Recensione di STALKER: Call of Pripyat

Copertina Videogioco Call of Pripyat
  • Piattaforme:

     PC
  • Genere:

     Sparatutto
  • Sviluppatore:

     GSC Game World
  • Distributore:

     Koch Media
  • Data uscita:

     Disponibile
- Grande atmosfera
- Alcune meccaniche di gioco migliorate
- Finalmente niente più bug
- IA carente
- Inizio molto lento
- Storia poco appassionante
- Poca azione
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A cura di (andymonza) del
A tre anni dal rilascio di STALKER: Shadow of Cernobyl gli sviluppatori di GSC Game World ci invitano a tornare nella Zona, proponendo il primo vero sequel ufficiale del fortunato brand.
A differenza infatti dell’espansione stand-alone Clear Sky, la cui collocazione temporale ne faceva un prequel, STALKER: Call of Prypiat riprende la vicenda da dove l’avevamo lasciata alla fine del primo episodio. In seguito alla disattivazione del Bruciacervella da parte di Strelok, il governo ucraino pensa bene di lanciare un’operazione militare in grande stile, probabilmente con lo scopo di mettere le mani sull’”Esauditore di Desideri”; nonostante i lunghi preparativi la missione Freeway è un totale fallimento, ed il maggiore Alexander Degtyarev viene inviato nella Zona per esaminare i punti di caduta dei velicoli militari.

Mal di Zona
Pochi passi ai confini della Zona saranno sufficienti per rendersi conto di quanto gli elementi alla base del gameplay non siano affatto cambiati rispetto a tre anni fa. Intatta è l’interfaccia, identico il palmare che permette di tenere traccia delle missioni e consultare l’immancabile mappa con obbiettivi e risorse segnati, invariato l’inventario in stile GDR, con tanto di statistiche per armi ed armature. Lo scopo di Call of Pripyat non è infatti quello di rinnovare una formula ormai considerata di successo, bensì di riprendere le fila del discorso da dove si erano interrotte prima della poco riuscita divagazione Clear Sky, e proporre un prosieguo della vicenda, ancora caratterizzato dal medesimo gameplay. Ben netta sarà ancora una volta la divisione tra quest principale e secondarie, queste ultime sempre reperibili presso gli NPC incontrati presso avamposti e città. Le prime ore di gioco mettono il protagonista sulle tracce dei siti di impatto dei velivoli militari, un’espediente di gameplay che va purtroppo ad impattare sul ritmo della fase introduttiva, oltremodo blando. Nonostante un utilizzo degli script decisamente più marcato rispetto a quanto visto nel predecessore, le lunghe e solitarie fasi esplorative, la carenza di scontri a fuoco interessanti e la mediocrità delle cut-scene non riesce a creare quella magia e quel coinvoglimento che il primo titolo era in grado di evocare, né peraltro a trascinare il giocatore come faceva Clear Sky, reso perlomeno dinamico dai moltissimi combattimenti. L’arrivo al primo grosso avamposto degli STALKER introduce alle poche novità che caratterizzano questo sequel, le quali si concretizzano in un comparto upgrade molto più esteso di quanto visto in precedenza: tramite il dialogo con alcuni NPC sarà infatti possibile migliorare le caratteristiche di armi ed armature in maniera sostanziale, permettendo di aumentare notevolmente la durata e l’efficacia del proprio equipaggiamento base. Altra piccola ma gradita novità sono quattro hotkey disposti sull’interfaccia, che permettono l’accesso diretto alla cura ed al cibo; oltre ai medikit ed alle bende per curare il sanguinamento, sarà infatti necessario nutrirsi con regolarità per evitare pesanti conseguenze a livello di salute.

La strada verso Pripyat
Una volta raccolte le informazioni sui siti d’impatto degli elicotteri militari, la storia prenderà finalmente il via, incaricando il giocatore di trovare un modo per raggiungere la cittadina di Prypiat, uno dei centri maggiormente colpiti dal disastro di Chernobyl. Il compito non sarà facile, e si passerà dalla raccolta d’informazioni in vari siti della Zona a fasi di dialogo con gli NPC al fine di radunare una squadra disposta a seguirci nell’impresa. Ancora una volta la sensazione è quella di una forte mancanza di ritmo, laddove chi desideri un po’ d’azione dovrà più che altro affidarsi alle quest secondarie, alcune delle quali ben realizzate ed in grado di offrire qualche scontro a fuoco appassionante. A mancare sono anche momenti di vera e propria suspance, di cui il primo Shadow of Chernobyl offriva diversi esempi, lasciando invece agli sporadici script il compito di proporre qualche svolta decisiva, non sempre purtroppo efficace.
Dal punto di vista del combattimento gli sviluppatori hanno apportato qualche miglioramento alle routine d’Intelligenza Artificiale: l’utilizzo smodato delle granate da parte dei nemici è stato fortunatamente rivisto, e gli avversari mostrano qualche tattica di copertura in più. Non si tratta purtroppo di grandissimi passi avanti e nel complesso non si può parlare di nemici impegnativi da sconfiggere, laddove il senso di difficoltà è più che altro dovuto alla precarietà ed alla scarsa efficacia delle armi da fuoco, almeno nella prima metà del gioco.
L’arsenale a disposizione è come sempre vasto, e diviso per categorie tra armi corte e lunghe, con possibilità di trasporto limitate dal peso attribuito a ciasun oggetto; ogni arma presenta delle statistiche di danno e si usura come di consueto con l’utilizzo, rendendo necessaria la riparazione di tanto in tanto presso specifici commercianti.
Senza particolari modifiche rispetto a quanto visto in passato, fa il suo ritorno anche la ricerca degli Artefatti, che vede tornare in gioco il rilevatore già provato in Clear Sky e le medesime meccaniche di recupero.

Comparto Tecnico
Il cuore di Call of Pripyat è il medesimo X-Ray Engine che muoveva Shadow of Chernobyl con i dovuti aggiornamenti al comparto texture ed illuminazione. La resa visiva è nel complesso buona sia all’esterno che nelle zone indoor, con i medesimi punti di forza del predecessore, ovvero la vastità degli ambienti e l’ottimo comparto luci, caratterizzato da un HDR in grado di creare visuali davvero suggestive. Peccato per il diffuso pop-up e la qualità altalenante delle texture, che suggeriscono come il motore cominci a mostrare i suoi anni. Il design è rimasto invariato, presentando ancora una volta le affascinanti e decadenti lande della Zona costellate di architetture credibili, enormi e spettacolari anomalie e mostruosi mutanti, il tutto amalgamato in un mix ancora originale e gradevole nonostante le poche novità.
Fortunatamente gli sviluppatori sembrano aver lavorato bene sull’ottimizzazione del codice, risparmiando ai giocatori la lunga lista di bug che hanno afflitto il predecessore e la sua espansione: Call of Pripyat è fluido, e durante le nostre prove non ha mostrato nessun tipo di cedimento tecnico degno di nota.
L’effettistica audio non ha subito particolari arricchimenti, e rispetto a diverse produzioni recenti si configura come discreta ma assolutamente non memorabile. Le musiche sono invece confezionate con maestria, e presentano pezzi ambientali ben assortiti e adeguati alle situazioni di gioco.

Multiplayer
Fino a 32 giocatori possono sfidarsi in un totale di 4 modalità standard, che a fianco dei classici deathmatch propongono Cattura il Manufatto (versione alternativa del classico capture the flag) e Caccia al Manufatto (dove i giocatori divisi in squadre recuperano i manufatti per portarli all propria base). Le 15 mappe a disposizione riprendono ambientazioni della campagna singolo giocatore in maniera discretamente efficace. Nel complesso un comparto multiplayer accessorio, non certo in grado di fare "gioco a sè", ma certamente utile ad allungare la longevità complessiva del prodotto.

Hardware
Requisiti Minimi:
Intel Pentium 4 2.0 Ghz / AMD XP 2200+
512 MB RAM
128 MB DirectX 8.0 compatibile / nVIDIA GeForce 5700 / ATI Radeon 9600

Requisiti Raccomandati:
Intel Core 2 Duo E7400 / AMD 64 X2 5600+
2 GB RAM
512 MB DirectX 9.0c compatibile / nVIDIA GeForce 9800 GTX / ATI Radeon HD 4850
Recensione Videogioco STALKER: CALL OF PRIPYAT scritta da ANDYMONZA STALKER: Call of Pripyat non è purtroppo un titolo del tutto riuscito. Il ritorno nella Zona è guidato da una storia affascinante sulla carta, ma poco ritmata una volta imbracciate le armi. Quest troppo ripetitive e dispersive non riescono a mantenere alto l’interesse, che rischia di scemare in parte prima ancora di permettere al giocatore di vedere la città che dà il nome al gioco. E’ un peccato, perché la profondità del gamepaly è rimasta intatta, le meccaniche che miscelano sparatutto e GDR funzionano come un tempo, e le ambientazioni trasudano il medesimo sinistro fascino. Proprio per questo ci sentiamo di consigliare l’ultima fatica di GSC Game World a tutti i veterani del primo STALKER, che sentiranno senza dubbio la nostalgia della Zona e dei suoi misteri; per quanto il pathos non sia più lo stesso, il ritorno delle collaudate meccaniche di gioco dovrebbe soddisfarli. I nuovi arrivati dovrebbero invece riflettere: complice un inizio molto lento, questo titolo rischia purtroppo di scoraggiare prima di riuscire ad offrire il proprio meglio; considerata la carenza di grandi novità, la scelta migliore potrebbe essere affidarsi all’originale Shadow of Cernobyl, prima di calarsi in questo seguito.
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