Recensione di You Have to Win the Game

Copertina Videogioco
  • Piattaforme:

     PC
  • Genere:

     Platform
  • Sviluppatore:

     Pirate Hearts
  • Giocatori:

     1
- Bellissimo omaggio all’era 8-bit
- Immediato e divertente
- Una piccola oasi hardcore
- Completamente gratuito
- Rigiocabile
- Il tasso elevato di sfida potrebbe scoraggiare la media utenza
- Un catalizzatore d’imprecazioni
A cura di (Aeffe87) del
È bene avvisare il lettore fin da subito: nel corso delle righe che seguiranno, capiterà di percepire un sottile eppur tangibilissimo velo di nostalgia. D’altro canto, per chi ha vissuto anche solo un frammento dell’epoca classica del gaming è davvero difficile non cadere nel vortice dei ricordi quando un videogioco si pone come un vero e proprio tuffo nel passato. Un passato per lo più privo di storie articolate, dove tra i massimi picchi narrativi spiccavano le gesta di un baffuto idraulico chiamato a salvare una principessa dalle grinfie di un drago aculeato e sputafuoco. Un passato dove le ambientazioni abbozzate e la basilarità degli sprite si tramutavano in un’inedita opportunità per solleticare la creatività e l’immaginazione del fruitore. Un passato, soprattutto, dove il game designer non teneva la propria utenza a braccetto per l’intero percorso ma, al contrario, le lasciava il piacere di approfondire il gioco direttamente sul campo, fornendole unicamente i fondamentali per approcciarsi in modo adeguato all’esperienza.
You Have to Win the Game, opera del texano J. Kyle Pittman disponibile su Steam dal mese di maggio in formula Free-To-Play, incarna in toto questo spirito. Per chi mastica anche soltanto un minimo d’inglese, non serve certo particolare fantasia per capire quale sia l’obiettivo fondamentale da perseguire, lo stesso che, per definizione, caratterizza in modo più o meno manifesto qualsiasi altra attività di carattere ludico esistente. È comunque importante non farsi ingannare dalla generale innocenza che caratterizza l’aspetto grafico di questa piccola produzione: l’impresa sarà tutt’altro che all’acqua di rose.



Do you know the magic word?
You Have to Win the Game è un classico platform bidimensionale dove il protagonista, un bambino con occhioni da cerbiatto e cappello a visiera al contrario, è chiamato a percorrere una serie di schermate fisse contigue – come in Pitfall, per intenderci – e pregne di ostacoli al fine unico di raggiungere l’ultima stanza e completare quindi la partita nel più breve tempo possibile. A livello puramente estetico, Pittman ha optato per una sorta di escamotage metaludico, mettendo costantemente ai lati dell’azione il bordo di un vecchio computer fisso con tanto di riflesso luminoso nella parte alta dello stesso, a simulare la presenza di una fonte di luce situata nei paraggi. In linea generale, è chiaro come lo sviluppatore abbia fatto di tutto per restituire un appeal fortemente retrò, dove un comparto visivo stile anni Ottanta fa della semplicità dei modelli e dell’uniformità dei colori un plus per tutti quei gamers di vecchia data svezzati con i grandi classici a 8-bit. A partita avviata, un paio di brevi quadri simil-tutorial illustrano schematicamente come al personaggio siano inizialmente concesse soltanto due azioni: lo spostamento laterale e il salto. Egli è dunque impossibilitato ad attaccare gli avversari, i quali dovranno essere necessariamente superati in balzo per non subire danni. Superando indenni i pochi mini-boss sparsi all’interno del gioco, è possibile sbloccare nuove abilità quali doppio salto e scivolata sulle pareti, fondamentali per raggiungere schermate altrimenti inaccessibili nonché utili a facilitare passaggi già affrontati poco prima.
Lungo il tragitto è poi inevitabile imbattersi in piccole sacche di denaro, le quali, se raccolte, andranno ad aumentare progressivamente un valore percentuale posto nell’angolo basso dello schermo. Il titolo, di per sé orientato verso un grado piuttosto alto di backtracking, acquista in questo modo un ulteriore pretesto per ripercorrere strade già battute in precedenza ma non ancora perlustrate a dovere a causa della mancanza del giusto power-up. L’esplorazione è quindi davvero  centrale in You Have to Win the Game. Non si pensi però a una piacevole scampagnata, poiché a chi gioca viene negata categoricamente la possibilità di consultare una mappa per orientarsi. In effetti, l’intero apparato ludico mira in qualunque maniera a confondere l’utente. Oltre all’effettiva mancanza di coordinate geografiche ben definite, lo sviluppatore ha pensato bene di disseminare qua e là strane iscrizioni, che fanno chiaro riferimento a un simbolo e una parola magica da individuare; è facile intuire come questi indizi siano cruciali per determinare l’esito conclusivo della sfida, ma preferiamo non approfondire troppo tale aspetto per evitare al lettore spiacevoli anticipazioni. Questo variegato mix di dinamiche crea un’esperienza assai più ricca di quanto si possa pensare, durante la quale si è spinti a compiere un discreto sforzo mnemonico non solo per collegare tra loro tutte le aree visitate, ma per trovare soprattutto un significato ai numerosi e oscuri messaggi al fine di giungere sufficientemente preparati all’annunciato rompicapo di fine avventura.



Hardcore Prawn    
“First of Many”. È pressoché impossibile non cadere in fallo fin dai primi minuti di approccio, anche solo a causa delle normali tempistiche necessarie per acquisire un minimo di confidenza con il sistema di gioco. Ed ecco il primo achievement apparire prontamente nell’angolo destro della finestra di Steam, tra il sadico e il beffardo, con un bel teschio mortifero a sottolineare il concetto. Perché You Have to Win the Game è dannatamente difficile, inutile girarci intorno. Seguendo la scia lasciata da altri platform indipendenti quali, ad esempio, Super Meat Boy o il particolarissimo VVVVVV, il titolo offre una prova decisamente impegnativa, dove zone puramente di transizione fanno da preludio ad altre stracolme d’insidie. Tra salti nel vuoto, superfici ristrette, piattaforme ipercinetiche, gamberoni che sparano sfere letali – sì, avete letto bene – e punte acuminate, ogni azione avventata o salto mal calcolato anche solo di pochi millimetri diventa fatale. C’è da dire che in difficoltà standard, definita “Original” nel menù di avvio, l’avventura mette a disposizione molteplici check-point situati in prossimità delle schermate più dense di pericoli. Questi rendono il trial & error meno fastidioso, evitando al giocatore il tedio di dover per forza ripercorrere ogni volta distanze chilometriche per effettuare un nuovo tentativo. Si tratta di una scelta certamente sensata, in grado di alleggerire un’esperienza altrimenti un po’ troppo off-limits per i videogiocatori meno navigati.



Places to Go, People to See
Ci risulta davvero arduo valutare la longevità di questa produzione, poiché può essere assai variabile in base all’abilità del singolo videogiocatore. In Original, la prova può infatti essere completata da una decina di minuti per i veri campioni finanche a un paio d’ore per chi invece è completamente a secco di giochi di piattaforme. Sebbene ottenere il cento per cento a livello normale richieda comunque molto più tempo e sia già di per sé impresa non da poco, Pittman ha voluto ulteriormente accontentare tutti i sostenitori di quell’assunto per cui “non fanno più i giochi tosti di una volta” aggiungendo due variazioni di gameplay da lui stesso segnalate come “spicy”. La YOLO Mode – acronimo di “You Only Live Once” – necessita di esser completata in un’unica run senza commettere alcun errore, pena l’immediato respawn all’interno del quadro iniziale. In alternativa, l’opzione “Playable Cat DLC” ripristina i punti di salvataggio ma sostituisce il fanciullo digitale con un gatto; questi potrà completare la partita avendo a disposizione non oltre le nove proverbiali vite feline. Le due varianti appena descritte alzano incredibilmente l’asticella della sfida e garantiscono filo da torcere in abbondanza a tutti quegli amanti di platformer che, sicuri dei propri anni di pratica, vogliano in qualche modo mettersi a confronto con prove realmente estreme.



Obvious Movie Quote
You Have to Win the Game è altresì caratterizzato da uno humor piuttosto singolare, che fa del citazionismo nascosto uno dei suoi principali punti di forza. Tanti sono i rimandi visivi – anche minimi - a videogiochi di quel passato a cui il titolo s’ispira così rispettosamente. Il level design sembra strizzare l’occhio alle zone sotterranee di Super Mario Bros, i sacchi di monete da raccogliere sono pressoché identici a quelli presenti in Castlevania, le stanze dei power-up presentano colonne doriche e tendaggi molto somiglianti a quelli che compaiono in Zelda II per NES. Ma i rimandi non si fermano certo al solo ambito videoludico; ogni schermata ospita infatti una sorta di sottopancia che ne descrive la scena in modo più o meno enigmatico. È proprio in queste righe di testo che lo sviluppatore texano si è sbizzarrito con l’umorismo, fino a omaggiare alcune grandi opere cinematografiche. Tra tutte, una battuta in particolare ci ha fatto davvero sorridere, assolutamente non esplicita ma ben adattata al contesto di gioco, e si riferisce a una sequenza specifica di Guerre Stellari; lasciamo al lettore il piacere d’individuarla in fase di prova. In ogni caso, crediamo che questa caccia alla citazione sia un’aggiunta davvero deliziosa, che contribuisce a dare una personalità ben precisa a un’opera già di per sé piuttosto riuscita sotto moltissimi punti di vista.
Recensione Videogioco YOU HAVE TO WIN THE GAME scritta da AEFFE87 Chi cerca in un videogioco facili soddisfazioni in poco tempo rimarrà probabilmente spiazzato da questo piccolo prodotto indipendente. Perché You Have to Win the Game richiede all’utente una mente sempre vigile, buoni riflessi, enorme pazienza e tanta, tanta dedizione. Un platform game della vecchia guardia, tradizionale tanto nel look quanto nelle meccaniche, fortemente volto all’esplorazione di ciascuno scenario, estremamente impegnativo e, proprio per questo, in grado di esaltare dopo ogni singolo ostacolo superato ed enigma risolto. Soprattutto, un’opera in grado di divertire per tutta la sua durata e, per i più caparbi, anche oltre. Non c’è motivo d’indugiare ulteriormente: è tempo di vincere il gioco. O di provarci, quantomeno.
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