Recensione di 1942

Copertina Videogioco 1942
  • Piattaforme:

     WII
  • Genere:

     Simulazione volo
  • Giocatori:

     1 - 2
  • Costo:

     800 wiipoints
  • Data uscita:

     Disponibile
- Immediato
- Classico
- Adeguatamente impegnativo
- Ottimi controlli
- Leggermente ripetitivo
- Prezzo sproporzionato
A cura di (Pey'j) del
Inevitabilmente, sebbene sia un servizio al passo con i tempi, la Virtual Console ha sapore d’antico. In gran parte dei casi mette a disposizione titoli che allo sguardo del giocatore più giovane possono sembrare assai ingenui: per l’aspetto grafico fortemente stilizzato, per le dinamiche, oggi più che mai raffinate, per una sorta di innegabile povertà di fondo. Il recupero del passato tuttavia non ha valore meramente antiquario, non accarezza unicamente la nostalgia dei giocatori attempati, non è solo questione d’almanacco. No. Perché i giochi vecchi avevano spesso meccaniche tanto elementari quanto formidabili: un paio di concetti – e a volte uno solo – bastavano, se implementati con mestiere e precisione, a rendere contagioso un videogame. E ciò è ancora più vero se riferito agli arcade delle macchine a gettoni, capaci di scatenare una vera e propria malattia nei giocatori. In molti ricordiamo la fantastica sensazione di controllo e al tempo stesso l’elevato tasso di sfida dei coin-op: una difficoltà assurda, a prima vista, ma a ben vedere plausibile e in gran parte onesta; onestà che derivava soprattutto dall’efficacia e dalla fluidità dei controlli.
Capcom con gli arcade ci è nata, e di recente diversi suoi titoli da sala si sono aggiunti al già nutrito catalogo della Virtual Console. Fra questi, 1942 è certamente un nome di spicco.

Gyruss!
L’allora ventitreenne Yoshiki Okamoto concepì 1942 nell’anno 1984, dopo essersi fatto le ossa in ambito shoot ’em up presso Konami con i due arcade (successivamente adattati alle console del tempo) Time Pilot e Gyruss, che i più “anziani” probabilmente ricorderanno. 1942 non aggiunge elementi nuovi e tuttavia approfondisce un paio di aspetti a quel tempo non ancora ricorrenti, e in particolare: la presenza ciclica di boss fights e l’abbandono, quale teatro dell’azione, dello spazio intergalattico (che da Space Invaders in poi aveva dominato il genere). L’espediente storico-narrativo è fornito dalla nota Battaglia delle Isole Midway, che vide la flotta giapponese soccombere, pur in netta superiorità numerica, a quella statunitense. È un evento importante, che ha cambiato il corso della Storia e che è rimasto duro da digerire per gli sconfitti anche a distanza di tempo. Pure per questo è lodevole l’(auto)ironia con la quale la materia è trattata in 1942: il grosso caccia bimotore USA che controlliamo deve andare dalle Midway a Tokyo abbattendo o schivando tutti i velivoli giapponesi che gli si fanno incontro e talvolta l’accerchiano: uno contro tutti, uno contro cento, mille, millanta nemici assortiti. Una sproporzione che renderebbe pauroso (o furioso?) persino l’Orlando, specie se si considera che i nemici contestualmente a schermo sono tanti. E sparano, e si muovono come api (Galaga docet) quando non fanno proprio i kamikaze. Difficile, è difficile, 1942, ma ha strumenti che spronano alla ripetizione?, che mettono la febbre cavallina?

Del Poker, di Maradona e della leva del cambio d’un vecchio camion
Mentre l’area di gioco scorre verticalmente, l’aeroplano controllato può spostarsi in tutte le direzioni/posizioni, e non è un particolare da poco: il nemico di tanto in tanto arriva dal basso o indugia in basso, sicché potersi spostare verticalmente non solo aggiunge sostanza al gameplay, ma risulta necessario alla sopravvivenza. Ne seguono un apprezzabile dinamismo e il divertimento di destreggiarsi fra sciami di avversari con l’aiuto di controlli decisamente felici e dalla quasi arcadica prontezza, purché giochiate con un pad classico e ne usiate la levetta in alternativa alla croce direzionale. Sì, quella levetta sa gradevolmente di antico, anche se non può competere con la ferrea leva del cambio di un camion con avvitato in cima un naso da clown; sa di antico anche se non siete in piedi (e dannatamente curvi, ingobbiti sullo schermo) circondati da amici che in parte gufano (d'altra parte hanno i loro bei record da difendere) e in parte danno convulsi suggerimenti; sa di antico anche se in qualunque momento potrete mettere in pausa se vostra figlia, vostra moglie o la vostra fidanzatina avranno turbato la vostra sacrale (e sacramentante) concentrazione. Sì, con quella levetta e con quattro (beh, magari quattromila) aeroplanini di pixel farete un rigenerante tuffo nel passato, nel passato semplice che, se non è un modo verbale, è un modo di concepire e realizzare i videogiochi con artigianato e onesto mestiere. E non importa se il gioco è un po’ ripetitivo (quante volte al tavolo da poker vi entra una scala reale? E quante volte Maradona segna col pugno?), non importa se è scarno (sono lontani i tempi dell’immedesimazione forzata, tempi da reality show), né importa se appare, e solo appare, lento (provate ad arrivare a Tokyo, provateci. Anzi provate ad arrivare al secondo boss) e neanche importa se effettuare un “looping” evasivo – il “giro della morte” (la terza facoltà che avete, a parte spostarvi e sparare) – non è tutta ’sta gran cosa.

Samba do Pacífico
Il sonoro è splendidamente e doppiamente naif: sfrondato e inappropriato. Ascolterete una sorta di samba, un accompagnamento di percussioni con tanto di fischietto il cui garbo fa dolcemente a pugni col contesto bellico. Niente fanfare muscolari, niente epica sotto vuoto spinto: è solo un giocherello.
I controlli, s’è detto, sono degni. Ed è un gran merito, non condiviso con altri arcade, magari in versione “consolare”, del catalogo VC.
La grafica è quella che è. Che grafica volevate?
I settaggi preventivi sono magnanimi: tre vite non vi bastano per completare il primo di trentadue stage? Aumentatele a cinque. La difficoltà è eccessiva? Riducetela. Il gioco rimane “corna dure” comunque.
Un appunto va mosso al sistema di inserimento virtuale delle monetine: capita che non funzioni e che il vostro conseguente e ostinato premere ogni pulsante a portata di dita ne stimoli oltremodo l’indole dispettosa.
Recensione Videogioco 1942 scritta da PEY'J Uno shoot ’em up a scorrimento verticale del 1984 può essere goduto tutt’oggi. Più facilmente se siete avvezzi al genere e/o avete il pallino dell’antiquariato; ma non necessariamente. Questo di Capcom è un classico e come tale va per lo meno conosciuto. La riduzione per Virtual Console è degna e ne salva lo spirito e buona parte della sostanza. Una nota negativa va assegnata al prezzo, sproporzionato in assoluto. Ciò nonostante ci sentiamo di consigliarlo, specie se il vostro bagaglio di sparatutto aerei non è granché fornito: 1942 non è e non è stato il più bello, ma del proprio periodo è uno dei meglio adattati alla VC. È difficile, parecchio, e tuttavia si fa vivere con inusuale leggerezza.
Scrivi un commento
Per commentare occorre essere utenti registrati.
Se non hai un account clicca qui per registrarti oppure clicca qui per il login.
caricamento in corso...
SCREENSHOTS
RECENSIONI E SPECIALI CORRELATI
SpazioGames.it - Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Monza dal 22/02/2008 con autorizzazione n.1907
© 1999 - 2012 GALBIT SRL TUTTI I DIRITTI RISERVATI - P.IVA 07051200967
Spaziogames.it utilizza i cookie per assicurarti la miglior esperienza di navigazione. Se desideri maggiori informazioni sui cookie e su come controllarne l'abilitazione con le impostazioni del browser accedi alla nostra Cookie Policy.