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The Mooseman

The Mooseman

Alle radici del mondo

Recensione

PC

Avventura grafica

17 febbraio 2017

A cura di del
La mitologia dell’antica Grecia ci viene insegnata fin dalla scuola elementare e, seppur condita con sesso, sangue e botte, l’abbiamo ripassata con i vari God of War. Le leggende scandinave sono ora molto in voga, ci sono serie televisive che reinterpretano in maniera colorita le avventure dei vichinghi e anche in ambito videoludico non sono poche le produzione ambientate nelle gelide lande del nord, fra corpulenti uomini barbuti e divinità dalle lunghe chiome bionde. Spostando l’attenzione più a est, e senza nemmeno andare troppo indietro nel tempo, Nioh si è focalizzato sui miti del Giappone, gettando lo sguardo sugli Yokai, gli spiriti che popolano le leggende nipponiche, fatti a fette dalla lama di William Adams. Ma chi sa qualcosa della mitologia ugro-finnica? Scommetto che lo stesso termine ugro-finnico l’avrete sentito sì e no quattro volte in tutta la vostra vita e se vi chiedessi di citare un videogioco ambientato in tale contesto fareste scena muta. Sull'ultimo punto, nessuno può farvene una colpa e io stesso non credo di aver mai visto un prodotto con un tale setting prima di essermi imbattuto in The Mooseman, un adventure con elementi puzzle sviluppato da Morteshka - praticamente solo due ragazzi, Vladimir Beletsky e Mikhail Shvachko - il cui merito principale è però quello di prendere e gettare con forza il giocatore in un mondo perduto, dimenticato e per noi quasi del tutto sconosciuto, popolato dalle divinità pagane riverite dalle antiche tribù che si stanziavano a cavallo tra Asia ed Europa, i cosiddetti Komi, e che, partendo dalla catena degli Urali, si sono spinte a nord fino alla Finlandia e ad est negli attuali territori ungheresi. 
 
Gameplay semplice ma funzionale
Non mi piace quando viene accostata la parola esperienza ad un videogioco, non credo voglia dire un granché e penso sia piuttosto una scappatoia quando non si sa bene cosa dire realmente del titolo in questione. Con The Mooseman sono però costretto a fare uno strappo alla regola, perché non credo vi sia un termine migliore per descrivere l’opera di Beletsky e Shvachko, più un’esperienza che un vero e proprio gioco, un viaggio alle radici della storia, quando il mito serviva come fondamento e spiegazione per tutto ciò che circonda l’uomo, un essere infinitesimale davanti alla potenza della natura, soprattutto quella crudele e matrigna delle steppe gelate e costantemente tagliate dal vento. Questa esperienza va però descritta, ed è più o meno la stessa che si proverebbe ascoltando Völuspá dei Wardruna o Ótroðinn nel bel mezzo di una foresta fatta di alti abeti nelle terre del nord, durante una mattina in cui la bruma sale dal basso e copre e ovatta i passi, insomma, qualcosa di veramente difficile da mettere nero su bianco e quindi è forse meglio iniziare dalla descrizione dell’unico elemento da analizzare in modo quasi oggettivo, ossia il gameplay. The Mooseman è un lento adventure in 2D a scorrimento orizzontale, nel quale il giocatore veste i panni per l’appunto del Mooseman (uomo-alce?), lo sciamano della tribù Chud o dei Ciudi, una popolazione pagana e nomade insediatasi a cavallo tra la Russia, l’Estonia e la Finlandia a partire dal IX secolo d.C. Guardando alle sole meccaniche di gioco, The Mooseman è un’opera molto semplificata e i comandi sono collegati a una manciata di tasti: con le frecce direzionali si guida lo sciamano, quasi tutte le azioni vengono svolte solo tramite la pressione della barra spaziatrice oppure del tasto X, ma la cosa strana è che il titolo è praticamente impossibile da giocare con un pad, ho fatto questo tentativo ma ho immediatamente desistito quando ho notato l’assenza delle opzioni per i comandi e che con il tasto start non veniva aperto alcun menu. The Mooseman è innanzitutto esplorazione: il mondo, anzi, i tre mondi che si visitano durante l’avventura non sono affatto privi di insidie e per superare gli enigmi e i nemici posti lungo il cammino bisogna fare affidamento ai poteri dello sciamano, alla sua capacità di vedere ciò che è celato agli occhi dei semplici mortali. Premendo la barra spaziatrice si entra e si esce da questa sorta di dimensione parallela e, sfruttando le differenze tra le due realtà, si liberano i passaggi, si notano gli spiriti nemici o, ancora, si spostano piccole montagne che diventano tutto d’un tratto dei serpenti. Nel suo complesso, The Mooseman non è un gioco complicato, solo alcuni passaggi, come quello sott'acqua dove si deve rimanere celati agli occhi di Vakul, richiedono uno sforzo leggermente più sostenuto del pensiero e l’avventura può essere portata a termine senza troppi intoppi in paio d’ore scarse, qualcosina in più cercando tutti i collezionabili, comunque sia un lasso di tempo più che sufficiente per innamorarsi dell’opera.

Un viaggio nell'anima di un popolo
Ridurre The Mooseman a un semplice videogioco è l’errore più grave che si possa fare, vorrebbe dire ignorare tutto il lavoro, tutto l’amore posto da Beletsky e Shvachko per raccontare la storia di antiche popolazioni, tutta la loro cura maniacale per far diventare il loro lavoro un libro interattivo capace di riportare in vita i miti, le leggende e le divinità quasi dimenticate dai tempi moderni, perché ogni elemento di gioco, le stesse meccaniche, hanno questo preciso compito e tutto è stato studiato e inserito per raccontare un pezzetto di questa storia. Prendiamo per esempio i checkpoint, utilizzati non solo nella maniera in cui tutti sappiamo, ma sfruttati anche per far conoscere tutta la mitologia ugro-finnica, la concezione di creazione del mondo, la suddivisione tra il mondo dei morti, quello intermedio dove vivono gli uomini, ed il terzo, quello superiore in cui dimorano le divinità o, ancora, il concetto di ciclicità della vita, collegato alla nascita e alla morte del sole e all'alternanza delle stagioni. Insomma, in queste due ore ho imparato i nomi di Yen, la divinità principale del pantheon tribale delle tribù Komi, di Osh, l’orso posto a guardia del mondo dei morti, di Shondi, l’alce dalle sei gambe, impersonificazione del sole ed uccisa da Yen in persona, ed ho conosciuto Yoma la strega che, sotto forma di un uccello porta le sventure in mezzo agli uomini. Il fatto più interessante è stato però scoprire le similitudini che vi sono tra i miti a noi più vicini, come quelli orientali e greci, e le credenze pagane dei popoli del nord, ad esempio la perfetta sovrapposizione che vi è fra il “nostro” fiume Stige ed il Sir-Yu, passaggio obbligato per gli inferi o, ancora, l’importanza del numero sette, come i figli di Yen che hanno insegnato agli uomini la caccia e che portano ogni giorno il fuoco nel mondo dei vivi. La strada battuta dallo sciamano è inoltre costellata di collezionabili nascosti, precisamente delle vere e proprie opere d’arte conservate al museo archeologico di Perm, dei bronzi rappresentati animali ed esseri antropomorfi, dove uomini, cigni, alci e svassi si fondono e diventano i soggetti di questi piccoli capolavori. The Mooseman è insomma il corso migliore di antropologia che vi possa essere e non solo per il suo scopo divulgativo, ma anche per l’atmosfera che riesce a far respirare, quella connessione tra il reale e il soprannaturale che permeava la vita delle tribù nomadi: se proprio volessimo trovare un difetto, quel qualcosa che spezza l’incantato fluire delle immagini, è il fatto che per accedere alle descrizioni e alle didascalie, il gioco debba essere per forza interrotto e si è costretti a passare fra alcuni sotto-menù. Precisiamo inoltre - cosa piuttosto facile da immaginare - che la lingua italiana non è fra quelle supportate. 

Musiche ed immagini di un altro mondo
The Mooseman spiega perfettamente il perché chi si riempie la bocca di parole quali teraflop, shader o FXAA, di videogiochi ci capisce ben poco: il fatto di avere un riflesso in più su una superficie o delle ombre dinamiche, intesi come mera espressione di potenza, non serve ad un bel niente se questi effetti non sono messi al servizio di una precisa direzione artistica. The Mooseman risulta visivamente più accattivante di molte altre produzioni anche se usa praticamente due colori, il bianco e il nero, sfruttando poi sapientemente le gradazioni intermedie di grigio; lo stile grafico è inoltre davvero unico, quasi a voler ricalcare dei disegni fatti a mano, mossi da animazioni semplici ma quanto mai efficaci. Quello che però riesce veramente a catturare il giocatore sono le atmosfere di The Mooseman, il silenzio di un cielo stellato che, se visto con gli occhi dello sciamano, si riempie all’improvviso di animali ed altri esseri che rappresentano le costellazioni, il gelido vento che taglia la faccia a Yen, mentre rincorre sulla neve le tracce lasciate da Shondi, i riflessi argentei lasciati da enormi occhi che si stagliano lungo le acque del Sir-Yu o, ancora, le cupe grotte dove tutto d’un tratto splendono le incisioni lasciate dagli uomini in cui viene rappresentata una mitica caccia all’orso. Il viaggio diventa ancora più emozionante, una sorta di riscoperta delle radici comuni a tutti, quasi un percorso di introspezione, grazie alle musiche etniche Komi, scritte da Shvachko stesso, ma cantate dal coro degli studenti del Perm Krai College of Arts and Culture, guidati dalle sapienti mani di Larisa Beletskaya. È davvero difficile descrivere a parole quello che le note riescono a trasmettere in The Mooseman, ma fidatevi, quando scorrono i titoli finali, mentre una voce fuori campo racconta in lingua Komi le vicende del popolo e sale forte un coro femminile, la pelle d'oca è davvero forte. 
  • + Atmosfere magiche e sospese
    + Un viaggio alle radici dell'essere
    + OST complementare a ciò che si vede
    + Direzione artistica ai massimi livelli
  • - Poche opzioni
    - Continuo dentrofuori dai menù
voto
9

The Mooseman non è un’opera facile, non è un gioco adatto a tutti e di facile interpretazione, lo stesso gameplay, ridotto all’osso e composto da semplici puzzle, è inserito in modo funzionale come adeguato accompagnamento e sostegno per quello che in realtà è un viaggio attraverso la storia, i miti e le leggende delle antiche e diverse tribù Komi. L’opera di Morteshka va capita, è necessario avvicinarsi ad essa con la voglia di imparare e di lasciarsi rapire dalle sue atmosfere sognanti e sospese, ma le due ore scarse passate con The Mooseman, che sembrano dilatarsi nel tempo, il breve lasso temporale necessario per portare a termine il percorso spirituale dello sciamano rimane impresso nella mente con molta più forza rispetto ad altri giochi molto più lunghi, ma allo stesso vuoti e senza significati.

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