Recensione di A Bird Story

Copertina Videogioco
  • Piattaforme:

     PC
  • Sviluppatore:

     Freebird Games
- Storia semplice e concisa, raccontata coi giusti ritmi
- È come un corto d'animazione giapponese, ma in pixel art
- Racconta e fa riflettere, senza dire nemmeno una parola
- Musiche magnifiche
- L'interazione è quasi nulla
- Chi si aspetta un'altra scossa emotiva dopo To the Moon, rimarrà deluso
A cura di (Valthiel) del
Arrivati ai titoli di coda di A Bird Story, viene svelato il nome del prossimo progetto di Freebird Games, già autori dell’osannato – e non a torto – To the Moon. C’è una logica e un forte senso di continuità in tutto ciò, perché è chiaro come questo secondo gioco, pur non avendo effettivi legami col primo, utilizzi una formula narrativa del tutto simile, certamente più vicina a una visual novel che non a un videogioco classico. Si vuole dunque creare un filo conduttore tra queste opere, rendendone immediatamente riconoscibile la fisionomia, scolpita quasi totalmente in quel pilastro portante che è la narrazione a tutti i costi, anche a discapito di tutto il resto.



Vola via con me
A Bird Story è quello che viene definito dall’autore, Kan Gao, un corto animato in pixel art della durata di appena un’ora. È la storia di un bambino che trova un uccello in mezzo a un bosco, mentre viene attaccato da un tasso che non lo lascia volare via. Dopo diversi tentativi di scacciare l’animale, il bambino si avvicina al volatile per assicurarsi delle sue condizioni, senza tuttavia riuscirci. Ci ritornerà di nuovo, il quel bosco, per salvarlo una seconda volta, rincorrendo e scacciando via il tasso lungo una radura. Ed è proprio in quel momento che l’uccello, di sua spontanea volontà, si infila all’interno dello zaino che il bambino aveva lasciato incustodito per liberarsi dal peso ed essere più veloce. Comincia così una breve avventura d’amicizia e complicità, in cui la linea tra reale e immaginario è fortemente sfumata. 
La peculiarità di A Bird Story è la sua totale assenza di dialoghi. Dall’inizio alla fine, infatti, il bambino non dirà nemmeno una parola a nessuno, e sebbene diverse scene siano state ambientate all’interno di luoghi in cui effettivamente la socialità è fortemente spiccata – come l’aula di una scuola o un parco gremito di ragazzini – il protagonista sceglie di vivere lo stralcio di esistenza di cui sarete testimoni in funzione della sue fervida immaginazione e del piccolo compagno, ferito a un’ala e impossibilitato ad andare altrove. 
Nessuno, ad eccezione del bambino che controllerete, è visibile. Sono tutti delle sagome incorporee che talvolta vagano, altre volte rimangono immobili, e sono tutti identici tra loro, come se il protagonista fosse inconsapevole della loro presenza o completamente chiuso in se stesso, forse per via di un forte autismo che giustificherebbe una scelta di game design da applausi a scena aperta. Solo i personaggi più significativi, come la veterinaria o la maestra, hanno dei vestiti addosso; tutti gli altri sembrano dei fantasmi in pena, come esseri di un altro tempo costretti a soggiornare in un’altra dimensione. Il giocatore è spinto a capire le esigenze del bambino e cosa bisogna fare per andare avanti in base ai fumetti che appaiono sulla sua testa, senza nessun rompicapo a complicare o rallentare una narrazione dai ritmi semplicemente perfetti.



Sulle ali della libertà
Le vicende di A Bird Story vengono subite quasi passivamente dall’utente, senza che si abbia effettivamente la possibilità di parteciparvi in modo del tutto coinvolgente. Durante l’arco della surreale avventura, di conseguenza, sono rari i momenti in cui potrete prendere il controllo del bambino, a dimostrazione del fatto che il gameplay è stato asciugato all’osso, come se una presenza poco più che accennata potesse essere un elemento di disturbo. In sostanza, su schermo appariranno le frecce direzionali solo quando bisognerà spostarsi da un punto all’altro, così da “sbloccare” la successiva sequenza animata e godersela da spettatori. I sostenitori del videogioco moderno, fatto di ritmi forsennati, riflessi fulminei o momenti di pura azione, possono ovviamente guardare oltre, perché A Bird Story ha più il carattere dei film di animazione giapponese dai ritmi compassati e dolci, quelli capaci di trascinarvi in un mondo fanciullesco e ingenuo, dove anche a un adulto è concesso di sospendere la propria età e ritrovare un sorriso beato che pare il ritratto della spensieratezza. La semplicità di questa storia e disarmante, ma la sua costruzione è priva di sbavature, efficace e in grado di raccontare molto più delle tante righe di testo recitate da personaggi senza spessore. Dal tranquillo inizio, passando per una parte centrale ricca di fantasiose suggestioni tra l’onirico e le fantasie pre-adolescenziali, fino ad arrivare al finale, A Bird Story dosa sapientemente i ritmi narrativi senza conoscere flessioni di alcun tipo. Le splendide musiche, che alternano  melodie evocative, tristi, gioiose e sognanti, proseguono la tradizione tramandata da To the Moon, sostenendo, accompagnando e traghettando dolcemente verso la fine una storia che non avrebbe in alcun modo potuto durare di più. Se proprio dobbiamo muovere una critica all’opera di Kan Gao, è il riutilizzo di alcuni asset pescati dal suo precedente progetto, e anche la sporadica presenza di un tearing orizzontale che verrà probabilmente risolto con un aggiornamento. Per tutto il resto, A Bird Story è un racconto adatto a tutte le età, che si concentra su un periodo della vita che può talvolta essere davvero problematico, se la fantasia non concede scappatoie per trovare il proprio modo di affrontare la crescita.
Recensione Videogioco A BIRD STORY scritta da VALTHIEL La seconda opera di Freebird Games, dopo To the Moon, ci ricorda perché si può fare a meno di una sontuosa grafica per raccontare storie efficaci e di grande sensibilità. Senza dire neanche una parola, A Bird Story è capace di regalare un’ora di assoluta spensieratezza, scegliendo volutamente di sacrificare un gameplay che si configura come un elemento utile a far interagire il giocatore solo negli intermezzi narrativi.
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