Recensione di DOTA 2

Copertina Videogioco
  • Piattaforme:

     PC
  • Genere:

     Strategico
  • Sviluppatore:

     Valve Software
  • Data uscita:

     Disponibile - 20 dicembre 2012 (early access)
- Gameplay tattico, bilanciato ed estremamente skill based
- Una miriade di eroi tra cui scegliere
- Davvero free to play
- Continuamente aggiornato
- Vanta il miglior spectator mode di sempre
- Mancano alcune delle funzionalità promesse
- Community elitaria e caustica, spesso non facile da digerire
- Il tutorial mode insegna solo le basi
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A cura di (Pregianza) del
Il fenomeno dota-like negli ultimi anni è esploso con la forza di mille soli. Da un po’ non si fa altro che parlare di questo peculiare sottogenere, un’evoluzione/devoluzione dello strategico costruita attorno a scontri tra squadre da cinque giocatori, che ha conquistato il mercato di forza pigliandosi una fetta da milioni e milioni di utenti. Molti hanno scoperto la cosa grazie a League of Legends, attualmente forse il titolo più giocato del pianeta, ma è difficile dimenticare l’opera da cui tutto è nato: Defense of the Ancients, una mappa custom dalla paternità contesa, che già ai tempi di Warcraft III aveva catturato una community enorme tra i fan dei lavori di Blizzard
In particolare a non dimenticare è stata Valve, che ha infilato tra le sue fila Icefrog, uno dei programmatori originali di DotA, e ha pensato bene di riproporre il gioco alla fonte con una veste grafica rinnovata, un bel due di fianco al nome, e un gameplay pressoché identico, seppur affinato grazie ai miglioramenti tecnici. 
Dopo una closed beta che closed in realtà non era per niente, una serie infinita di modifiche, eroi aggiunti e promesse fatte, e un sacco di soldi guadagnati a forza di oggetti venduti, il colosso del buon Gaben ha finalmente lanciato DOTA 2 come free to play, andando a sfidare proprio League of Legends e l’armata infinita di cloni più o meno riusciti che lo accompagna. 
Che il dota-like definitivo sia ancora oggi l’unico, vero, DotA? Scopriamolo una volta per tutte.


Un gioco complicato
Il gameplay dei dota-like dovrebbe ormai esser noto a chiunque: in una mappa più o meno simmetrica un flusso costante di minion percorre senza sosta tre vie principali costellate da una serie di torrette. Le metà della mappa ospitano due squadre avversarie da cinque giocatori umani, ognuno dotato di un eroe scelto tra un numero smodato di possibilità. Gli eroi hanno set di abilità estremamente diversificati, ruoli specifici da coprire, e il compito di arrivare fino al campo base dell’avversario, distruggendo le torri difensive ed eliminando i minion e i personaggi nemici. Il tutto per poter fare a pezzi l’edificio principale, l’antico.  
Questa struttura relativamente semplice viene complicata all’inverosimile dallo sviluppo dei personaggi durante la partita, visto che giocando è possibile guadagnare oro ed esperienza con cui recuperare importanti oggetti e abilità che vanno a potenziare il proprio eroe, e da tutta una serie di meccaniche avanzate da conoscere per riuscire a giocare adeguatamente. Innanzitutto l’oro non si ottiene menando a casaccio i minion, ma solo eliminandoli con un last hit, che va dato con il giusto tempismo poiché gli omini da cui la mappa è popolata perdono costantemente punti vita lottando tra di loro e spesso muoiono senza venir toccati dal giocatore. In DOTA 2 in particolare è inoltre possibile fare denial dei propri mostriciattoli, uccidendoli prima che il nemico possa mandarli al creatore e pigliare qualche moneta d’oro extra. Meglio precisare anche che la crescita dei personaggi non è permanente, ma si azzera a ogni game.
Non vi basta? E allora considerate che gli oggetti sono moltissimi, così come le possibili build degli eroi, che un buon giocatore dovrebbe conoscere all’incirca come funzionano tutte le abilità del roster completo (supera il centinaio di scelte), che nella mappa ci sono zone neutrali chiamate “giungla” piene di mostri eliminabili per fare qualche soldo in più, e che tutto gira attorno a un complesso sistema di aggro che spinge ad avanzare sempre dietro ai propri minion per evitare di venir bersagliati dalle torrette o di prendere mazzate dalle unità avversarie.
Ah, non abbiamo finito: ci sarebbero anche delle rune nel fiume che taglia la mappa da conquistare ogni tot per chi gioca nella strada centrale, un bestione enorme chiamato Roshan che respawna a tempo e dona un oggetto che garantisce a un eroe la resurrezione istantanea, e strutture aggiuntive nelle basi che se distrutte permettono di spawnare dei Megacreep con cui la conquista dell’antico diviene nettamente più facile. 
Come avrete intuito, è un bel casino per chi non ha già bazzicato nel genere o negli strategici in generale, e il gioco non fa esattamente il migliore dei lavori per spiegare tutto quanto. Valve ha inserito dei tutorial che comprendono delle quest piuttosto semplici per introdurre il giocatore alle meccaniche essenziali, ma finezze legate ai singoli eroi, al posizionamento delle wards per tenere sempre d’occhio la mappa, e alle strategie da seguire in partita in base alla composizione della squadra, saranno oscure a chiunque non voglia bazzicare per i canali Youtube dei giocatori più abili e imparare qualche trucchetto.


“Missing Top!” “Tua madre!”
Chi non si è fatto scoraggiare dagli innumerevoli fattori sopra descritti, scoprirà in DOTA 2 uno dei migliori titoli online in circolazione. Il gioco di squadra, quando funziona, dà soddisfazioni incredibili, le partite sono tattiche e ragionate, e la varietà è assicurata dal numero smodato di piani d’attacco e di eroi disponibili. Buildare a dovere un eroe e usarlo al meglio è un piacere, e il bilanciamento è sicuramente tra i migliori del genere, considerando che Icefrog modifica i valori fin dal primo DotA e ritocca continuamente i suoi pargoli con una cura quasi maniacale. 
C’è solo un piccolissimo problema, che poi tanto piccolo non è: la community. DOTA 2 è un gioco elitario, dove gli errori di un singolo membro del team possono portare facilmente alla sconfitta dell’intera squadra. Considerando che internet è un luogo buio e oscuro dove c’è abbondanza di gente che si scalda facilmente, la già estesa player base del gioco è caustica e brutalmente offensiva. Sono più rare le partite tranquille di quelle in cui qualcuno si insulta pesantemente per qualche motivo, e non pensiate che giocare alla perfezione basti per evitare certe idiozie. Abbiamo visto gente insultare persino Dendi, uno dei più grandi giocatori al mondo, dandogli del noob, quindi tenete a mente che non c’è scampo da questo genere di cose quando giocate. 
I casi sono due, o si ignora la stupidità imperante, o si trova un gruppo di amici con cui giocare senza bisogno di imprecazioni a raffica. Se vi offendete facilmente questo non è il titolo (anzi, il genere), che fa per voi. Spiace notare come una delle idee più innovative in questo campo non sia stata implementata da Valve all’uscita, ovvero il coaching. La software house aveva promesso un sistema noob friendly basato su maestri appartenenti alla community, per facilitare l’entrata ai giocatori meno esperti e favorire comportamenti meno disumani. Di coaching però ancora neanche l’ombra, tolta un’iconcina inutilizzabile nella schermata di avvio delle partite, e l’unico aiuto per i novellini è un’accurata libreria che descrive le abilità degli eroi e linka direttamente alle guide postate online dai giocatori più abili. Il sistema di reputazione basato sui voti al momento non pare poi essere molto più significativo dell’inesistente coaching nel placare le ire dei giocatori di DOTA 2.


Welcome to the secret shop
Insomma, pare che il titolo sia uscito parzialmente incompleto. Dopo una beta lunghissima molti si aspettavano una release con tutte le funzionalità disponibili, ma in realtà l’arrivo di DOTA 2 è sembrato congegnato un po’ a casaccio. E’ come se gli sviluppatori avessero pensato “hey, abbiamo già un fantastilione di utenti, tanto vale rilasciare tutto all'improvviso”. 
Tra le assenze, ad esempio, ci sono anche le partite ranked. Si possono solo avviare partite normali, gestite con un sistema di matchmaking nascosto che non sembra funzionare ancora alla perfezione stando ai giocatori più costanti. 
Tolta questa sensazione di incompletezza, tuttavia, DOTA 2 presenta alcune caratteristiche che lo pongono senza troppi sbalzi in cima a tutta la concorrenza. L’opera di Valve vanta infatti il miglior spectator mode mai visto in un videogame, che permette a centinaia di spettatori di visionare le partite pubbliche senza problemi o lag di sorta, con tanto di telecamere gestibili a piacere, precisissimi dati di gioco analizzabili in comode finestre, e la possibilità di vedere persino i tornei più importanti dedicati al titolo. Ok, le partite dei tornei vanno pagate, ma per il resto siamo di fronte a un passo avanti titanico per gli e-sports.
Tutto il resto? Regalato, o quasi. Gli eroi di DOTA 2 sono gratuiti dal primo all’ultimo, caratteristica distintiva che rende il gioco un free to play duro e puro, contrariamente alla concorrenza dove gli eroi vanno comprati o duramente conquistati. Ciò che richiede denaro sonante sono gli oggetti per la personalizzazione, facilmente acquistabili tramite uno store in-game ordinato e ricco di chicche. Si può comprare di tutto, da set completi a oggetti singoli, passando persino da interfacce e Courier personalizzati. Un modello commerciale dannatamente furbo e già visto in Team Fortress, che dà a Valve una marcia in più. 
Va anche precisato come di settimana in settimana il gioco sia costantemente aggiornato. Seguendo lo sviluppo della beta, abbiamo visto migliaia di ritocchi ai modelli tridimensionali, agli effetti particellari e alle animazioni, ritocchi che continuano ancora oggi con la release costante degli eroi che mancano (ormai all’appello manca giusto una manciata di personaggi) e l’inserimento nel gioco degli oggetti creati dalla community.  Esatto, Valve ha deciso di supportare attivamente i modder, valutando personalmente gli oggetti migliori e inserendoli direttamente nello store di update in update. Come prevedibile è stata una scelta vincente, visto che non mancano set creati dai fan di qualità a dir poco eccelsa.


Pulito è bello
Il motore grafico è il solito flessibilissimo Source, che dona al gioco un aspetto colorato e pulitissimo. I modelli dei personaggi forse non sono il massimo a livello di dettaglio poligonale, ma rappresentano indubbiamente dei restyle ispiratissimi degli originali e hanno stile da vendere. Non da meno gli effetti particellari delle abilità, sempre molto curati e spettacolari e pensati per non coprire più di tanto la visibilità generale, persino in battaglie molto concitate. 
L’uso del Source ha reso il gioco leggero, dunque DOTA 2 gira adeguatamente anche su configurazioni scarsine. Da applausi inoltre il sonoro, con personaggi doppiati alla perfezione, effetti adeguati e orecchiabili temi di sottofondo.
Al momento le modalità disponibili sono poche, e si limitano a una partita contro bot guidati da un’IA ben programmata di difficoltà variabile, o a varie tipologie di match classico con regole multiple legate alla scelta degli eroi. Dal codice di gioco è spuntato un Horde Mode previsto per il futuro, ma, al momento, nulla di giocabile. 
Recensione Videogioco DOTA 2 scritta da PREGIANZA DOTA 2 è ufficialmente uscito, e ha dimostrato chiaramente da subito di essere uno dei dominatori incontrastati del genere che il suo diretto predecessore ha creato. Siamo davanti a un free to play vero, estremamente affinato e divertente, che offre un gameplay bilanciato, tattico e profondissimo ancora oggi ineguagliato dalla concorrenza dei dota-like.
L’uscita in realtà ci ha parzialmente deluso, lasciando fuori alcuni elementi molto interessanti annunciati durante la beta. Tuttavia questo resta uno dei titoli più curati e gustosi in circolazione, un’opera in costante evoluzione che nessun amante della strategia dovrebbe ignorare. Un solo avvertimento: se vi scaldate facilmente, occhio alla community. E’ persino peggiorata rispetto all’acida palude ricca di troll e gente arrabbiata vista in passato.
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