerca - non infallibile, per fortuna - che infligge danni ingenti, pari a poco meno di un terzo della barra della vita.
Le microtransazioni non influiscono pesantemente sull’avanzamento del gioco, va detto, ma per sbloccare delle nuove armi normalmente ci vuole tempo. Per farlo servono delle cosiddette chiavi di sangue, le quali si raccolgono completando delle sfide (una ogni tre completate) che sono di difficoltà progressiva e sono comunque limitate, oppure una ogni 150 uccisioni. Considerando che le partite, quando vinte, si aggirano intorno alle dieci uccisioni, potete capire che sbloccare armi è un procedimento laborioso.



Il vintage che non impegna
È un peccato che ci si appoggi così alle microtransazioni (che vengono “consigliate” fin dal tutorial), perché l’ossatura di Drawn to Death è ben costruita. Siamo di fronte a un’arena shooter che strizza l’occhio fortissimo agli anni ‘90 in termini di gameplay, con tanto di jump pad sparsi per le mappe. Il ritmo è veloce, non esiste un sistema di coperture, il più delle volte mirare è controproducente e conviene sparare d’istinto, e si muore solo dopo una lunga salva di colpi e conseguente effetto “bullet sponge”. Peccato che non ci siano modalità per più di quattro giocatori, perché in alcune situazioni le partite si dilatano per via di alcune mappe più ampie di altre.
Le modalità, allo stesso modo, sono molto semplici e vedono quattro giocatori scontrarsi, in deathmatch semplici o a squadre, combattimenti 1v1 a turni e una modalità in cui bisogna consegnare dei cuori caduti dai nemici per vincere. Ogni personaggio, oltre a due armi, ha a disposizione un paio di mosse speciali ed alcune peculiarità. C’è chi può planare, chi diventare invisibile, chi guadagna un boost di movimento ad ogni uccisione, e così via. In questo senso, volendo replicare la struttura “ad eroi” tornata in auge grazie ad Overwatch, ci è parso che alcuni eroi siano più forti di altri, o semplicemente le mosse di alcuni siano poco performanti rispetto alla concorrenza. Tra queste c’è Ninjaw, le cui mosse impallidiscono nei confronti di Cyborgula che può planare, caricare i nemici infliggendo una marea di danni, e farsi esplodere in punto di morte causando un’altra marea di danni.
  • + Carisma da vendere
    + Gunplay eccezionale
    + Umorismo in abbondanza...
  • - Microtransazioni potenzialmente fastidiose
    - Bilanciamento di alcune armi e personaggi da rivedere
    - ...ma che potrebbe infastidire qualcuno
voto
7,5

Non sappiamo ancora se e come Drawn to Death verrà supportato post-lancio (ma è lecito pensare che lo sarà). La speranza è che si riesca a limare i difetti di questa produzione che, ad oggi, è decisamente appetibile per chi cerca uno shooter senza troppi fronzoli. Il lavoro di David Jaffe è per gente con il pelo sullo stomaco e la voglia di tornare prepotentemente nell’adolescenza, che per qualcuno potrebbe coincidere con gli anni ‘90: la combo perfetta.

0 COMMENTI