Recensione di Call of Juarez: Bound in Blood

Copertina Videogioco Call of Juarez 2
  • Piattaforme:

     PS3, Xbox 360
  • Genere:

     Sparatutto
  • Sviluppatore:

     Techland
  • Distributore:

     Ubisoft
  • Data uscita:

     2 Luglio 2009
- Atmosfera western ben restituita
- Gameplay ben bilanciato
- Molta varietà di situazioni ed ambientazioni
- Rigiocabile
- Cut scenes ben realizzate
- Gameplay a tratti troppo lineare
- Grafica migliorabile
- Doppiaggio non all'altezza
- Manca la cooperativa per due giocatori
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A cura di (andymonza) del
Il genere western ha da sempre un rapporto particolare con la videoludica. Mai troppo considerato, se non per alcune produzioni che coraggiosamente hanno deciso di tentare varie interpretazioni, mai tuttavia con risultati eccellenti. E’ il caso di due celebri titoli prodotti rispettivamente da Rockstar e da Techland: Red Dead Revolver e Call of Juarez, classe 2004 e 2007, hanno entrambi cercato di portare su console e PC le atmosfere degli Spaghetti Western alla Sergio Leone, con concept interessanti, ma non del tutto sfruttati.
E’ difficile credere nel caso, quando il 2009 si rivela essere l’anno in cui entrambi questi brand ritornano sugli scaffali. Nel caso di Call of Juarez: Bound in Blood ci troviamo di fronte ad un prequel, che riporta gli orologi indietro di diversi anni raccontando le peripezie di Ray McCall (uno dei protagonisti del predecessore) e dei suoi fratelli Thomas e William. Vediamo insieme come Ubisoft e Techland aprono le danze di questo 2009 tutto all’insegna del vecchio west.

Questioni di famiglia
Tra le trincee di una Guerra di Secessione ormai persa dal Sud si comincia a familiarizzare con le peculiarità di questo sparatutto, che fa del massiccio utilizzo di script uno strumento per dar vita ad un’intensa azione su schermo. Si inizia giocando nei panni di Ray, ma più avanti nel titolo vi sarà la possibilità di scegliere ad ogni inizio livello quale dei due fratelli impersonare, con alcune differenze a livello di gameplay. Ray è infatti il tipico tank, forte e ben difeso, dotato di due pistole che può utilizzare in contemporanea, di un fucile e di candelotti di dinamite, impugnabili insieme ad una delle due armi corte.
Thomas è invece decisamente più agile e leggero, votato alla ricognizione ed allo stealth. Il suo equipaggiamento consiste in due pistole utilizzabili separatamente, coltelli da lancio per kill silenziosi, e solo più avanti nel gioco un arco. Attaccato alla sua cintura c’è invece un lazo, che tornerà utile in alcuni specifici momenti per raggiungere zone elevate.
Il primo livello ambientato durante la guerra permette di familiarizzare con alcune meccaniche di gioco: in primis l’importanza della copertura, fondamentale dato l’alto rateo di fuoco che i nemici a schermo sono in grado di sviluppare. Essa è gestita in maniera del tutto automatica: basta avvicinarsi ad un elemento del paesaggio per defilarsi, e poi ruotare leggermente lo sguardo per sporgersi. Per quanto non sia flessibile come altri sistemi di copertura dedicati, questo espediente mantiene il layout dei controlli più semplice, ed una volta in azione funziona bene.
Dopo aver disertato in seguito alla notizia che la loro casa natale è stata razziata, i fratelli McCall abbandonano i campi di battaglia e corrono in salvo del terzo fratello William e della madre. Mentre per quest’ultima è troppo tardi, William suo malgrado si unisce, e decide di seguirli in Messico, dove oltre a sfuggire alle ire del perfido generale Barnsby, i fratelli si mettono sulle tracce di un immenso tesoro.
L’arco narrativo è affidato ad un ampio utilizzo di cut scenes realizzate con il motore di gioco, per la maggior parte dialogiche, che narrano una storia non originale ma comunque interessante da seguire, che va a coinvolgere un gran numero di personaggi secondari, da Juarez, a William, alle tribù indiane.
Interessante è anche l’idea di “alleggerire” i caricamenti tra un capitolo e l’altro con slide show di chine su sfondo ocra, commentate dal monologo di William, che riflette sulle azioni sempre più violente e sconsiderate dei suoi fratelli.

Gioco a due
Terminato il lungo incipit, il gameplay svela tutte le sue carte: mentre si esplorano i livelli caratterizzati da un’ottima alternanza tra ampi spazi aperti ed interni, le intense sparatorie la fanno da padrone, rivelando il ritorno del Concentration Mode: esso si carica uccidendo nemici in sequenza, e si presenta sotto forma di un Bullet Time differente per i due fratelli. Nel caso di Ray un cursore permette di marcare i bersagli a schermo entro un tempo limite, mentre nel caso di Thomas il puntatore si muove da sé, lasciando al giocatore il compito di mantenere premuto il grilletto destro e tirare ripetutamente indietro l’analogico sinistro, mossa che se effettuata col palmo della mano mima efficacemente il gesto tipico dei Cowboy.
In alcune sequenze scriptate si rende disponibile un Concentration Mode cooperativo, dove affiancandoci al compagno gestito dall’I.A. si possono effettuare spettacolari entrate in scena: in questo caso i cursori in movimento sono due, anche se il loro percorso è modificabile con gli analogici.
Altre sequenze scriptate cooperative si presentano qualora Thomas si trovi costretto a separarsi temporaneamente dal fratello per sfruttare il lazo e la sua maggiore agilità. In questi casi, raggiunta una certa posizione, si occuperà di aiutare il compagno issandolo di peso.
Proprio in queste peculiarità, da un lato apprezzabili, si mostra una delle più grosse debolezze del gameplay, ovvero una diffusa limitatezza: il lazo, così come le azioni cooperative, si presentano in punti predeterminati, e non possono essere gestite liberamente. Pur considerato che l’ottimo lavoro degli sviluppatori rende l’azione sempre fluida ed incalzante, i giocatori più avvezzi a produzioni next gen di stampo più libero ed aperto potrebbero non del tutto gradire tale linearità, assimilabile a quella di un Call of Duty
Il ritmo dell’azione si mantiene sempre alto grazie a continui cambi d’ambientazione ed a divertenti sequenze a bordo di veicoli, come una memorabile fuga in carrozza, ed un’infiltrazione nel territorio dei Navaho a bordo di una canoa.
Interessante e ben sfruttata è anche la possibilità di spostarsi occasionalmente a dorso di cavallo; i controlli sono semplicissimi, e permettono di sparare fluidamente mentre si cavalca.
Chiude il cerchio l’immancabile utilizzo di postazioni fisse, che fortunatamente non è abusato, ma si presenta con la giusta cadenza.

Taglie da riscuotere e duelli all’ultimo sangue
Il ritmo serratissimo dell’azione, scandito da brevi obbiettivi che si susseguono, è in due punti dell’arco narrativo spezzato dall’introduzione di un meta-livello open world, dove è possibile aggirarsi liberamente e per tutto il tempo che si vuole in un’ampia mappa dove è possibile completare alcune missioni secondarie sotto forma di taglie da riscuotere. In queste aree si rendono disponibili anche negozi di armi, dove si possono spendere i soldi guadagnati per comprare nuovi pezzi per l’arsenale. Esistono infatti diversi tipi di pistole e fucili, tutti riprodotti rigorosamente dalle armi d’epoca, con statistiche e qualità differenti.
Per quanto l’impatto con questo diversivo sia all’inizio strano, esso si rivela un ottimo espediente per spezzare il ritmo dell’azione, e le armi di alta qualità sono una ricompensa sufficientemente motivante per affrontare tutte le sotto-missioni.
Altra particolarità del gameplay sono i duelli, che spesso chiudono i livelli narrativamente più importanti a mo’ di boss fight. Con la telecamera posta subito dietro alla fondina, in un’elegante riproduzione del talento di Sergio Leone, il giocatore può muovere il personaggio con l’analogico sinistro al fine di mantenere il bersaglio il più possibile al centro dello schermo, mentre con l’analogico destro controlla la distanza della mano dalla pistola. Al suono di campana, occorre avvicinare al massimo la mano che estrarrà automaticamente la pistola, e sparare quando il cursore va sul bersaglio. La tensione che questi duelli riescono a creare è ottima, e degna dei film cui si ispirano.
L’intelligenza artificiale amica è discretamente bilanciata: il fratello di turno riesce a rendersi utile senza intralciare, ed allo stesso tempo non rischia di rubare la scena al giocatore.
I nemici si muovono abbastanza bene sul campo, cercando copertura e facendo buon uso dell’ottima mira di cui dispongono, e della dinamite da lancio.
La longevità si attesta su un valore nella media: giocando al livello medio e completando la riscossione delle taglie ci si aggira sulle otto ore, cui bisogna aggiungere le buone chance di rigiocabilità qualora si voglia affrontare i livelli con il fratello non scelto nel primo playthrough, magari sfruttando il quarto livello di difficoltà, Very Hard, che si sblocca completata la prima partita.
Piuttosto trascurabile invece il ritrovamento nei livelli di collezionabili, che permettono lo sblocco di extra quali art work del gioco.

Guardie contro ladri
Call of Juarez: Bound in Blood può contare su di una consistente componente multiplayer, perfetto complemento della già buon singleplayer. Le varie modalità implementate sono cinque e sono state battezzate per l’occasione in: Leggende del west, Caccia all’uomo, Banda, Ricercato e Sparatoria. Le prime dividono i giocatori in due squadre, sceriffi e fuorilegge, e si differenziano l’una dall’altra per alcune regole base, non troppo dissimili da quanto già visto nella maggior parte della concorrenza. Così avremo un team deathmatch con la prima e una sorta di modalità VIP in cui a turno verrà segnalato come ricercato un membro della squadra da eliminare. Per quanto riguarda le altre opzioni, oltre al classico deathmatch (chiamato qui Sparatoria), vi è anche la variante ricercato senza la divisione in team. Interessante il dettaglio della taglia sulla testa di ogni partecipante, che salirà ad ogni uccisione e soprattutto in base a quanto tempo si riuscirà a restare in vita. Eliminando i giocatori che valgono più soldi, si riempirà di più e più velocemente il proprio portafogli, con denaro utile a migliorare le capacità e l’equipaggiamento del proprio alter-ego (oltre che a fare bella figura sulle classifiche online). Inoltre, all’inizio di ogni partita, e ad ogni respawn, è possibile scegliere con quale classe gettarsi nella mischia, differenziate l’una dall’altra esclusivamente per l’arma impugnata. Questa piccola variante, unita alla taglia sulla testa, e al particolare sistema di coperture proprio del gioco, permette alla modalità multi giocatore di assumere una personalità propria senza stravolgere le regole classiche. Ben fatte e sufficientemente varie anche le mappe, otto in totale, così come il netcode, agile e performante al punto giusto. In definitiva Call of Juarez non stravolgerà il genere, ma è comunque in grado di soddisfare gli appassionati delle sfide con altri giocatori e garantirà un buon numero di ore di divertimento in più. Peccato solo per l'assenza degli spettacolari duelli, rimasti privi di un adattamento per questa modalità

Comparto Tecnico
L’intensa avventura on the road, condita con una storia assolutamente godibile pur nella sua scontatezza, è supportata da un ottimo level design: dai campi di battaglia alle praterie, dalla regione dei laghi alle miniere, sino ai confini del deserto. Le mappe sono spesso molto vaste e la natura è riprodotta con un buon livello di dettaglio. Molte le chance di copertura, ma sempre e comunque ben dissimulate, riescono a rendersi evidenti senza stonare col paesaggio.
Il Chrome Engine 4, proprietario degli sviluppatori, gestisce con agilità e senza cali di framerate le ampie mappe. Peccato per dei brevissimi caricamenti che si presentano in certi spostamenti, bloccando del tutto l’immagine a schermo per un paio di secondi.
La modellazione poligonale non è ai massimi livelli, ma riesce comunque a tratteggiare bene le diverse strutture. I personaggi sono ben modellati, peccato per un po’ di legnosità in certi movimenti ed un’animazione facciale non ottima.
Le texture si attestano su un livello medio, e solo l’abbondanza di shaders a supporto riesce a rendere le superfici credibili. Nel complesso, un comparto non proprio all’avanguardia, ma in grado nondimeno di restituire visuali notevoli, grazie soprattutto all’ottima direzione artistica.
Il sonoro presenta musiche ispirate affiancate da un doppiaggio in inglese purtroppo non ottimale, con le voci che a tratti sembrano del tutto estranee alle situazioni in corso.
Recensione Videogioco CALL OF JUAREZ: BOUND IN BLOOD scritta da ANDYMONZA Call of Juarez: Bound in Blood riesce a superare il predecessore in tutti i campi. La giocabilità è ben bilanciata, la dualità del gameplay funziona bene e supporta una buona rigiocabilità.
L’azione è per di più intensissima, le ambientazioni cambiano con grande frequenza, e alcune sequenze si distinguono decisamente dalla massa. Alcuni giocatori troveranno limitative alcune scelte, come l’impossibilità di utilizzare a piacimento le azioni cooperative, ma possiamo assicurarvi che il level design di qualità e l’azione incalzante tenderanno a farvi dimenticare la sostanziale linearità. Peccato per la mancanza di una modalità cooperativa per due giocatori, che avrebbe potuto valorizzare al massimo la dualità, e per un comparto tecnico buono ma non tanto quanto l’ottimo gameplay avrebbe meritato.
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